venerdì 21 agosto 2026

Disclosure Day di Steven Spielberg



Inizia con un calcio in faccia in soggettiva spinta l’ultimo film di Steven Spielberg, un’inquadratura e un contesto terribilmente trumpiani perché il colpo parte da un lottatore di wrestler, lo sport preferito del presidente (con cui ha anche voluto celebrare il compleanno del paese, con esibizione di forza e tracotanza vere all’interno della finzione di quello spettacolo), e ottunde e nega la vista allo spettatore, come le leggi e le parole del legislatore massimo americano. Ed è su questa cancellazione forzata della visione, nella sua violenza esibita, che si apre Disclosure Day (negando così, en amont, il suo stesso titolo), dando però l’abbrivio a una sfrenata fuga verso la verità che proprio dal quel buio imposto prende le mosse e che si traduce in una corsa che attraversa l’America e il cinema.

Dopo aver riscritto i suoi primi passi nel desiderio di cinema con la vita del piccolo Sammy Febelman, Spielberg sembra rivedere in accelerato l’intera sua carriera in questo film che, sulla falsariga di una complessiva parafrasi di Incontri ravvicinati del III tipo, ricostruisce la ricerca della verità aliena in una versione meno ingenua e più moderna di quel capostipite, senza tralasciare di rievocare la fuga in macchina per le strade d’America, spesso rurali e secondarie, di Sugarland Express, in cui i protagonisti vogliono sfuggire alle istituzionioppure i capitomboli avventurosi di coppia per dipanare misteri antichi dei suoi Indiana Jones.La corsa, in quanto motore dell’azione, diviene un flusso continuo che rapisce e lascia tramortiti gli spettatori, come nel sottovalutato Tintin, col suo il piano sequenza impraticabile, mentre si riannoda la ricerca di una visione completa e veritiera che anima quella “storia dell’occhio” che è Minority Report (ma che è anche il senso dei suoi film più realistici, che si vogliono vicini alla verità - benché soggettiva - della Storia), motivata dal fiducioso ottimismo verso gli alieni che era già di E.T., quando poil’improvvisa catarsi, che rallenta il ritmo sul finale, riecheggia il capitolo terminale del più distopico A.I..

È quindi una summa, inconsapevole o meno, di tutta la filmografia di Spielberg questo suo ultimo film, il quale comunque funziona perfettamente anche in forma autonoma, nella sua concretezza interna e in una classicità che trova il suo senso nella completa fiducia nel potere evocativo delle immagini, confermando l’amore per il cinema esplicitato dal regista nel film precedente, qui evocato partendo dalla lanterna magica dei riflessi di luce. Disclosure Day, inoltre, è hitchcockiano nella sua accezione più intima, ovvero nella capacità, al di là della semplice grammatica della suspense, di comunicare con la costruzione delle inquadrature per renderle palesi di senso ben oltre il semplice contenuto dei dialoghi, secondo una concezione di cinema che è prioritariamente muto ma già significativo, che viene poi abbellito e ulteriormente arricchito dal sonoro e dalla post-produzione: il film si costruisce giocando con un plot alla Intrigo internazionale e una anchor-woman trascinata in eventi incomprensibili attraverso il paese (per poi negarne l’assunto casuale), sfrutta un McGuffin quale giustificazione immobile della trama (però sempre esibito e infine completamente svelato), si avvale di un’ironia costantemente sottolineata dei rapporti amorosi, veri e immaginati (ma che non sono poi quasi mai tali). E, infine, nel suo ossequio intrinseco alla settima arte nel suo farsi, il regista omaggia di nuovo Kubrick, pur nella voluta lontananza stilistica, dopo essere entrato letteralmente in Shining attraverso Ready Player One e avere ereditato il progetto del Pinocchio high-tech, diventato poi A.I.: qui riedita la scena di 2001 in cui il protagonista si guarda agire, invecchiare e trasformare in un nuovo essere, spogliandola però della venerazione della citazione pura e dell’aulicità di una messinscena rarefatta, nella scena in cui i personaggi rivivono un passato che, in forma di fiaba (ma crudele come quelle dei Grimm), rivela il loro passato e li trasfigura: un’evocazione che è un richiamo riduttivo e modesto, svolto all’interno della ricostruzione di una semplice casa di periferia, non dissimile da quella di tanti altri film di Spielberg (come nell’episodio delle Storie Incredibili in cui un treno attraversa una casa costruita su un prato, distruggendone l’integrità ma costruendo un sogno).

Al di là della trama, che alla lettera presenta forse lacune o incertezze (tra reminiscenze di X-Files, Roswell, abduction varie e cerchi del grano compresi, assieme a strambe difficoltà di pilotaggio delle astronavi sul territorio americano), è nella maestria della regia che il film acquista tutto il suo valore, nella gestione di inquadrature classiche e impossibili, tra montaggio e piani-sequenza alternati e, soprattutto, nella fiducia cieca e testarda nel cinema. Questa cinefilia militante va di pari passo col racconto dell’affermazione della verità che i protagonisti devono ricostruire e mostrare, anche a costo del ridicolo, mentre la trama avanza di personaggio in personaggio senza spiegazioni preliminari, lasciando allo spettatore l’onere e la sorpresa di un disvelamento progressivo della storia e del suo andamento, corrispondente all’avanzamento della narrazione verso la meta e la spiegazione. È in questo duplice movimento parallelo, fuori e dentro lo schermo, che il film si ricollega al tema portante e centrale di tutta la produzione del regista, quel senso di meraviglia e di scoperta che la pellicola racconta, che i personaggi vivono e che il cinema incarna e trasmette allo spettatore per la sua stessa natura di spettacolo nell’incanto dell’affabulazione condivisa.

