La
pellicola di Alex Kurtzman dovrebbe essere l’abbrivio del nuovo universo
espanso cinematografico, dopo quello di derivazione fumettistica di Marvel (Disney
e Fox) e DC (Warner); più cinefilo degli altri nelle intenzioni, questo ambito
narrativo vorrebbe aggiornare e riunire le figure dei film horror classici
riportando in auge, oltre alla mummia, anche l’uomo invisibile o Dracula e
Frankenstein in un contesto omogeneo il cui nucleo tematico sembra convergere
nel Prodigium, organizzazione acchiappamostri di stanza a Londra, città per eccellenza del gotico cinematografico e
guidata da un certo Dottor Jekill, affetto però da seri problemi caratteriali.
Declinato in una decina di film, il Dark Universe ha reclutato fior fiore di
attori e registi per rimasticare le stesse storie e, sostanzialmente, affermare
l’incapacità di Hollywood di cercare nuove strade narrative o spettacolari ma
confermare la volontà di spendere per lussuose confezioni vuote di reale
interesse, salva restando la possibilità di rimanere sorpresi da singoli film e
da inedite e non volute zampate autoriali.
Abile
sceneggiatore in coppia con Roberto Orci, soprattutto se sotto la valida
supervisione di JJ Abrams (Star Trek,
Fringe, Mission: Impossible III), Kurtzman nelle sue produzioni o creazioni
seriali (tra cui Sleepy Hollow, Hawaii 5-0, Limitless, Scorpion) si
limita a riciclare senza inventare, riadattando serie o temi altrui con una
dedizione all’assenza di moderna serializzazione a tutto vantaggio di una
struttura degli episodi meramente autoconclusiva. Anche registicamente,
Kurtzman non sembra interessato a fare della Mummia altro che il primo capitolo di un universo in via di
definizione, con una direzione sufficientemente piatta da non risultare mai
innovativa e totalmente al servizio della star. È soprattutto Cruise, infatti,
l’anomalia del film, un attore che difficilmente si lascia coinvolgere in progetti
in cui non ha piena autonomia produttiva o in una serialità di cui non sia
l’elemento centrale (come nei cicli di Mission:
Impossible o del più recente Jack
Reacher). Come sempre, comunque, Cruise impegna energia e vitalità nel dar
forma ad un personaggio non del tutto limpido perché il suo Nick è un paramilitare
non disinteressato a caccia di tesori antichi. L’effetto complessivo è quello
di vedere un tipico personaggio di Cruise in perenne movimento e fuga da
pericoli vari, stavolta incarnati (o scarnificati) in un’antica mummia egizia,
talmente maledetta da essere stata sepolta in Iraq e desiderosa di riconquistare
il mondo tramite l’avvento del dio della morte. In questo ambizioso progetto,
il personaggio si trova suo malgrado coinvolto e prescelto come veicolo per la
metempsicosi della divinità, risulta attratto e disgustato dalla bendata quasi
faraona. Antieroe per carattere, Nick si trova pertanto a dover lottare contro l’egiziana
e le sue orde di rinati ischeletriti, zombi disarticolati abbastanza facili da
disinnescare per la fragilità delle ossa.
Mentre
sembra di vedere Michael Jackson e se ne rimpiange la musica, John Landis torna
comunque alla mente perché lo pseudo-archeologo mercenario è assillato dalla
vista dell’amico morto, che gli si manifesta sempre più deperito a spiegargli
le tappe del suo poco lieto destino, come in Lupo mannaro americano a Londra. La freddezza registica di Landis
tingeva di sarcasmo l’orrore della maledizione, mentre l’indifferenza
stilistica di Kurtzman non può che avvalersi della variazione ironica
dell’interpretazione dell’attore principale, che, come il personaggio, sembra
coinvolto suo malgrado in una macchinazione da cui vorrebbe fuggire, con tanto
di Jekill in versione scienziato pazzo (e Hyde bonaccione agente del caos). Il
Prodigium, l’organizzazione che a lui fa capo è dedita alla caccia dei mostri e
richiama - inconsapevolmente o per plagio indiretto dovuto alla tempistica di
esecuzione televisiva - i “British Men of Letters” dell’ultima stagione di Supernatural, serie che ormai da una
dozzina d’anni si cimenta (sulla nobile scia di X Files) nel trasformare leggende metropolitane e riferimenti ai
classici dell’orrore in spunti narrativi, spesso con arguta anto-consapevolezza
metatestuale. E come i Letterati seriali, anche il Prodigium mostra un’insana
indifferenza per il destino individuale a vantaggio esclusivo dell’eliminazione
del mostro, sebbene non si capisca perché sia proprio Jekill (Russell Crowe in
modalità saccente e supereroistica come in Man
of Steel) ad averne le redini, dati i suoi sbalzi d’umore.
Destinato
a non morire per necessità di sequel, il mercenario redento dalla generosità si
trova a diventare la novella mummia, dopo la distruzione della sgradevole
aspirante dea, e a vagare per deserti (e città, con ogni probabilità) in attesa
di confrontarsi con gli altri mostri ed eroi, tra cui Johnny Depp, in recenti ambasce
finanziarie e ormai incapace di recitare senza mascheroni, nella parte
(appunto) dell’uomo invisibile, o di Javier Bardem in quella del mostro di
Frankenstein (con tanto di fidanzata Jolie), dopo esser stato marinaio
mostruoso e marinato nell’ultimo Pirati
dei Caraibi.
Come
primo titolo del Dark Universe, il film di Kurtzman, peraltro non aiutato dagli
incassi sperati, rischia di mummificare l’aspirazione di rifare le vecchie
pellicole in serie con film che, apparentemente, non vogliono che riferirsi ai
classici, mancando dolorosamente dell’ambizione di eguagliarli in qualità e,
soprattutto, senza la pretesa di creare altre e nuove icone ma solo,
tristemente, di sfruttare parassitariamente la gloria di quelle passate,
sperando rimangano sempre attuali.