Non
è ovviamente un caso che il primo nome nella lista dei ringraziamenti alla fine
di Chiamami col tuo nome sia quello Bernardo Bertolucci, tanto il film
di Guadagnino è pervaso della medesima diffusa sensualità che contraddistingue
i lavori del regista parmigiano. Le assonanze con Balla da sola, per il
tema dell’iniziazione amorosa, o l’estate assolata della Luna, i
cambiamenti stagionali di Novecento e
i frequenti panorami padani sono elementi evidenti in un film che, a queste
influenze, miscela anche la forte impronta del suo sceneggiatore principe,
James Ivory. Questi pare ripercorrere, in altre parole e altri tempi, Maurice,
con l’ambientazione italiana di Camera con vista tanto cara a Forster
che la riteneva un’Arcadia della sensualità.
Chiamami
col tuo nome è fatto memorie e di
sentimenti, rimembranze auliche di citazioni finanche dotte, commiste ad
un’influenza rosselliniana della storia come retaggio artistico da
disseppellire (o da far emergere dai flutti) e da ripercorrere per ritrovarne
l'influenza nella propria vita, così come di quella sarabanda dei sentimenti e
di attrazioni renoiriane al limitare dell’acqua, tra le gite sull’erba e le più
rigide regole dei giochi, e di certa leggerezza rohmeriana. E di sedimenti
letterari vive anche il giovane protagonista, cercando di interpretare le
proprie pulsioni ormonali nella prospettiva del vissuto altrui, cercandovi un
senso ed un modo personali fin quando non si abbandona alla vita e alla sua
diretta scoperta in prima persona.
Guadagnino
privilegia l’armonia della cultura e della spensieratezza economica per
costruire un ritratto di famiglia in un esterno in cui l’italiano è parlato
solo dalla servitù o da strane e rumorose amicizie che, insieme, fanno parte di
un sottofondo politico e di un sottobosco sociale che solo lambisce i
protagonisti, concentrati sulla propria ricerca della felicità e della
musicalità delle giornate, rinchiusi in una bolla di ebbrezza estiva, estetica
e sociale che li priva di inquietudini che non siano interiori o culturali.
La
stessa ambientazione all’inizio degli Anni 80, in pieno “edonismo reaganiano” e
prima dell’apocalisse dell’Aids, permette alle temporanee lontananze di
permanere misteriose assenze, ai contatti di svolgersi solo vis-a-vis,
all’informazione di giungere ovattata dall’indifferenza e alla letture di
riempire le ore dell’indolenza, mentre il sesso è ancora una promessa
romantica, una scoperta quasi innocente e senza conseguenze.
I
telefoni hanno ancora tutti il loro cordone ombelicale, le feste rimangono
riunioni di individui, le sigarette un’economica trasgressione e i mezzi di
trasporto sono luoghi comuni per brevi incontri e lunghi addii. Il tempo stesso
si dilata in giornate interminabili e indefinite, fin quasi a sembrare
sconfinato come le emozioni e manifestare solo troppo tardi la sua limitatezza,
quando ogni stagione vede avvicinarsi il suo termine rivelandosi come soltanto
preludio ad un’altra.
Se
Bertolucci privilegia il huis-clos, spesso soffocante, in cui consumare
passioni segrete e segregate dove l’incesto è una tentazione e l’omosessualità
una colpa nascosta dai conformismi o una suggestione tentatrice, Guadagnino
assume la frontalità della relazione, pur nella convenzione della sua
discrezione, lasciando campo ai sentimenti e alla reciproca attrazione tra lo
studente liceale e il ricercatore universitario. Glissando con romantica
noncuranza sull’illecito della disparità anagrafica tra adulto e minore, seppur
consenziente e seduttore, il rapporto tra i due giovani si ammanta di
classicismo, di fascino antico e quasi rituale, di reciproca scoperta e di
finale disvelamento di pure emozioni.
Il
regista assume il punto di vista di Elio, lasciando Oliver nel cono d’ombra
dell’indeterminatezza, ne segue gli scarti violenti e l’eleganza dei gesti, ne
culla gli interessi letterari ed erotici accompagnandone l’indecisione tra la
ragazza e l’uomo in una complessiva perdita dell’innocenza infantile che, più
che consapevolezza dell’amore, è la piena scoperta del dolore. Perché, al di là
della leggiadria dell’ambientazione e dell’apparente noncuranza dei gesti e
della leggerezza dei rapporti (così simili, per luoghi e tempi, all’incipit
di Giovane e bella di Ozon), non si sfugge al melò, all'impossibilità di
armonizzare vita e desiderio, società e persona, famiglia e amore. Perché ogni
cosa bella è solo una parentesi e quel che rimane è la vita, con le sue
storture e sofferenze e le sue ingiuste conseguenze, a cui non resta che
abituarsi o rassegnarsi. Il calore non è più quello del sole, che irradia il
corpo, ma il fuoco artificioso di un camino, che riscalda e illumina soltanto a
tratti l’inverno dei sentimenti.
Se
molti personaggi paiono rimanere solo sullo sfondo o limitarsi a piccole
indicazioni esteriori o a caratterizzazioni apparentemente caricaturali, è
perché il film sposa senza esitazione lo sguardo e il corpo di Elio, i suoi
moti rapidi, i modi bruschi le incertezze e le profonde superficialità,
l’egotismo istintivo e irrequieto dell’adolescenza, l’esuberanza del corpo e
l’incandescenza della passione, così come l’abisso improvviso del rimorso e
l’indecenza della rassegnazione. È infine nel dialogo, che è in realtà un
monologo, colto e prolisso sebbene mai enfatico o saccente del padre al figlio,
che si palesa non solo una sottotraccia narrativa portante (la complicità o
indifferenza dei genitori), ma anche una sofferenza e un vago sentore di
rimpianto che spalmano alcune, poche note autobiografiche di un'ulteriore coltre
di melodramma questo ballo di famiglia a Crema.