Ultimo
capitolo della serie derivata degli X-men di cui racconta le origini, Dark Phoenix è, quindi, un prequel della serie inaugurale delle
avventure cinematografiche dei mutanti; ma anche un sequel di quella saga secondaria e, per il contenuto, un remake del terzo capitolo (Conflitto finale) di quella originale,
ciò che rende l’intera serie sulle origini un reboot di quella primigenia poiché rinarra, le medesime vicende con
altri protagonisti. Si tratta, insomma, di un film mutante e dalla mutevole
identità, alla stregua dei suoi personaggi.
Se First Class (X-Men: L’inizio) si
divertiva a recuperare un certo spirito swinging
degli Anni 60 in cui era ambientato, ammiccando ai primi James Bond e trattando
il materiale supereroistico con umorismo e citazionismo scanzonato, il secondo
capitolo della serie ringiovanita, ambientato negli Anni 70, inseriva uno iato
con gli eventi precedenti, cancellando mutanti e introducendone altri nuovi, per
poi muoversi nel tempo sino ad inaugurare una diversa linea cronologica che, di
fatto, permette alla serie derivata di sovrapporsi all’originale ed autorizza
il reboot di Dark Phoenix. Gli eventi dell’ultima pellicola (ambientata negli Anni
90, nel 1994 per la precisione) infatto anticipano e variano quelli raccontati
in Conflitto Finale (2006) e l’inizio
stesso della prima trilogia (2000). Un’inutile cacofonia visiva è stata
introdotta nel frattempo da Apocalisse (con
ambientazione negli Anni 80), ultima partecipazione di Singer alle vicende dei
mutanti (escludendo produzione esecutiva e regia del pilota di The Gifted,
serie Fox appena cancellata), uno dei pochi film su concessione Marvel (anche
se di produzione Fox ed estranei al MCU) a compiacersi della distruzione
ambientale e del tripudio di effetti visivi tipici delle pellicole DC (e
dell’influenza di Snyder) invece di interessarsi alla psicologia dei
personaggi.
Dark Phoenix sembra invece fare marcia
indietro, riconducendo perfettamente all’estetica della prima trilogia ma
cambiandone gli attori e le vicende, con Xavier alla guida dell’omonima scuola
e compiacente nella cerca di pace e coabitazione con gli umani rendendo i
mutanti una squadra di simil-Avengers (gli X-Men), superdotati risolutori di
superproblemi, mentre Magneto si è ritirato pacificamente sulla terra
concessagli per l’utopia segregazionista mutante (Genosha) di cui è sempre
stato ossessivo fautore. Sullo sfondo dell’eterno dilemma dell’integrazione,
tema esplicitamente singeriano del riconoscimento e dell’accettazione della
diversità, il film inserisce potenti rivendicazioni di genere sin dalle quasi
iniziali parole di Raven, per la quale, data l’importanza delle donne durante
le azioni mutanti, si dovrebbe ribattezzare il gruppo “X-Women” e non
assoggettarsi al semplice e solo volere delle istituzioni per cercare di vivere
una vita autonomamente felice. Inoltre, il film funge da introduzione della
trasformazione di Jean Grey in Fenice e fa eco, anche estetica, al recente Captain Marvel dei Marvel Studios (del
resto il primo nome da mutante di Jean è “Ms Marvel”), con un’eroina che
diventa pressoché onnipotente, fiammeggiante di lampi di luce e di energia
compressa (il primato di un film superperoico con protagonista -e regista-
donna è comunque della DC con Wonder
Woman). D’altra parte, Carol Danvers non ambisce al dominio del mondo, pur
facendosi immodesta paladina dell’intera galassia, mentre Jean Grey (come la
Sansa Stark interpretata dalla stessa Sophie Turner nel Trono di Spade) ha maggiori ambizioni e accarezza l’idea di
vendicarsi dell’universo, o per lo meno della razza umana.
Ovviamente
istiga Jean Grey e conduce sulla cattiva strada l’extra-terrestre interpretata
da Jessica Chastain (a sottolineare la linea portante femminile del film), capo
di una sorta di consorteria di alieni mutaforma abbastanza arrabbiati per la
distruzione del loro mondo di origine e interessati a quell’energia stellare
che Grey riesce a contenere. Questa trama, pur fornendo mezzi e pretesti per lo
sviluppo più spettacolare, risulta infine un ingombrante Macguffin che distrae
dalla semplicità di un racconto di formazione che amplifica a dismisura il
concetto Marvel dei supereroi con gravi problemi e porta alle estreme
conseguenze il fatto che da grandi poteri derivino grandi responsabilità. Riallacciandosi
all’inevitabile esito di Conflitto finale
(e, forse involontariamente, al sacrificio di Tony Stark in Endgame), la scelta cristologica di Jean
Grey di immolarsi per salvare il mondo (e gli amici) non fa che sottolineare
l’importanza di genere nel ritratto di supereroi femmine (e, come Danvers, ben
più potenti dei maschi) e inserisce la piena finale consapevolezza delle
proprie azioni che nella prima versione del personaggio sembrava latitare (era
l’innamorato Wolverine ad andare melodrammaticamente contro il proprio affetto
nel sopprimere l’incontenibile Fenice Nera). Aggiornando personaggio e
tematiche, il film diventa un altro tassello nella trasformazione
dell’immaginario collettivo americano che stanno operando il film
supereroistici, con donne forti e minoranze orgogliose, amplificato dal basso
continuo della discriminazione della differenza che rimane alla base della
narrazione dei mutanti.
Film
debitore non solo di tutti i film precedenti ma di diversi apporti di influenze
esterne, varie e molteplici, spesso solo accennate o soltanto intuibili, da X-Files a Terminator, La cosa e L’invasione degli ultracorpi come World War Z o Skyfall, Dark Phoenix a
volte risulta un po’ fiacco nelle scene d’azione (non numerose, peraltro) o
schematico nel riportare subito i personaggi in linea con le proprie ossessioni
senza passaggi critici intermedi. La pellicola dell’esordiente Kinberg si trova a dover mescolare il déjà-vu con l’ambizione di raccontare
qualcosa di nuovo o da una diversa angolazione, sfruttando però la scorciatoia
del già visto come una catena di easter
eggs ammiccanti, spesso non riuscendo appieno nel sorprendere ma senza però
annoiare o divagare troppo. Anzi, gli è semmai imputabile una certa
superficialità e difficoltà nella gestione dei vari protagonisti, ridotti a
figurine di contorno all’avvento della nuova Fenice, come in un serie
condensata a forza in un film per non perdere le fila del racconto.
Accusato
generalmente di stanchezza, di mancanza di idee e spettacolarità, Dark Phoenix sembra invece un film
appagato, dalla regia funzionale che tenta di riallacciare e portare a termine l’intera
complessa tela degli X-Men (nella loro incarnazione rinnovata) facendo per la
prima volta a meno dell’iconica figura di Wolverine e finendo col riunire
Magneto e Professor X al “Cafè des vieux copains”, all’angolo di Rue de la Paix
a Parigi, mentre si staglia nel cielo la scia di una Fenice e le diverse trilogie
giungono a compimento.