lunedì 26 novembre 2007

Die hard: vivere o morire di Len Wiseman.

A distanza di dodici anni dall’ultima interruzione, riprendono le avventure di John McClane, poliziotto di città rude e manesco che incappa costantemente in improbabili disavventure dall’altissimo tasso di demolizione. Il quarto capitolo riprende gli assunti cardine della serie: l’uomo giusto sempre nel posto sbagliato, l’imposizione di spazi circoscritti (comunque sempre più ampi: un grattacielo, un aeroporto, una città, un Paese), un avversario dalla ricercatezza quasi decadente, un piano di folle lucidità, la simpatia per le armi da fuoco, il sarcasmo del protagonista. Ben consapevole del debito tematico con le puntate precedenti, Wiseman aggiorna la vicenda alle nuove tecnologie e ribadisce l’innovazione del buddy movie della puntata precedente affiancando all’eroe un giovane hacker. Il film, giocando già nei dialoghi con gli antefatti e la tipologia dell’eroe, rende ironicamente impotente l’inamovibile personaggio, incapace per età e carattere a capire il flusso degli eventi, il meccanismo d’attuazione del piano che si trova a contrastare. Alla fisicità di Willis, il film contrappone una trama basata sull’informatica, sulla rete e su tecnologie a lui del tutto sconosciute, che gli impongono di portarsi dietro il co-protagonista, ciò che permette al film di ingraziarsi anche il pubblico più recente e meno avvezzo alle precedenti scorribande devastatrici di McClane. Die hard 4 è anche estremamente efficace ad esplicitare la terribile concretezza del virtuale, padrone onnivoro di ogni aspetto della nostra esistenza, delegata ormai interamente alla precisione dei microprocessori per evitare proprio quell’intervento umano, ormai considerato inaffidabile, che nel film sfrutta la generale dipendenza dai computer per crearsi un agibile spazio di manovra. Ma la paranoia elettronica sceneggiata risulta del tutto credibile, e il virtuale immaginato, avallato da traumi recenti, rende plausibile - per i personaggi e, quasi, per gli spettatori - anche l’esplosione del palazzo del Congresso. Nel personaggio di McClane è anche insita una caratterizzazione proletaria, la quotidianità della vita da poliziotto di strada con la sua efficace rozzezza, mentre i suoi avversari, per lo più dandy psicopatici, si trovano ad elaborare fantasiosissimi piani di semplice accaparramento pecuniario. Sono capitalisti alla ricerca di soldi facili, dotati di grandi mezzi ed enormi ambizioni, pronti a qualsiasi devastazione per derubare gli altri. È sempre una questione di soldi, in fin dei conti, che si tratti di rapinare dell’oro o di prosciugare elettronicamente i conti in banca, un bieco interesse economico che svilisce qualsiasi parvenza di superiorità e ridimensiona la nemesi di turno riportandola ad una concretezza molto terrena. Quella concretezza del menar le mani, l’efficacia del film d’azione vecchio stampo, pur nell’inevitabile ricorso all’elettronica delle scene più esagerate, si conferma anche negli sgherri dell'antagonista, molto bravi a picchiare McClane secondo il copione della serie per cui il protagonista deve sanguinare e ammaccarsi ad ogni inquadratura, e restituisce, ad una sceneggiatura incentrata sul virtuale, una densità fisica in cui il poliziotto incarna, decuplicandolo ironicamente, un virus informatico che, letteralmente, devasta un prezioso e ben congegnato software. Ridendoci sopra, tra un botta e l’altra.

The Bourne Ultimatum di Paul Greengrass

Capitolo forse conclusivo della trilogia dedicata al killer smemorato, l’ultimo film di Greengrass, pur non abbandonando il piglio dinamico della serie, si concentra dettagliatamente sulle fondamenta della vicenda di Bourne, svelando l’antefatto e rivelando la vera identità dell’eroe.
Action fisico, la cui dinamicità è accentuata e repressa dalla regia di Greengrass, fautore inossidabile della macchina in spalla e della repentinità del cambio d’inquadratura che rendono talmente veloci le scena da impedire la visione d’insieme, il film approfondisce un assunto palese sin dal primo capitolo: il contrasto tra il corpo e la macchina, tra la tecnologia schierata all’inseguimento e l’uomo in fuga, tra la fisicità concreta e il virtuale applicato.
E ironicamente, Bourne stesso rappresenta una sintesi di questi ossimori, un corpo senza memoria, un file corrotto, un personaggio senza identità - se non fittizia - che sopravvive e avanza grazie all’istinto, un addestramento rimasto sottopelle, mentre la mente cerca una risposta a tanta letale efficacia. La fisicità del suo corpo diventa l’unica riposta possibile alla tracciabilità del segnale, la variabile umana capace di depistare e sorprendere, ma anche da reprimere proprio per la sua unicità. L’Agenzia al suo inseguimento, quella CIA cinematograficamente memore dei Tre giorni del Condor, non è che una centrale tecnologica di intercettazione, brulicante di umani obbedienti, impassibili nei confronti degli ordini impartiti, delle eliminazioni programmate, strumenti consenzienti di una caccia all’uomo planetaria, in mondo unico unito dalle tecnologie, interconnesso e anonimo. Quasi nessuno nell’Agenzia ha una precisa identità. Anzi, l’identificazione corrisponde sempre alla messa nel mirino, all’ordine di soppressione. Analisti di sistemi sostituiscono gli agenti sul campo, il telecomando aziona eliminazioni e distruzioni a distanza, la morte si delocalizza e demanda, si delega e dimentica.
Il fattore umano Bourne, pedina ormai consapevole e impazzita, è il pericolo maggiore, il peggior nemico immaginabile perché imprescrutabile, mosso da esigenze personali e bisognoso di quella verità così imbarazzante da dover essere elusa, negata ed elisa ad ogni costo. Eppure la caccia nasconde solo una vacua lotta di potere all’interno delle istituzioni, una brama di efficienza per cui si predilige barare e sfuggire alle responsabilità rimanendo sotto la vaga insegna della guerra al terrorismo, scusa prediletta per vendette private, scudo morale per ogni nefandezza.
Emerge forte in questo film, volutamente esplicativo, un fondo ideologicamente antimilitarista e morale, in cui si fanno evidenti gli echi della situazione odierna, che traduce l’amnesia del protagonista in sintomo di stress post-traumatico, nella ripercussione involontaria di un eccesso di addestramento, nella dolorosa epifania di un’umanità repressa che si scontra con la rivelazione di quella verità negata dall’istinto di sopravvivenza. La trilogia non è che una terapia regressiva a tappe verso l’origine del male, del dolore psicologico della propria attitudine alla morte, la presa di coscienza di un eroe vuoto, forse destinato ad un impossibile percorso di redenzione fuori campo. La storia di Bourne è il resoconto della morte e della resurrezione di un automa dal motore inceppato, infine libero dall’inconsapevolezza ma gravato dal peso della responsabilità: la volontarietà della scelta iniziale. Vittima consenziente, Bourne aveva scelto l’arruolamento, ideali e sogni erano stati sfruttati e deviati, il corpo rafforzato, la mente annichilita, una perfetta macchina omicida che, inaspettatamente, si ribella al suo creatore alla ricerca di una umanità negata e repressa, resa con dolorosa impassibilità da Matt Damon, silenzioso e imperscrutabile, che sopravvive a tutto e a tutti, quasi suo malgrado.