Rispetto al naturalismo
artificiale e paradossale del Libro della Giungla, la nuova
versione dal vivo di un cartone Disney propone una scelta simmetrica
e opposta, con l’evidenza dell’artificio che, peraltro, ben si
abbina sia all’immaginario burtonianto in genere che alla
particolare ambientazione circense. Il regista non fa, infatti,
niente per mascherare l’esuberanza rosa dei cieli striati, né
l’impossibilità meccanica delle riprese (elemento che è ormai
diventato norma nel cinema contemporaneo) o la necessaria sospensione
dell’incredulità di fronte al volo del piccolo pachiderma,
cercando la via del sogno e della favola rispetto alla
verosimiglianza a tutti i costi. È, anzi, nell’affabulazione che
Burton ha sempre trovato la propria chiave interpretativa ed
espressiva del mondo, nel fascino subito e, di conseguenza, proposto,
della deviazione più o meno grande dalla norma, nel cercare e nel
far trovare ai suoi personaggi una pur diversa normalità, che sia
anche sinonimo di felicità e appagamento.
Dumbo si inserisce
perfettamente in questa conclamata ricerca della sincerità a
dispetto del realismo, accordandosi del tutto alle note trasognate e
satiriche del regista, al tratteggio di un mondo necessariamente
bigger than life come quello del circo, abitato, come tutto il
resto però, da meschinità e malignità, trasformate qui,
soprattutto fuori dall’arena, in maschere evidenti di cattiveria o
grettezza, con un sottofondo di crudeltà capitalistica che castra
sempre la bontà e travisa il desiderio in ambizione.
E se gli occhioni dolcemente
azzurri di Dumbo rimandano all’innocenza primordiale di un E.T.,
così coma la sua intelligenza nel capire ‘al volo’ le umane
intenzioni e la predestinazione nel potersi librare verso il cielo,
la sua nascita e il disvelamento delle inusitate abilità svolazzanti
ripercorrono il cammino di autodefinizione e determinazione dei
moderni supereroi, con la comprensione dell’innesco che manifesta i
‘poteri’ (la piuma, ironico simbolo di leggerezza per un
elefante) e la progressiva capacità di controllarli. Ma, come
Batman, le cui origini sono scritte nel dolore della scoperta del
mondo, anche Dumbo è un supereroe anomalo, dedito alla ricerca di
una personale giustizia ma diversa dalle ambizioni di ordine
vagamente sociopatiche dell’abitante di Gotham, più giocherellona
ed elementare per la sua stessa giovanissima età, l’appagamento
primordiale di ricongiungersi con sua mamma.
E di nuovo - o forse da sempre
- nel film si forma una famiglia allargata, assemblata dagli affetti
e dai sogni in comune, dalla comunione delle singole differenze
trasformate in affinità più che dalla riunione di palesi parentele,
con bambini che si comportano da adulti e adulti che non sembrano
crescere, ad immagine del regista stesso. Perché Tim Burton sempre
rifugge - forse anche per scelta - dalla perfezione del cinema più
patinato, rendendo infatti teneramente sgraziato il volo
dell’elefantino, accendendo di sprazzi cruenti la fiaba animata,
lasciando che il pericolo della morte sempre aleggi su tutto, sia nel
passato della recente guerra mondiale, con il suo retaggio di
menomazioni o di malattie letali, che nella minaccia di fatali
separazioni, soppressioni o incidenti che paiono sempre incombere.
Nei suoi film i bambini sanno già tutto quello che i grandi devono
scoprire, le donne sembrano sempre fatali e ironicamente distaccate,
mentre i protagonisti, soprattutto se incarnati da Johnny Depp (ormai
incapace di recitare senza qualche orpello a mascherarlo) sono
istrionicamente - e spesso ingenuamente - sopra le righe, in un cosmo
anomalo e difforme che deve ritrovare un’innocenza ormai sperduta e
da tanti depredata.
In questa ricerca della
felicità nell’imperfezione, emerge, infine, il realismo magico di
Burton, il suo sguardo da spettatore impenitente, affascinato dalla
sua stessa messinscena che consiste nella paratassi delle sequenze,
nella successione di scene variamente ambientate in quel mondo che ha
costruito e che comprende già tutto il film. Quella scenografia
portante, contro cui si stagliano e dentro cui si agitano le maschere
dei sentimenti incarnati nei diversi personaggi, è il palinsesto
necessario alla narrazione, il tendone da circo di uno spettacolo che
vi si esaurisce, un universo autosufficiente che trova coerenza e
logica soltanto al suo interno, là dove tutto diventa possibile,
lasciando immagini in dono agli spettatori che vi assistono, come gli
odori e i suoni che permeano il ricordo di chi si siede sulle panche
del circo. Solo all’interno di questo huis clos fantastico
possono vivere e svilupparsi i personaggi burtoniani e può venirne a
galla la veridicità, quell’umanità, gretta o schietta, che emerge
tramite e malgrado il loro mascheramento.
Ogni film di Burton è una
diversa Disneyland, la proposta di un nuovo e irripetibile viaggio
che mal si accomoda nelle costrizioni del blockbuster o della
ricetta obbligata. E il film, infatti, canzona così, al suo interno,
il merchandising selvaggio degli elefantini con le orecchione
o l’impianto stesso di un parco giochi a tema variabile ma dal
percorso prestabilito e dalla finalità meramente economica, il
regista facendosi quasi beffe del suo stesso datore di lavoro
(Disney) fino ad incrinarne l’artificialità imposta. Perché
soltanto l’artificio desiderato e personale ha valore e senso, sia
esso la libertà della giungla o il ritorno alla limitata pista tonda
sotto al piccolo tendone autogestito, comunque sinonimo di
contentezza genuina e totale. Il resto è pericolosa e colpevole
menzogna, aguzzina di ogni fantasticheria.