venerdì 1 aprile 2016

Deadpool di Tim MIller

Sboccato e scorretto, il personaggio di Deadpool, dopo una fugace apparizione in Wolverine: Origins, si merita un intero film, collegato alla lontana al franchise dei mutanti (Colosso e “Testata mutante megasonica” vi appaiono come figure di contorno) ma sostanzialmente autonomo. Deadpool, all’anagrafe Wade Wilson, è in fatti un mutante coatto, non nato col gene X (quindi restio ad entrare nella crew del professor Xavier) il quale è stato invece provocato da lunghe sedute di tortura e di privazione per scatenare la reazione del corpo. Deadpool non è nemmeno propriamente un eroe poiché uccide, spesso volentieri e con applicazione sadica, ed è un mercenario senza rimorsi. Superumano sui generis, Deadpool è quindi un super antieroe che si veste come Spiderman, da cui eredita anche la parlantina, virandola però in vivace scurrilità, che ha il potere rigenerante di Wolverine (e la stessa tendenza ad usare le maniere forti e spicce) ma non fa parte di alcun supergruppo e, più che per il generico bene, parteggia per se stesso.
Il film, in effetti, rispetta l’impostazione del personaggio con una struttura eminentemente verbale, che non lesina su un fraseggio greve e sulla violenza spudorata di un killer prezzolato. Ma l’esasperazione della ferocia è talmente spinta da rendere Wilson un clown sardonico, e la vicenda personale fa del film la tragedia di un uomo ridicolo. Perché Wade, eterno bambino vizioso, si trasforma in uno pseudo-mutante cercando un rimedio al cancro che, inaspettato e fulminante, lo divora mentre assaporava la prima parvenza di felicità. Ed è per amore che egli si prova ad evitare alla donna che adora il dolore di una sofferenza riflessa, rimanendo incastrato dall’illusione di una guarigione fittizia e degradato dall’effetto collaterale che ne deturpa il corpo. Perché il cancro, associato al fattore rigenerante mutante, causa una situazione di instabilità cutanea che lo ricopre di tessuto cicatriziale (e ne altera anche la sanità mentale, elemento però trascurato dal film). Ed è proprio nell’amore per la donna, prostituta assai disinibita, che Miller si discosta dalla matrice fumettistica e conferisce al personaggio una profondità inedita e una motivazione valida per l’azione del film che, infatti si risolve tutta in un unico movimento vendicativo, nella ricerca - in due atti – del responsabile della sua condizione attuale, inframezzata da inserti in flash-back sulle origini in ordine cronologico, che ripercorrono la sua storia dall’innamoramento alla catastrofe. Questa indebita profondità di Deadpool trasforma il film, vicino stilisticamente alle vignette originarie, violente e volgari, irriverenti e scabrose, sanguinolenti ed esasperate, nella farsa di un uomo tragico, motivandone le azioni e, così, giustificandone anche la violenza, pertanto quasi moralizzata, limando però l’elemento spudoratamente eversivo del personaggio ne ne costituisce la caratteristica più peculiare.
Ne risulta comunque un film gradevolmente demente (doppiato in modo insensato in italiano, con l’accento inglese dell’antagonista da manuale di cattiva traduzione) che gioca di continuo con lo sfondamento della quarta parete per rivolgersi direttamente allo spettatore, per spettegolare sulle qualità di Reynolds attore (decisamente attratto dai supereroi, dopo l’infame Lanterna Verde, giustamente evocato), per fare continue allusioni sessuali e doppi sensi, per ridurre la violenza ed il sangue così manifesti in battute complici che trascendono lo schermo nello scherno. E nella secchezza del suo sviluppo, un inseguimento in autostrada e un combattimento finale in un cantiere navale, giustamente esagerati nella spettacolarità, con l’inserzione di flashback esplicativi, spezzettati e conditi dalle salaci descrizioni off del protagonista in funzione antiretorica, Deadpool è un dignitoso esordio per il regista, molto attento alla resa grafica di ogni sequenza e inquadratura.

