Sboccato e scorretto, il personaggio di Deadpool, dopo una fugace apparizione in Wolverine: Origins, si merita un intero film, collegato alla lontana al franchise
dei mutanti (Colosso e “Testata mutante megasonica” vi appaiono come
figure di contorno) ma sostanzialmente autonomo. Deadpool, all’anagrafe
Wade Wilson, è in fatti un mutante coatto, non nato col gene X (quindi
restio ad entrare nella crew del professor Xavier) il quale è
stato invece provocato da lunghe sedute di tortura e di privazione per
scatenare la reazione del corpo. Deadpool non è nemmeno propriamente un
eroe poiché uccide, spesso volentieri e con applicazione sadica, ed è un
mercenario senza rimorsi. Superumano sui generis, Deadpool è
quindi un super antieroe che si veste come Spiderman, da cui eredita
anche la parlantina, virandola però in vivace scurrilità, che ha il
potere rigenerante di Wolverine (e la stessa tendenza ad usare le
maniere forti e spicce) ma non fa parte di alcun supergruppo e, più che
per il generico bene, parteggia per se stesso.
Il film, in effetti, rispetta l’impostazione del personaggio con una
struttura eminentemente verbale, che non lesina su un fraseggio greve e
sulla violenza spudorata di un killer prezzolato. Ma l’esasperazione
della ferocia è talmente spinta da rendere Wilson un clown sardonico, e
la vicenda personale fa del film la tragedia di un uomo ridicolo. Perché
Wade, eterno bambino vizioso, si trasforma in uno pseudo-mutante
cercando un rimedio al cancro che, inaspettato e fulminante, lo divora
mentre assaporava la prima parvenza di felicità. Ed è per amore che egli
si prova ad evitare alla donna che adora il dolore di una sofferenza
riflessa, rimanendo incastrato dall’illusione di una guarigione fittizia
e degradato dall’effetto collaterale che ne deturpa il corpo. Perché il
cancro, associato al fattore rigenerante mutante, causa una situazione
di instabilità cutanea che lo ricopre di tessuto cicatriziale (e ne
altera anche la sanità mentale, elemento però trascurato dal film). Ed è
proprio nell’amore per la donna, prostituta assai disinibita, che
Miller si discosta dalla matrice fumettistica e conferisce al
personaggio una profondità inedita e una motivazione valida per l’azione
del film che, infatti si risolve tutta in un unico movimento
vendicativo, nella ricerca - in due atti – del responsabile della sua
condizione attuale, inframezzata da inserti in flash-back sulle
origini in ordine cronologico, che ripercorrono la sua storia
dall’innamoramento alla catastrofe. Questa indebita profondità di
Deadpool trasforma il film, vicino stilisticamente alle vignette
originarie, violente e volgari, irriverenti e scabrose, sanguinolenti ed
esasperate, nella farsa di un uomo tragico, motivandone le azioni e,
così, giustificandone anche la violenza, pertanto quasi moralizzata,
limando però l’elemento spudoratamente eversivo del personaggio ne ne
costituisce la caratteristica più peculiare.
Ne risulta comunque un film gradevolmente demente (doppiato in modo
insensato in italiano, con l’accento inglese dell’antagonista da manuale
di cattiva traduzione) che gioca di continuo con lo sfondamento della
quarta parete per rivolgersi direttamente allo spettatore, per
spettegolare sulle qualità di Reynolds attore (decisamente attratto dai
supereroi, dopo l’infame Lanterna Verde, giustamente evocato), per fare
continue allusioni sessuali e doppi sensi, per ridurre la violenza ed il
sangue così manifesti in battute complici che trascendono lo schermo
nello scherno. E nella secchezza del suo sviluppo, un inseguimento in
autostrada e un combattimento finale in un cantiere navale, giustamente
esagerati nella spettacolarità, con l’inserzione di flashback
esplicativi, spezzettati e conditi dalle salaci descrizioni off del protagonista in funzione antiretorica, Deadpool è un dignitoso esordio per il regista, molto attento alla resa grafica di ogni sequenza e inquadratura.