Non lascia spazio alla fantasia il titolo originale dell’ultimo film di Sarnoski, The Death Of Robin Hood, che, appunto, ritrae la dipartita dell’avventuriero inglese. Ma la morte del protagonista procede di pari passo alla scomparsa dell’eroe, vituperato dai vivi, e alla contemporanea permanenza della sua leggenda, perpetuata da canti e racconti. Ed è proprio il desiderio di oblio che muove il personaggio, diventato valoroso a sua insaputa, abitato solo da una stanchezza fisica ed esistenziale, bramoso di una morte in combattimento che gli possa essere inflitta prima che il suo poderoso istinto di sopravvivenza abbia la meglio. In un medioevo sporco e brutale, in cui la vita di una preda di caccia vale quanto una umana, si agita un ladro mai galantuomo, un brutale assassino, un mostro, a suo stesso dire, che non aspira ad altro che a spegnersi e a porre termine a una spirale di violenza e brutalità atroci.
E tutto il film si regge sulle muscolose spalle di Hugh Jackman, su una gestualità limitata dai lunghi capelli, dai luridi stracci che indossa, concentrata tutta nell’espressività del volto e nella cavernosità della voce, che sostengono un racconto brutale e lercio, debitore dell’evo fantasmato ritratto nel Trono di spade, tutto girato un esterni brumosi e in castelli diroccati. Siamo alla fine della civiltà, o molto prima del suo inizio, e tutto si svolge in un tempo fermato nel sangue e nel fango, tra il fuoco e la nebbia, quando il corpo è solo il ricettacolo delle ferite e il libro del proprio dolore.
Eppure, più che un tuffo in un medioevo aspro e selvaggio e forte dove si perde ogni via e la redenzione è un miraggio, il film sembra un salto negli Anni 80, in un cinema di pura superficie. Come nelle prime pellicole di Ridley Scott (e in tutta la cinematografia del fratello Tony) o di Hugh Hudson, di Alan Parker oppure Adrian Lyne, fino a Roland Joffé o a Julian Temple, anche questo film fa prevalere la fotografia sulla trama, la scenografia sui personaggi, l’efficacia sulla complessità, come avevano fatto quei registi le cui abilità di sintesi, sviluppate tra videoclip o spot pubblicitari, erano poi state travasate in un cinema di alta spettacolarità e immediata efficacia grafica. Tra begli sfondi paesaggistici, inquadrature nebbiose tagliate dalla luce, uso intensivo della musica, montaggio serrato ma sguardo contemplativo, il film così avanza per paratassi di scene successive, con aggiunte prive quasi di collegamenti, con la puntualizzazione di un elemento in più e un andamento sostanzialmente intermittente, fatto di elementi assemblati in se autosufficienti. Ogni inquadratura è bella da vedere, ogni scena determina il proprio senso conclusivo e i personaggi le attraversano, quasi indifferenti, chiusi nella propria definizione.
Il film è infine solo un set, e in esso si risolve, mentre la trama sembra solo ripetersi nelle ridondanze delle ferinità inquadrate, tra scorticamenti umani e animali, nel sangue sparso e raccolto, nel dolore inflitto e dimenticato, nel cupio dissolvi temuto e nella liberazione della fine. E la pellicola, allora, è tutta nel suo titolo originale, inizio e termine di ogni sviluppo, l’eco di una leggenda tramandata e tradita, ma stampata perché più bella della storia, e che si lascia guardare, pur nella sua efferatezza, con sofferta indifferenza.
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