L’invisibilità è il perfetto espediente dello
stalker,
come già intuito nel
2000 da Paul Verhoeven ne L’Uomo
senza ombra, prima rilettura negativa
del personaggio di H. G. Wells, qui portata alle sue estreme
conseguenze in tempi di rivincita femminile. Non è un caso, poi, che
a interpretare la vittima e l'antagonista del personaggio eponimo del
film, nonché protagonista assoluta, sia Elisabeth Moss, già eroina
del Racconto dell’Ancella
televisivo e attrice che sembra costruire la sua intera carriera
sull’orgoglio delle donne. Sin da Mad
Men, in cui interpretava l’intelligente
segretaria, poi assistente quindi collega paritaria del pubblicitario
rampante di
Don Draper, la Moss ha sempre
dato vita a personaggi intelligenti e forti, donne autonome nelle
intenzioni e nel comportamento, in aperto contrasto con la
subalternità imposta loro dalla società (di
ogni tempo, dal passato degli Anni 60 al futuro distopico),
caratteristiche già in nuce
nel ruolo della indipendente figlia del presidente Bartlet in The
West Wing e continuate
sino alla poliziotta dolente di Top of
the Lake che indaga su infanzia negata
e ragazze sparite.
Icona perfettamente riconoscibile di una
femminilità orgogliosa, la Moss, nel recente Uomo
invisibile, interpreta Cecilia,
fidanzata di un magnate high tech
costretta ad una forzata reclusione e segregazione dal mondo per la
volontà di possesso totalizzante dell’amante. Riuscita a fuggire
di notte drogando l’uomo, Cecilia si rifugia da un amico poliziotto
mentre il mondo scopre che il suo aguzzino è morto. Ma qualcuno
sembra osservarla da vicino.
Lavorando sul turbamento insito della sensazione
di non essere mai soli e insinuando il dubbio stereotipato
dell’isterismo della donna mentre coltiva la paranoia dell’horror
con l’inseguitore in agguato e slanci slasher
che si confanno alla produzione Blumhouse, il film mantiene a lungo
aperto il mistero dell’invisibilità (se non si è visto il
trailer,
troppo rivelatore) per svelarne solo verso
il finale la natura e il
carattere tecnologico. Quasi tutta le tensione e la messinscena sono
giocate sul ruolo della visione e - come
naturale e ovvia conseguenza -
della visibilità, dalla costruzione con assemblaggio di videocamere
della tuta, che riverbera il
contorno in tutte le sue
sfaccettature dando l’illusione dell’impercettibilità,
per arrivare alle ardite architetture della villa del carceriere, con
alternanza di vetro e cemento, aperture vertiginose verso l’esterno
ad annullare le distanze a contrasto con la solidità di pareti che
separano dal mondo e costringono in interni ogni libertà di
movimento e sensazione di comunione con l’ambiente circostante.
Da uomo invivibile a uomo invisibile il passo è
breve, il cambio
di consonante si traduce in
modifica di senso tramite
il travestimento,
ricoprirsi
di un’armatura
di tecnologia - alla stregua di un Iron Man malevolo - che
maschera
intenzioni proibizioniste e segregazioniste imitando l’assenza.
Attraverso
l’artificio di un indumento improbabile e assumendo un ruolo
sociale plausibile, il ricco filantropo non viene percepito come
aguzzino e non può volere il male bensì essere solo malinteso da
chi non ha carattere ma ha invece
molti concreti
interessi in gioco, la questione
economica venendo sempre ribadita nel corso del film. Abituati a
visioni di
capitalismo
apparentemente illuminato,
tra Stark e Musk, l’uomo si nasconde dietro la rispettabilità
potenziata dal denaro e dal potere nella percezione del pubblico,
un’accezione
corrente diffusa dai media che altro non è che un’ulteriore
travisamento della propria
natura e intenzioni dietro alla facciata riconoscibile e accettabile
dalla vulgata.
Pellicola sadica e sarcastica, L’uomo
invisibile mette la suo centro una
donna assai visibile, vista e guardata, giudicata dagli altri,
scrutata inesorabilmente e vessata
da un personaggio apparentemente assente con tale efficacia da
temersi ella stessa smarrita e illusa, a volte addirittura incerta,
ma mai così debole da essere solo vittima e troppo consapevole da
accettare la passività del ruolo. Con trucchi a volte non
all’altezza ma una grande cura nella costruzione delle situazioni o
della
loro prevedibilità, nell’ostentata
ripetizione con variazione e cambio di senso delle scene replicate, e
al di là delle pur cangianti
(ma limitate) scenografie, il film è un kammerspiel
con una sola protagonista, isolata dal mondo da un persecutore e, in
seguito, dall’altrui manipolato pregiudizio, infine
accerchiata e torturata da una minaccia impercettibile, quindi
anonima e indefinibile.
Nel crescendo di angoscia e solitudine del
personaggio, con
l’asfissiante tormento imposto a cancellare ogni ipotesi di libertà
riconquistata con cui pareva
aprirsi, il film sembra voler ritrarre, con la ferocia ironia
dell’esagerazione satirica e allegorica, la condizione femminile in
America e a Hollywood in particolare, con gli effetti di rivalsa di
gender
offerti del #MeToo, moltiplicati dalla caratteristica di genre
del film horror.
Il
moderno Uomo
invisibile sembra
accordare il filone thriller
al neo-femminismo contemporaneo con un’operazione non lontana da
quella operata su Halloween
con la trasformazione delle scream queen
in carnefici consapevoli. La
rivincita
femminile diventa quindi rappresaglia d’onore, l’affermazione,
siglata nel sangue, della competenza e combattività delle eroine
femminili, non più damsel in distress
standard ma artefici armate del proprio destino (sulla scia delle
Ripley e Sarah Connor di altre saghe cinematografiche) che trascinano
la
natura della pellicola da
horror classico
a revenge movie senza
giustiziere interposto.
E
se qui l’uomo è
effettivamente invisibile (e il protagonista in fondo
rimane tale, letteralmente e metaforicamente, fin quasi al finale, in
ombra, incorporeo
se non addirittura assente o ritenuto morto), è perché è la donna
ad essere l’eroina,
orgogliosa, ribelle ai condizionamenti, capace di affrontarli con
determinazione e di rispondere alla cattiveria di un amore e
di un possesso
molesto con efferata, efficiente scaltrezza, per pareggiare da sola i
conti.