Novello Matrix
postmoderno, il più recente film di Spielberg porta a compimento
quel recupero nostalgico degli Anni 80 inaugurato da Super
8 di Abrams (da lui
coprodotto) e proseguito in un filone ormai quasi inestinguibile di
serie e di film che vanno da Stranger
Things ai Guardiani
della Galassia,
passando per Deutschland
83 o per lo stesso
revival di Star
Wars, così come
dai reboot
quali Ghostbusters
o Mad Max
e dai rifacimenti, sia televisivi che cinematografici, di titoli
ormai classici come Blade
Runner, o
poco più recenti quali X-Files
o Twin Peaks.
Ma il film di Spielberg si propone come una summa di tutti i
riferimenti incrociati possibili e crea il paradiso nerd di una
realtà virtuale talmente ampia ed avviluppata da inglobare
indifferentemente tutto il passato pop conosciuto, un universo
espanso totalizzante e talmente immersivo da risultare alternativo
alla vita reale, con cui in interfaccia per meri motivi fisici.
Come in Matrix
esistono due mondi separati, sebbene qui persista la piena
consapevolezza della differenza tanto che, anche registicamente, il
versante reale è interpretato da veri attori mentre quello virtuale,
gestito da leggi che prescindono dalla fisica, da avatar e fondali
CGI. Funzionale ad una fuga dallo squallore ambiente, Oasis è un
gioco universale senza evidenti fini di lucro, uno strumento di
distrazione di massa per una positiva alienazione e integrazione
edulcorata alla realtà. Alla morte del suo ideatore Halliday, un
Jobs infantile e gentile interpretato da Mark Rylance, feticcio
dell’ultima produzione Spielberg (GGG,
Il Ponte delle
Spie), la
multinazionale IOI tenta di impossessarsi delle chiavi del gioco,
lasciate in eredità dal creatore al campione che supererà le sfide
imposte da Oasis, per trasformare quella realtà alternativa in mero
strumento di costrizione volontaria in cui ogni azione e sguardo si
trasformino in guadagno per la compagnia. Entrambi gli universi
narrativi sono studiati per soggiogare le persone: nella creazione
delle Wachowski gli umani sono batterie per alimentare le Macchine,
onnipotenti intelligenze artificiali che hanno soggiogato il pianeta
e i suoi abitanti, i quali vengono mantenuti in vita con l’illusione
della normalità; nel film di Spielberg le persone si alienano in una
finzione costante visibilmente artificiale che, negli auspici della
IOI, ne monetizzerà il comportamento e l’attenzione a puri fini di
lucro.
In questo futuro di diffusa
povertà, baraccopoli onnipresenti di trailer
park verticali e
proletariato come unica classe sociale priva di ambizioni di
riscossa, le risorse mentali e fisiche vengono riservate alla fuga in
Osasis, un inferno di dipendenza per gli adulti e un paradiso di
evasione per gli adolescenti. Rifacendosi al plot di Goonies
(o alla sua versione dark in Stand
By Me), con una
banda di ragazzi alla ricerca di un tesoro nascosto , Ready
Player One è la
celebrazione del nerd, della competenza volontaria e appassionata per
un argomento specifico e dell’abilità videoludica trasformata in
filosofia di vita. Nelle cangianti vesti di Parzival e dei suoi
accoliti attraversiamo l’intero universo di riferimento del
creatore del gioco, adolescente in quegli Anni 80 che hanno modellato
un immaginario collettivo pesantemente influenzato dallo stesso
Spielberg (che, in fondo, in quel demiurgo divertito si immedesima,
condividendone anche il berretto da baseball e i vestiti dimessi),
con una carrellata lisergica e spettacolare senza fine, come le
montagne russe dell’inestinguibile piano sequenza di Tintin
che trascinano senza tregua lo sguardo e l'interesse. Con l’andamento
da road movie
immobile, con l’unità fisica di luogo di un corpo
obbligatoriamente fermo nella fruizione (del film per lo spettatore e
del gioco per i personaggi) corrisponde la dissipazione dello spazio
fantastico nel gioco e la visione di mondi costantemente in
evoluzione. Lo spettatore è catturato da un parco giochi senza tema
specifico (se non la nostalgia) e con continui salti da un’attrazione
all’altra, la vertigine dei sensi è continuamente stimolata dalla
percezione (più che dalla vista) di riferimenti e citazioni, da
un’overdose di ammiccamenti e rimandi, di cliché diventati
classici che riprendono vita nel caos di un sogno ad occhi aperti che
vola da Ritorno al
Futuro ai film di
Hughes, dal cubo di Rubik al Gigante
di Ferro e tutto
quanto sia possibile mostrare o a cui far accenno.
