mercoledì 23 agosto 2017

Atomica Bionda di David Leitch


Al pari di Salt, veicolo divistico action al femminile per Angelina Jolie, Atomica Bionda segna una precisa rivendicazione di uguaglianza da parte di un'attrice di fama mondiale come protagonista di film d'azione. Ma, come sempre, il risultato finale dipende dalla scrittura cinematografica, non tanto dalla preminenza di genere e, in questo caso - ma forse di più in Salt -, l'esito è positivo.
Il trasformismo di Charlize Theron, spesso irriconoscibile da un ruolo all'altro, trova in questa pellicola, dalla trama mirabolante su ponti di spie e vendette private, con agenti doppiogiochisti sul finire estremo della Guerra Fredda, mentre il Muro si sgretola e il senso della contrapposizione viene meno, una perfetta e funzionale espressione. Presente quasi in ogni inquadratura, la diva conserva una recitazione e una presenza altera, esprimendosi al più con le sfumature dello sguardo (e con abbondanza di primi piani), spesso in modalità seduttiva: è una replicante appena uscita dalle atmosfere al neon di Blade Runner che si muove al ritmo ipnotico del pop europeo degli Anni Ottanta.
Costruito su geometrie visive glaciali e su iperboli narrative che si rifanno ai Soliti Sospetti, con costruzione in flash-back e colpi di scena multipli, il film rimanda volutamente ai Bond con un operativo inglese efficace, letale e sofisticato, capace di indossare vestiti e nudità con la medesima nonchalance, sempre affascinante e irresistibile (con entrambi i sessi, però, anche se una battuta di Skyfall lascia planare una velata ambiguità anche su 007). Aggiornando la messinscena ai moderni registri spionistici, dai Bourne ai più recenti Bond con Craig, le scene d'azione sono inquadrate da vicino, con efficacia grafica, con l'aggiunta di un coinvolgimento quasi diretto per lo spettatore che si trova, attraverso lo sguardo della mdp, quasi al centro dell'azione in sequenze di estenuante lunghezza, volutamente proporzionale alla resa fisica delle botte. Benché tumefatta e sanguinante, la spia della Theron rimane perennemente elegante, con mise molto meno volgari della moda dell'epoca e quasi tutte giocate sulle gradazioni tra il nero e il bianco (ad indicare un cromatismo di contrasti che si stemperata e confonde nel grigio), mentre i colori forti abbondano sullo sfondo.
La regia di Leitch rimanda volutamente al suo precedente John Wick, un revenge movie stilizzato e ironico con un Keanu Reeves limitato alla pura efficacia dell'esecuzione di uno scopo senza fardelli psicologici o morali come si addice ad un sicario (sebbene prepensionato). Se l'impianto visivo rimane inalterato così come l'esasperazione dell'azione verso livelli fumettistici (Atomica Bionda è effettivamente derivato da una graphic novel), pur con il filtro cromatico e musicale degli Anni 80, Theron suggerisce qui maggiori varietà tonali al personaggio, in linea anche con il suo ruolo di spia con tutte le ambiguità derivanti, senza pregiudicarne l'efficacia nell'azione o minare la credibilità complessiva dell'impianto produttivo con una donna protagonista di un genere a prevalenza maschile. Anzi, la sceneggiatura si diverte e giocare con i cliché e a ribaltarli in un erotismo diffuso (ma non esplicito se non nella bisessualità spensierata), e a fare del personaggio principale l'unico perno di bellezza e luminosità in uno squallore ambientale esteso e pervasivo.
Ritmato dalle canzoni e dall'ironia soffusa dei rimandi e delle geometrie delle inquadrature, Atomica Bionda si conferma una dimostrazione di capacità produttiva e attoriale per Charlize Theron, con un atteggiamento di spensieratezza registica e cura della superficie alla Ritchie (Operazione U.N.C.L.E.) ma con, in più, la ricerca della massima efficacia immersiva nell'azione (da cui però deriva anche una certa stanchezza nei passaggi solamente dialogati), in un post-modernismo consapevole ma indifferente ad ogni singolarità autoriale.

