venerdì 12 ottobre 2007

Premonition di Mennan Yapo

Nella perdita improvvisa del marito, la vita di Linda si sfalda, il senso preciso dei giorni e della ripetitiva quotidianità scompare, il tempo si muove discontinuo perché la logica apparente della realtà è venuta meno. Il sonno non dà conforto ma preannuncia un'altra giornata nel flusso intermittente di una tragedia incomprensibile. Premonition è costruito come un thriller psicologico con venature paranormali, e il regista pare seguire le orme di Shymalaian, costruendo scene dilatate il cui realismo è incrinato dall'ipotesi fantastica. Benché la struttura a suspense, la trama misteriosa e l'andamento criptico richiedano una spiegazione esauriente, la sceneggiatura la rifiuta. Il film pare smarrire il suo fulcro rimettendosi all'incapacità di capire la vita, lasciando che la sua contraddittoria corrente ci trasporti. Segue invece un precetto quasi buddista, tendenzialmente new age, sull’illusorietà di ogni cosa, che però contrasta con il riferimento esplicito alla religione cattolica, al bisogno perentorio di cieca fede direttamente espresso da una scena centrale.
Anche lo spettatore deve rinunciare alla verità di un chiarimento univoco per apprezzare il film, lasciarsi trasportare dalle immagine e dal senso dei dettagli, guardare l'insieme da fuori, osservarlo oggettivamente allontanandosi dal personaggio centrale che gli imprime un moto centripeto. Solo allora la tragedia interiore acquista senso, la confusione si appiana. Bisogna andare contro la stessa scelta registica e la soggettività imposta per leggerla come espressione patologica di un microcosmo infranto, i cui pezzi non si ricomporranno mai, schegge di specchi e vetri che indicano un forma persa di cui rimangono dolorose tracce, pericolosi frammenti capaci di ferire e incidere la carne.
Premonition racconta soprattutto la crisi esistenziale di una donna afflitta dalla perdita di un sogno d'amore e di felicità, di una fede laica in quella coerenza imposta dalla vita che si è scontrata e ed stata disfatta dalla concretezza quotidiana degli obblighi e degli affetti, la cui evidenza si era già manifestata prima dell'incidente. Dopo il quale, però, i limiti della verità diventano evanescenti, vaghi e labili, mentre corpo e mente non riconoscono volti ed eventi, rimangono a tutto estranei nel continuo confuso tentativo di capire e ricostruire il contesto.
Sebbene narrativamente si sforzi di sondare la mente del personaggio della Bullock, il film diventa soprattutto un documento sul corpo dell'attrice, quasi sempre in primo piano, presente in ogni inquadratura e capace di suggerire e sfumare sentimenti con pochi accenni, con un bravura ben poco sfruttata al cinema (ad eccezione di Barbet Schroeder) che la relega ai confettini romantici di seconda fila. Un corpo apparentemente troppo perfetto, un viso quasi di plastica, che sembrano animarsi improvvisamente di scosse di vita e vitalità violente nel dar consistenza ad una casalinga ossessiva e compulsiva, annullata nel proprio ruolo, in un'esistenza guardata da dietro ad un vetro, nel boccale artificiale dell'equilibrio domestico, in cui fluttuano simili i giorni e le persone amate, mentre le discrepanze si celano nella rifrazione del liquido amniotico di un'armonia familiare postulata come tale. Linda ritrova la forza di tornare a vivere in prima persona, senza derivare la felicità e l'equilibrio dalle persone vicine, diventate improvvisamente pedine e comparse di un incubo psicanalitico. La sua odissea è la presa di coscienza regressiva e traumatica della necessità di una nuova vita, nascosta nel film da una riorganizzata scansione cronologica che è solo una ricostruzione ad intermittenza degli eventi, la metafora della interiorizzazione di un trauma e insieme l'elaborazione di un lutto gravato dal senso di colpa e mascherato dalle autodifese che la mente escogita senza palesarle.

Shrek Terzo di Chris Miller, Raman Hui

Nell’universo delle favole, tutto è rappresentazione, messa in scena fittizia di paure reali, leggende o folclore che assumono senso in corpi fantastici e storie irreali. Nell’universo di Shrek, dove le favole sono reali, tutto rimane rappresentazione, messa in scena fittizia di stereotipi veri traslati in luoghi irreali. In questa parodia dell’America hollywoodiana, dove Molto Molto Lontano è il regno magico di Beverly Hills, trovano largo spazio le finzioni teatrali di Azzurro, Principe predestinato e sfigato, che riacconcia il mondo al suo volere, raccontando la favola bella della sua vittoria sulle forze del brutto in un trionfo fittizio di effetti speciali. Il gioco di specchi è ardito e arguto nel terzo capitolo di Shrek, orco erede indegno di un regno incantato in cui i personaggi delle favole si animano di vita e cliché, prigionieri di una narrazione preesistente da cui non possono emanciparsi davvero. Rimangono necessariamente riconoscibili, perché in quei termini noti e perenni il personaggio ha la sua esistenza e ragion d’essere, nei limiti imposti dalla ripetizione le linee guida di comportamento, il raggio d’azione e di esistenza. Ma il sequel del proseguimento impone ben altri dogmi, conformando ai canoni noti e alla doppia, stretta briglia della tradizione e della prosecuzione ogni via di fuga originale, in un giro di valzer di varianti ipotizzate per essere scartate.
Con le poche aggiunte al cast d’origine, l’opus terzo propone e dispone sconvolgimenti soltanto virtuali, giurando fedeltà al dato ben noto di un mondo immaginifico sempre più verosimile, gravato però dai lacci di uno scontato ancoraggio ai modi e mezzi della vita americana, delle citazioni musicali e cinematografiche, un regno fatato fin troppo suddito del suo pubblico reale, da cui farsi riconoscere e amare. Se Shrek è troppo sgraziato per essere dignitoso regnante nella messinscena del potere di fronte agli astanti in una cerimonia ufficiale, allora deve trovare un sostituto più decoroso e decorativo, più adeguato al gusto diffuso. E in fondo è quel che chiede Azzurro, essere ciò per cui è stato disegnato e designato, rientrare nei ranghi del proprio ruolo istituzionale, narrativo o esistenziale. Eppure è lui il nemico vanesio, la minaccia costante di un ritorno all’ordine consueto, inconsapevole metafora della sua stessa nemesi, della favola in cui è raccontato che rientra fedelmente nei ranghi consueti dei canoni imposti dai racconti precedenti.
Shrek terzo manca di novità e ritmo, si appesantisce in messaggi scontati, si salva per la grafica perfetta e l’illusione ormai completa. Ma è solo illusione di libertà, di potenzialità illimitata e inespressa. Tutto è riflesso da uno specchio deformante, che nella caricatura attenua il divertimento, recuperando quanto possibile da quanto già scritto. Se tutto funziona, non molto sorprende, intrattiene senza tanto coinvolgere perché la formula magica, diluita, ha perso vigore.