E' un melò freddo l'ultimo film di Ang Lee, la storia di un'amicizia tra due cowboy che cambia tenore ma stenta a definirsi amore, sentimento del quale ha però tutti i sintomi. Un amore a cui i due protagonisti si rassegnano con riluttanza, quindi con colpevole trasporto, per poi accettarlo come necessario rimedio di vite agre e vuote, e che trova la sua inespressa limpidezza soltanto nel silenzio incontaminato della natura, in una passione che mai si definisce tale nelle parole, troppo crude per essere ammissibili, perché perturberebbero quell'armonia fugace sottratta al mondo che rappresenta una comunione inconfessabile di sensi e sentimenti.
E' una storia a due, un film da camera, pur svolgendosi in gran parte tra pascoli e montagne, dove tutti gli altri personaggi, siano essi figli o genitori, mogli o amanti, sono solo comprimari, spettatori più o meno consapevoli di una passione sconvolgente di cui sono figuranti o ostacoli. Una vicenda che si svolge in un tempo (dai Sessanta, per oltre vent'anni) ed in un luogo (l'America rurale e il Texas, retrogrado e pacchiano) in cui ogni diversità è devianza e in cui la violenza appiana le differenze e le mette forzatamente a tacere. Un film di silenzi, fatto delle poche parole che escono a fatica e che i cowboy centellinano, del silenzio che circonda la loro storia, dei rumori della natura che li accompagna e sovrasta, dei tempi dilatati delle attese tra i pascoli e tra i loro incontri, clandestini e fuggevoli, in momenti sottratti alle vite coniugali, mentre gli anni scorrono e le incomprensioni aumentano. Un film sulla paura del coraggio dell'accettazione, dove il silenzio è la sola, più sicura e calda protezione, l'unica difesa possibile dagli altrui e propri pregiudizi.