La componente metanarrativa è infatti evidente e forte e vede due figure di registi contrapporsi e combattersi a distanza per due discordanti concezioni della verità: da una parte la figura istituzionale che esige di nasconderla, e dall’altra il ribelle che vuole rivelarla. Entrambi si muovono dirigendo altre persone per costruire una realtà alternativa, ma agendo su registri opposti: manipolandone la percezione oppure ricostruendo una finzione per restituire la complessità del reale. Colin Firth, a capo dell’organizzazione paragovernativa, muove le sue pedine per edificare una versione differente e repressa con l’imposizione di uno sguardo attraverso il terminale alieno, agisce da lontano teleguidando (come droni) i personaggi e sfruttando la loro conoscenza dell’ambiente in cui si trovano per acquisire informazioni; al contrario, il suo antagonista Colman Domingo (il cui cognome è, significativamente, Wakefield) ricostruisce un “set” fedele e storicizzato di un passato remoto per “sbloccare un ricordo” facendovi agire i personaggi e fare così emergere maieuticamente una verità interiore, rimossa quanto indicativa, secondo i canoni della psicanalisi e libera lo sguardo dalla proprie costrizioni. I due registi agiscono così simmetricamente anche nei confronti dello spettatore, uno secondo le romantiche modalità del cinema classico, emozionale e intimo, la cui necessità è fare capire e trasmettere un senso attraverso una sensazione e un’emozione, modificando la percezione per accompagnare lo spettatore (e i suoi personaggi) verso una emancipazione, mentre il suo oppositore, come i gestori delle moderne tecnologie, vuole solo carpire dati sensibili per imporre la propria azione e interpretazione della realtà, facendo dello spettatore un semplice veicolo esplicativo, un utente a cui vendere un messaggio algoritmico modificandone la visione.

In fondo, Disclosure Day è un film profondamente anche se non dichiaratamente politico (c’è comunque una battuta sulla difficoltà di capire, anche vedendola, la verità, perché non c’è più alcuna certezza nella sola visione, come dimostrano tante fake news propagandistiche) ed è un cinema che, nella sua natura intimamente adolescenziale e avventurosa di scoperta e sorpresa, si dimostra ribelle alle costrizioni di chi vuole negare la vista e la realtà. Non a caso, quindi, mette in scena un’organizzazione governativa che vuole mettere a tacere l’oggettività (dell’esistenza degli alieni) manipolando il comportamento (l’accessorio per i contatti cerebrali) e gestendo (con la menzogna, le coperture e le falsificazioni) la percezione della verità, oscurando ed eliminando ogni oppositore per riscrivere la storia e tessere una trama divergente e di comodo, che diventa una critica a chi si avventura sul terreno minato della disinformazione sistematica.

Si tratta di un film, nel suo intimo, abitato dalla paura, il sentimento principe di questi anni, con lo sfondo di un’apocalisse imminente tra forze geopolitiche contrapposte, un pianeta sull’orlo del collasso militare e climatico, un pericolo incombente che la gente sembra voler ignorare per non complicarsi la già difficile vita. E non è difficile trovare una vena fortemente pessimistica nella filmografia di Spielberg, soprattutto dall’inizio della fruttuosa e costante collaborazione col direttore della fotografia Janusz Kaminski (Schindler’s List), la cui metallica cupezza trova a volte modo di accendersi in una sfolgorante accensione cromatica che non mitiga la disillusione verso la crudeltà umana. A questo sentimento annichilente della paura, il film offre le opposte proposte della negazione o della rivelazione, della facile semplicità oppure quella più ardita della complessità. Nella sua vena messianica (l’intervento divino del deus ex machina alieno), forse forzata e ingenua, Disclosure Day opta per la speranza e per la fede, non tanto religiosa quanto, soprattutto, umana e umanistica: Spielberg decide di non farsi trascinare dal nichilismo e sceglie una fiducia empatica nell’altro, nella comprensione dell’insieme nella sua totalità, differenza e difficoltà. In questo senso, il film è una fiaba, che nasce dal terrore e lo sublima nella consapevolezza che libera e fa crescere. O per lo meno nella sua speranza

Se Disclosure Day si apre con la violenza di una pedata sul volto che impedisce di vedere (un’immagine che pare un’aggiunta, nella sua anomalia fotografica, debitrice forse del terrificante Citizen Vigilante, tanto amato dai Maga e da Musk, che del film di Spielberg sembra una parodia distorta e destrorsa), la pellicola si chiude con l’occhio veritiero e totalmente aperto di una telecamera che inquadra la protagonista: questa, sguardo in macchina, sta per dire la verità a un pubblico che, di nuovo, però definitivamente, guarda in soggettiva attraverso lo schermo perché, adesso, lo può infine fare “eyes wide open”: “Ascoltate”.