Batman v Superman Dawn of Justice di Zack Snyder

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L’essenza del cinema di Snyder è l’enfasi perenne, graficamente immortalata in infiniti ralenti di un gesto su sfondo grigiastro con pulviscolo vario o elementi atmosferici volanti attorno. La narrazione è quindi soltanto un crescendo di momenti che si vogliono memorabili in successione. Ma la di là di scene madri, interpretate come parossismo di effetti digitali e distruzione ambientale, quando i fili della tela del racconto si fanno più numerosi e intricati il risultato è una ragnatela confusa che lascia trasparire la filigrana dell’insofferenza nei confronti della storia.
Pur spacciato come secondo film dell’uomo di acciaio, la nuova pellicola di Snyder è in realtà un film su Batman e sullo sguardo umano verso esseri superpotenti ed incomprensibili. Il regista di riallaccia alla trilogia di Nolan (ancora in veste di produttore) e ne recupera anche l’immagine iconica dell’eroe con mantello svolazzante appollaiato di notte su un pinnacolo, ma la ripetizione è un ridimensionamento grottesco perché Batman non svetta più dell’antenna di un grattacielo ma dalla gru del porto; il film ne rilegge addirittura la genesi delle motivazioni dell’eroe per riappropriarsene in un flashback in cui ne rinarra le origini, ma l’episodio si rivela essere un sogno con tanto di elevazione mistica di Bruce Wayne bambino da parte di un stormo di pipistrelli. Purtroppo numerosi incubi affliggono il nuovo Batman e gli spettatori, con tanto di eroe mascherato con palandrana sopra la calzamaglia (e insetti umanoidi volanti nel deserto, affiancate da truppe avverse con lo stemmino di Superman) in un crescendo di grottesco che, per sopperire alla mancanza di lucidità psicologica del personaggio, ne distrugge la credibilità, ridotta qui all’espressività monocromatica di Affleck, mentre nei film di Nolan l’eroe rimaneva un grumo quasi indistinto di rabbia giustizialista e di masochismo.
Nel far riferimento a L’uomo d’acciaio, la pellicola cronologicamente precedente, Batman v Superman critica la distruzione causata dallo scontro tra i kryponiani che hanno importato la loro guerra sulla Terra sfruttandola come argomento di accusa nei confronti di Superman. A questo si aggiunge l’evocazione del crollo delle Torri gemelle, accenni alla guerra americana di “liberazione” in Medioriente, ad attentati sucidi di kamikaze accecati dalla voglia di rivalsa che però non si trasformano in vere leve narrative ma quasi in pretesti per rendere l’azione più spettacolare. Inoltre, pur lamentandosi della devastazione subita da Metropolis, il film la riproduce e la ripropone da un diverso punto di vista (terrestre e umano) per poi, successivamente, offrire altra inevitabile e rinnovata distruzione di città e di dintorni con gli inediti scontri tra super-esseri.
Nelle sue due ore e mezza il film tenta anche la carta filosofica e morale con il dibattito sull’umanità della divinità o sulla intrinseca superiorità dell’uomo; ma al di là di fumosi dialoghi che non giungono ad alcuna conclusione, l’argomento, che dovrebbe essere il fulcro della narrazione (e che, pur in un breve accenno, risulta addirittura meglio sviluppato in Superman Returns di Singer) e la base motivazionale portante della rabbia di Batman, che vede la Terra diventare passiva arena di battaglia tra superuomini, rimane grossolanamente relegato a semplice fondale con funzione di nobilitazione tematica.
Batman vuole comunque a tutti i costi affrontare Superman per fargli capire e pagare i danni e le vittime imposti a Metropolis (nella lotta dell’altro film gli ha anche distrutto il palazzo delle Wayne Enterprises) ma la sua ricerca di scontro con un titano sembra quasi mosso da gelosia per la lesa maestà nel ruolo di beniamino del bene. La battaglia, sempre elusa con sovrana calma da Kal-El, diventa per il terrestre, fumante di rabbia, quasi una gara a chi ha il mantello più grosso, anche se Wayne deve ovviamente ricorrere alla kryptonite per indebolire l’avversario.
