In
fondo il musical è uno stato d’animo, uno state
of mind in cui il film e lo spettatore devono trovarsi in sintonia. E c’è
qualcosa nell’effervescente inizio di La
La Land che lascia perplessi, un’euforia quasi didascalica che diventa
balletto e canzone in contesti realistici per accompagnare le fasi di una
commedia romantica degli equivoci in cui due giovani artisti alle prime armi continuano
a non incontrarsi veramente. Ed è forse nel contrasto tra l’elemento urbano e
quello sentimentale, tra il naturalismo apparente e la magia dell’intesa che
sembra di avvertire una stonatura in questo voluto revival del film cantato, in
cui le scenografie sono vere e finte, i costumi colorati e i balli vivaci e il
tempo sembra sostare tra il canone degli Anni 50 e un presente immaginato con
quello stesso filtro pastello.
Rispetto
i classici musical, in cui si metteva in scena la creazione di uno spettacolo, La La Land racconta piuttosto la messa
in scena di due vite, la ricerca della ribalta di due artisti, lui jazzista,
lei attrice, nella città degli angeli, o dei demoni dell’ambizione e dell’amore
che li lega, per affinità e per contrasto, che li accompagna e divide, li
appaga e frustra. Perché, a poco a poco, al musical succede il melò, mentre la
musica rimane la stessa mentre il sentimento cambia con la percezione dello
spettatore, la gioia si fa rimpianto ma non mestizia e l’euforia diventa consapevolezza.
E se all’inizio si può rimanere indifferenti alle note e ai movimenti, quei
corpi poi volteggiano diversamente, e il duetto si placa in un “pas de deux” dove il n’y a plus de deux, a Minnelli
succedono Demy e Almodovar, e la chiara coreografia dei sentimenti si fa languida
commozione.
La
regia, che sembrava giocare con gli stereotipi del citazionismo e dell’omaggio,
prende il sopravvento e guida le emozioni nel rimpiattino dei destini,
l’apparente gratuità dei gesti si aggrava nel mutato contesto del rapporto tra
i personaggi in un film che è un ritratto combinato e astratto di una coppia,
alternando punti di vista e approcci, simbiotici o parassitari col cangiare
degli eventi. E col loro variare cambia anche l’amore in affetto, la scoperta diventa
lontananza e irritazione, la tensione evolve in distrazione mentre il film,
idealmente e fisicamente, da Los Angeles si sposta a Parigi, un’ossessione spesso
confinata ai lati dell’inquadratura che passa in primo piano. La ricerca dello
spettacolo si rivela approccio ai personaggi, straniante e coinvolgente per
l’uso e l’apparente abuso di musica e di ballo che mettono, invece, a nudo le
emozioni e le portano a quella ribalta della fantasia che trascende la verità
in suggestione. Sullo sfondo della memoria delle signorine di Rochefort e degli
ombrelli di Cherbourg, un americano pensa a Parigi e fa volteggiare i suoi
personaggi in uno spettacolo di varietà in cui i sogni si fanno a volte gloria
e spesso lacrime, col rimpianto impossibile di un cinema e di un destino che
sono andati diversamente e altrove.
Stone
e Gosling ballano e cantano con empatia e leggerezza; se gli occhi di lei si
allargano a vedere il mondo con stupore, lui lo guarda sottecchi, con
scetticismo e spesso di profilo, in un tempo più leggero dell’oggi ma non perso
nell’ieri, tra elementi retrò e atteggiamenti malinconici in quella
contemporaneità sospesa in cui i desideri non sono ancora realtà e il sogno
informa la vita. L’onirismo del genere cinematografico di riferimento permane e
permette fughe in avanti o indietro, surplace
amorosi o divagazioni divertite, approfondimenti o ellissi e autorizza il film
a forti licenze narrative che diventano, così, scelta stilistica e impronta
registica. La modernità nostalgica di La
La Land è nel suo essere “post”, nel venire dopo e nel poter guardare al
passato con la libertà di scelta di un alfabeto e di un armamentario stilistico
assodato e noto a cui poter attingere senza vincoli ma con la forza di un
retaggio che nell’uso si stratifica in senso, in cui il citazionismo è, oltre
che omaggio, linguaggio, lignaggio di un cinema passato e non perduto, che
sopravvive in chi ne utilizza la fertile eredità per accrescere il proprio
vocabolario.
La
commedia musicale, così, si fa espressionismo del racconto, la teatralità
pervade e potenzia il cinema per far emergere più chiaramente e visibilmente il
corredo delle emozioni. L’astrazione più forte non è, allora, nell’uso
intensivo degli schemi del musical, bensì nell’isolare una coppia e il suo
sentimento, nel guardarli con una lente d’ingrandimento che ne magnifica gesti
ed affetti a discapito del resto, che diventa allora scenografia e costumi,
ricostruzione e fantasia: il musical è uno stato dell’anima che si trasforma in
spettacolo.