L’universo
cinematografico Marvel è costruito su delle convergenze parallele, sulle
interazioni di protagonisti, introdotti singolarmente nel filone narrativo, poi
guidati a una progressiva e maggiore interazione con gli altri colleghi. Gli
Avengers, per definizione, sono la coalizione massima di supereroi, chiamati, a
dispetto dei dissidi interni, a proteggere il pianeta dalla insidie più
imponenti.
Infinity War, primo capitolo di un
dittico per alcuni versi terminale che si concluderà soltanto tra un anno, vede
riunirsi virtualmente tutti gli eroi noti per affrontare Thanos, semidivinità
di Titano che cerca l’onnipotenza attraverso la raccolta delle gemme
dell’infinito che comandano i vari aspetti della realtà. Introdotto nei finali
dei precedenti Avengers come minaccia
in agguato, il personaggio prende forma con le sembianze digitalizzate di Josh
Brolin (in arrivo anche come Cable nella derivazione mutante di Deadpool) con una certa fedeltà grafica
all’originale. Il Thanos dei fumetti voleva distruggere l’universo per
omaggiare l’amata Morte, che sempre gli si nega, mentre il personaggio
cinematografico viene riproporzionato nelle ambizioni poiché cerca soltanto un
folle equilibrio ecologico: vuole dimezzare gli abitanti del mondo affinché la
sostenibilità di ogni pianeta non sia messa a repentaglio dalla
sovrappopolazione. A questo intento, ingenuamente benigno nelle intenzioni, si
affianca la moralità di una scelta casuale delle vittime, senza distinzione tra
eletti e popolo, tra eroi e vittime, sommersi o salvati. Come una pandemia
cosmica, l’azione ripulitrice di Thanos porterà ad una semplificazione della
vita e ad un suo integrale ridimensionamento.
Emerge
immediatamente la valenza metanarrativa di tale dispositivo, di una scelta, accidentale
nella finzione, di eliminazione progressiva dei protagonisti conosciuti dal
mondo Marvel e di una completa ridefinizione di quell’universo cinematografico
(allineata con l’uscita di scena di alcuni degli attori più in evidenza, ormai
dediti al lavoro sotto copertura mascherata da un decennio). Inoltre, la
prepotenza nel poter ridisegnare l’universo che conferisce il guanto
dell’infinito si approssima alla qualità grafica della ridefinizione della
visione che il computer autorizza, e non è difficile avvicinare la particolarità
della CGI alla volontà manipolatoria di Thanos che, con un gesto noncurante, cancella
vite e mondi, scenari e linee di racconto, trasforma proiettili in bollicine riqualificando
la visione dello spettatore non secondo le sue attese bensì con le pretese
demiurgiche della propria onniscienza narrativa. Thanos è l’affabulatore per
eccellenza che riscrive la storia dei supereroi e dispensa sequel e reboot
(eventuali) ai superstiti delle sue decisioni, che intrattiene gli avversari
con l’argomentazione scarna delle proprie ragioni, che giustifica ogni suo
gesto, per quanto estremo, per il bene ultimo di una riscrittura di universo
migliore, non creato a propria immagine ma lasciato libero di fluire nel caos
del caso con la consapevolezza di aver agito con nobili intenzioni.
Thanos
è l’innesco narrativo supremo, l’elemento innovativo che permette la rinascita
o la cessazione di un racconto, trasfigurato in un personaggio appesantito dal
fardello di uno scopo ineluttabile a cui tutto può e deve essere sacrificato,
compreso della propria missione e mai alleggerito dal sorriso, un ruolo in
tragedia (il deus ex machina) accolto
con l’immodestia di chi deve attuarlo senza esitazione né pietà, con la
brutalità necessaria a far rinascere, dalle spoglie mortali, un intero
universo. Così, nel finale provvisorio della saga, molti supereroi muoiono
esfoliandosi, trasformandosi nella polvere delle storie non narrate e lasciando
nell’ambascia e nello stupore comprimari e spettatori, tutti in attesa del
risolutivo (ma altrettanto cupo, probabilmente) secondo capitolo. Qualcuno tra
gli eroi morirà davvero e uscirà dalla luce dei proiettori cinematografaci,
sebbene il guanto renda qualsiasi variante, ogni universo da definire e ogni
sua versione ancora possibile e attuabile, come i vari futuri visitati in forma
astrale da Doc Strange e di cui solo uno vede gli eroi vittoriosi e il titano
sconfitto: quell’unico futuro che i film racconteranno ma i cui dettagli di
sviluppo sono ancora nel cono d’ombra dell’immaginato.
I
registi, alle redini di Capitan America sin da Winter Soldier, riescono a mantenere le diverse tonalità e i registri
che sono andati definendosi nei vari filoni narrativi, dall’ironia
metacinematografica e retropop dei Guardiani
della Galassia (con citazioni musicali e filmiche) a quella quotidiana da teen-dramedy di Spider-man (che rivede
nel film tanti altri film già visti), dalla nuova versione demenziale
dell’ex-shakespeariano Thor (con Hulk/Banner a supporto comico), sino alla
compostezza eroica di Steve Rogers o di Black Panther, esemplari guide
spirituali e strategiche dei rispettivi popoli, passando per l’ironia
supponente di Stark e di Strange, infallibili per sicumera, o per la tragica storia
d’amore impossibile tra l’aspirante umano Visione e Scarlet Witch. Ogni singolo
universo viene mantenuto intatto, nei toni e nei modi, sino al collasso finale,
passando per la collisione di diverse monadi narrative le quali, come in ogni team-up Marvel che si rispetti, vede coesioni
e contrasti in successione, mentre a tutti viene riservato spazio ed importanza.
Sfruttando l’azione combinata di Thanos e dei suoi accoliti, il film costruisce
una narrazione spezzata in episodi contemporanei di differente ambientazione
planetaria, secondo la prassi del montaggio alternato di una space soap-opera. Anzi, è proprio il montaggio alternato, come figura
retorica emblematica dell’intero MCU che narra separatamente avventure coeve, a
dare forma a Infinity War, con Thanos
come fulcro e nucleo, capace di riunire in un senso unico le parallele azioni
facendole convergere nella propria vittoria finale, come un regista che alterna
le varie vicende per compierne il senso complessivo per la magia del montaggio.
In un momento, infatti, Thanos riavvolge il tempo usando una moviola virtuale
(non lontana da quelle di Minority Report),
o scombussola la percezione del tempo e della visione abusando di trucchi
digitali come il regista con gli elementi significanti di una pellicola.
L’unione
dei supereroi, però, fa qui solo lo sforzo dell’impegno collettivo e non la
forza deflagrante di una vittoria comune, niente potendo contro l’onnipotenza
del guanto e la volontà ferrea del suo possessore nel riscrivere tempo e realtà.
Thanos ricostruisce e ridefinisce il mondo, cancellando quello precedente con
uno schiocco di dita, lasciando alla pagina e allo schermo bianco l’incognita sospesa
di una narrazione interrotta in progress,
con un magistrale cliff-hanger che si
apre ad ogni possibilità e che Thanos racconterà nel prossimo capitolo. Divinità
perennemente insoddisfatta, il titano, dopo aver osservato un universo finalmente
a sua immagine, forse non si compiacerà del tutto e non smetterà di rifarlo e
ricomporlo per trovare una sfuggente serenità.