The Hateful Eight di Quentin Tarantino


Sin dai titoli di testa la pellicola si definisce come “l'ottavo film di Quentin Tarantino” e, sulla falsariga di Fellini con Otto e ½, si suggerisce come un metafilm autoreferenziale per il regista che, invece di citare, come sempre fatto in precedenza, i modelli a lui cari, si cimenta nell'arduo compito dell'autocitazione. Benché si inauguri con inquadrature in campo lungo, dominate dalla musica di Morricone e dalla neve che le imbianca, l'apparenza di normalità classica del film è presto bandita dalla reclusione dell'azione nella locanda in cui tutto si svolge e gli otto piccoli indiani, per tacer degli altri, cadranno uno ad uno. La stessa partitura originale, premiata con un meritato Oscar, non fa che ribadire, nell'eco sonora di tutti gli altri lavori del compositore, la compresenza di una moltitudine di generi cinematografici in un western atipico che, a sua volta, si diverte a rammentare, se non in musica, altri film, anche se tutti riconducibili ad un unico autore. Proprio rinunciando alla presenza di brani pop e rock o apporti da altre colonne sonore su cui sbizzarrirsi con accensioni ritmiche o cromatiche, Tarantino rinuncia ad una delle caratteristiche prevalenti e distintive del suo cinema: così facendo sposta la caratterizzazione e la riconoscibilità sul piano del riferimento alla propria cinematografia, ormai corposa e ben identificabile.
Anche questo film può essere, infine, catalogato come divertissement macabro come gli altri suoi, con esplosioni di sangue e di organi di spudorata evidenza, inseriti in un gioco al massacro tra personaggi confinati in un perenne stallo alla messicana, stigmatizzato sin dal primo film, Le iene, con un analogo huis-clos assassino. Del western rimane l'eco di una questione razziale culturale, evidenziata nel precedente Django Unchained, e dal pretesto dei cacciatori di taglie che giustifica l'ambientazione (assieme alle memorie della Guerra Civile), mentre la presenza di un assassino e traditore tra i presenti è una costante dei suoi film. Tim Roth, Kurt Russel, Michael Madsen e l'immancabile Samuel J. Jackson sono citazioni viventi degli altri film del regista, mentre una trama di vendetta soggiace all'azione per manifestarsi nel finale e, uno dopo l'altro, i papabili protagonisti vengono impietosamente falcidiati. La narrazione sembra stabilmente ancorata al presente e a una cronologia ordinata, ma saranno solo dei salti temporali con diverse prospettive del medesimo fatto a mostrare le taciute verità e a spiegare i dettagli altrimenti inestricabili degli eventi, riportando così ad una tipicità del racconto tarantiniano con la giustapposizione di diverse temporalità.
Passando da Django a Kill Bill (anche per il venefico bianco del manto nevoso), attraversando gli altri film addensati attraverso svariati apporti, The Hateful Eight rimanda però prevalentemente all'esordio del regista, con un corto circuito che riunisce inizio e fine (temporanea) di una carriera con lo spazio vuoto ed astratto di un deposito in disuso ad un altrettanto soffocante e iperrealistica locanda del Far West, in cui si giocano i destini dei personaggi e tutte le pistole vengono puntate contro tutti con gli esiti noti dopo che molte parole sono state spese per indagare sui rispettivi passati e sondare le motivazioni di presunti o reali tradimenti dei numerosi bastardi senza gloria. La consueta melodia degli accenti e del turpiloquio, la recitazione fuori dal canone dell'immedesimazione, la precisione delle inquadrature che ricorrono in ogni film si confermano in questo western sotto assedi, ma si tratta di un assedio interno che ribalta i cliché dei film con la carovana e le diligenze o alla Fort Alamo. Il nemico è già all'interno e mina la narrazione, tanto da interromperla bruscamente mentre si stava facendo più avvincente, deviando così lo stesso film verso un altro corso, riportando all'astrattezza scenografica dell'esordio e a una dimensione quasi esistenziale di nichilismo diffuso e inesorabile.
Alla fine, dopo aver fatto il punto sul proprio cinema ricapitolandolo, nel loro ultimo rantolo di voce Tarantino fa dire ai suoi personaggi che tutto è perduto e che l'unica soddisfazione rimane nell'aver agito correttamente, almeno nel senso della loro peculiare logica e morale. Anche il western è terminato assieme al film. Rimane solo il cinema in quanto puro racconto, un divertissement macabro che può proseguire imperterrito altrove, con altre e differenti modalità, inedite quanto consuete.
The Hateful Eight, onestamente, dopo essersi presentato altrimenti, come un classico d'antan, si confessa una frode, un piccolo inganno come quella lettera che l'ex-schiavo e militare nordista porta con sé, con quella falsa firma del Presidente Lincoln che l'altro superstite gli chiede di leggere in extremis e che gli è servita solo ad aprirgli delle porte, a metterlo in buona luce con chi di lui naturalmente diffidava. Perché, in fondo, anche Tarantino si sente un paria a Hollywood e ha bisogno di spacciare il suo film come un omaggio ai canoni per contrabbandare la sua dolce ossessione, la sua visione personale di cinema, rifacendo, come si accusava ingiustamente anche Fellini, sempre lo stesso film.