Il supercattivo di turno è Lex Luthor il quale, secondo i dettami di Smalville, deve sopravvivere ai traumi imposti dal padre miliardario ed è incarnato da un insopportabilmente gigionesco Jesse Eisenberg, del tutto improbabile e in forsennata modalità Maghi del crimine, ed è coadiuvato (a sua insaputa) da un quasi resuscitato Comandante Zod, trasformato però in Doomsday in salsa Frankenstein. Questo pseudo-golem diventa una sorta di super-figlio putativo di Luthor (che aggiunge il suo sangue nel crearlo), tanto per tener vivace il già scalpitante Edipo. Sarà Lex, che si vuole deus ex-machina della trama - personaggio dall’ambizione divina temperata però da una recitazione meccanica - a scatenare i due protagonisti uno contro l’altro, costruendo le motivazioni alla furia vendicativa del Cavaliere oscuro e ricattando Superman. Ma le sue argomentazioni formato spot su uomo e Dio non convincerebbero nemmeno un pubblicitario distratto.
Quell’essere di nuovo conio, che il film ribattezza Doomsday in ossequio ai fumetti, sembra solo un altro tentativo della DC di rivaleggiare con la Marvel copiandola, con un simil-Abominio bruttino e saltellante (che non vola, sebbene kryptoniano), così come la bat-corazza indossata da Wayne è del tutto analoga (ma senza colori) alla versione hulkbuster di Iron man. E per anticipare il finale (almeno degli albi) di Captain America - Civil War, l’eroe, finalmente riconosciuto e rispettato come tale, muore per mano dell’avversario, con tanto di funerale (doppio, per la doppia identità) e di visita al cimitero. Ma, soprattutto, il film spoilera sé stesso uccidendo Superman una prima volta a pochi minuti di distanza dalla morte data per definitiva con un’esplosione atomica, per superare gli effetti della quale gli basta rimanere esposto ai raggi del sole e recuperare vita e corpo. Perché, ovviamente, un’icona non muore mai.
Per non perdere troppo terreno nei confronti del Marvel Cinematic Universe, la il film sfodera anche un team-up di nuovi supereroi (Aquaman, Flash, Cyborg) i quali, però, si limitano a fare capolino in modo inconsistente con la promessa di tornare presto (come Justice League) sotto l’egida di Batman nel ruolo del coach dei metaumani (già perfettamente schedati sul computer di Luthor, con tanto di simbolo grafico a mo’ di riconoscimento e marchio). Non avendo superpoteri il Cavaliere oscuro non può rivaleggiare in potenza o forza con gli altri, prossimi, co-protagonisti, superandoli soltanto in strategia e in possibilità finanziarie. Wonder Woman, invece, viene introdotta di persona da questo film, ma come una sorta di spia d’alto bordo, misteriosa e elusiva sino alla fine, quando indossa l’armatura da amazzone corazzata a far da preludio ai futuri interventi.
Se la narrazione non pare interessare Snyder, peraltro incapace di gestirla, è il film stesso che si perde tra argomentazioni pretestuosamente metafisiche e morali, usate da fondale per il solito turbinio di effetti digitali, e la presentazione di personaggi e avventure a venire, esaurendosi infine nel confronto tra eroi e poi di questi con il rispettivo nemico, in una pellicola in cui tutti sembrano sempre soltanto comprimari e che affonda nella noia del dèjà-vu e di dialoghi e interpretazioni irritanti. Batman v Superman è, soprattutto, tristemente privo di ironia, nemica dell’enfasi e parte integrante dell’universo Marvel. Se non per una battuta di Martha Kent che, quando Batman si dichiara amico del figlio, lei commenta che lo aveva capito dal mantello. E la scelta di Snyder di far impersonare Thomas Wayne da Jeffrey Dean Morgan che, per il regista, aveva indossato l’identità del Comico negli Watchmen, eroe mascherato diventato giustiziere solitario violento e rabbioso (nonché stupratore) al servizio dell’ordine costituito.