Mentre
sta tornando la Spectre nell’universo rinnovato di James Bond, anche Ethan Hunt
si trova a dover combattere un’organizzazione criminale sovranazionale, dotata
di agenti ben addestrati e di fondi senza limiti, priva di ideologia ma dedita
all’instaurazione pseudo-rivoluzionaria di un nuovo ordine sociale e politico. Il
Sindacato, questa Isis senza religione e sotto temporanea copertura, richiama
l’analoga Convenzione di Alias, serie
spionistica creata da Abrams che fu determinante per il reclutamento del
regista per il terzo capitolo di Mission:
Impossible. Da allora, e con la regolarizzazione di Abrams come produttore attraverso
la Bad Robot, le avventure di Ethan Hunt si sono serializzate e i collegamenti
da un episodio all’altro si sono moltiplicati. E il quinto, in effetti, prende
le mosse dalla conclusione del precedente, dalla riorganizzazione di una nuova
squadra, secondo il modello televisivo originale, dall’assenza di un segretario
di stato, assassinato davanti ad Hunt, e dal sospetto che circonda l’IMF.
McQuarrie
è molto abile a costruire un intreccio di rimandi, iniziando con un’avventura
già avviata nello stile dei classici Bond, a gestire inquadrature e personaggi
con l’esuberanza di Mai dire mai, il
Connery apocrifo, proporre echi di Alias
(ep. 3), offrire covi tecnologici per le operazioni della squadra (ep. 4),
ripetere suggestioni hitchcockiane (ep. 2) con la lunga scena all’opera di
Vienna, sfruttare le imprescindibili maschere mimetiche e ironiche allusioni
(il portachiavi con la coda di coniglio: ep. 3) e, soprattutto, negando l’assolutismo
protagonistico di Cruise restituendogli quella squadra eliminata esplicitamente
(e letteralmente) nel primo episodio. Ma il regista non si dimentica di
costruire trame intricate con doppiogiochisti e traditori imprevisti, com’è nel
suo stile, di sorprendere con scorci architettonici arditi, come già nel
precedente Jack Reacher, e di
sgranare la fotografia dai colori morbidi, richiamando film di prima dell’era
digitale. Consapevole e citazionistico senza essere volutamente postmoderno o
tarantiniano, McQuarrie offre a Cruise il solito veicolo divistico giocando
però anche sull’invecchiamento dell’attore e del personaggio, citando il tempo
che passa e la crescente inadeguatezza fisica, la necessità di una
collaborazione di gruppo per la conclusione della missione e lasciando, infine,
tutto lo spazio per un’adeguata e coerente prosecuzione della ser
Lo
sguardo del regista come autore si svela obliquo, nei dettagli e nelle
strizzatine d’occhio allo spettatore, non mette mai in crisi la narrazione o
l’efficacia spettacolare delle scene d’azione, numerose e ben costruite, a
volte però riprese da una distanza canzonatoria (mai presente nei Bourne, ad esempio) e senza tralasciare
un’ironia di fondo con intermezzi da commedia (delegati soprattutto alla spalla
comica di Simon Pegg), che mette a repentaglio, senza comunque mai
distruggerla, la credibilità dell’insieme. È un invito al gioco che offrono il
regista e i suoi attori, e a stare al gioco delle sue note convenzioni di una
serie spionistica che deve guardarsi le spalle da un rinvigorito Bond, da un
clima geopolitico evoluto rispetto ai “40 anni prima” del suo esordio
televisivo e, pur mantenendosi ben riconoscibile, difendersi dalle innovazioni
tecniche apportare dai Bourne come
dagli altri Salt o Knight and Day (l’autoparodica - o quasi
- rivisitazione del genere dello stesso Cruise). E, ancora una volta,
l’innovazione nella tradizione passa attraverso la gestione della fabula
cinematografica e la sua espressione secondo moduli e modalità tipiche della
narrazione televisiva. Che, in fondo, per Mission:
Impossible, rappresenta anche un ritorno alle origini.