Ma Spielberg è, innanzitutto,
un cinefilo e una delle sequenze più belle permette di entrare
dentro Shining,
ricostruito con la genialità dell’originalità digitale che
permette variazioni sul tema, ripercorrendone le sequenze come in un
viaggio in un territorio noto ma misterioso, perché soggetto a
modifiche in base alle scelte dell’esploratore. Il film di Kubrick
diventa un terreno di gioco virtuale, fedele all’originale e del
tutto rispettoso del suo valore (ovvero l’atteggiamento di Abrams
verso il mondo di Star
Wars con l’incipit
della nuova trilogia), ma dove hanno spazio ulteriori scoperte e
trasformazioni, da analizzare e scandagliare con il rispetto e
l’attenzione di un diverso punto di vista, con l’atteggiamento di
un esegeta o di un giocatore. Perché i nerd protagonisti non sono
semplici esecutori di una parte già scritta bensì, anche, degli
specialisti capaci di studiare ed approfondire aspetti inediti di
un’opera, dei critici oltre che degli spettatori, amatori mai
amateur
o principianti che, proprio per la passione della competenza,
riescono a districarsi nei meandri del mistero imposto e a risolvere
gli enigmi architettati dall’artefice del gioco coi suoi easter
egg nascosti nei
diversi strati della narrazione.
Così la ricerca delle chiavi
fisiche verso livelli inediti di gioco si attua attraverso la
conquista di nuove chiavi di lettura del gioco stesso, di inedite
interpretazione delle intenzioni del suo artefice, diventano, cioè,
chiavi di accesso ad una nuova consapevolezza anche per gli altri
utenti del gioco che seguono, in diretta, le avventure degli avatar
protagonisti e delle loro incarnazioni in lotta con nemici ben più
numerosi e potenti. Spettacolare anche dal punto di vista
metanarrativo, Ready
Player One, pur
nell’asprezza della prospettiva di una realtà alienata e oppressa,
offre la speranza di una rivalsa, la chimera di una liberazione dal
giogo videoludico in cui il messaggio della narrazione di Oasis venga
percepito nella sua essenza di prospettiva rivoluzionaria, di
acquisizione di conoscenza e, pertanto, del potere di discernimento
tra materialità e creazione, tra verità e fake
news nella
prospettiva di potersi togliere la mascherina virtuale per entrare
nella realtà e combattere per la propria indipendenza.
Non si tratta di far tabula
rasa di ogni residuo passato ma di riorganizzarlo in modo efficace,
di fare del nerd un eroe perché ha trasformato la competenza in
conoscenza e l’ha trasferita nel mondo reale, modificandolo. Ed era
questo, probabilmente, il sogno del giovane Spielberg o di ogni
aspirante artista, di dar vita ad un mondo nel mondo, far confluire
vita e fantasia, il lavoro con l’arte. L’utopia, a dispetto delle
premesse, fa breccia nella distopia e, come sempre, un senso
progressista si fa largo nel cinema di Spielberg che, coerentemente
con il lavoro precedente, The
Post, sebbene con
ben diversa modalità, rielabora il passato (là storico, qui
iconico, ma la differenza è labile) per fornire chiavi di lettura
del presente ed esempi di comportamento virtuoso. Spielberg cerca
sempre un barlume di speranza o ne indica la via, manifestando
quell’apparente indefesso ottimismo che in molti gli rimproverano
tacciandolo di infantilismo, spesso dimenticando però la crudezza di
uno sguardo (incrementata da quando la fotografia è di Janusz
Kaminski) che privilegia invece la disillusione e il realismo, la
crudeltà e l’amarezza di vite sprecate e di società ingiuste e
che, molto spesso, si congeda dallo spettatore con forti ed inquiete
dissonanze che dissipano la favola in una affabulazione più
complessa e articolata.