giovedì 17 agosto 2023

Guardiani della galassia: Vol. 3 di James Gunn



Nel suo congedo dall'Universo Marvel, per diventare il plenipotenziario del corrispettivo DC-Warner, James Gunn accompagna verso il sipario anche i protagonisti dei Guardiani della Galassia, un consesso di freak sconclusionati, come già la Suicide Squad del suo assaggio DC, a cui riesce a farci appassionare con ironia e senza distacco. Perché in quei personaggi si finisce per credere, all’arbusto monocorde, all’orsetto irascibile, al picchiatore ottuso, alle sorelle colorate e al quasi terrestre perennemente fuori posto.

Con minor verve registica rispetto a Suicide Squad, dove ogni inquadrature doveva sorprendere e divertire con una trovata eccentrica (dettagli fori contesto, scritte in sovrimpressione ecc.), l’opus finale dei Guardiani della Galassia si affida ai personaggi, dedicando a ognuno lo spazio necessario all’approfondimento fino alla descrizione delle ragioni di un reciproco affetto che, per carattere, i protagonisti non vorrebbero esibire e alla definizione di una famiglia (che potremmo, allora, definire queer), fatta di membri diversi, la cui differenza si annulla proprio in una sorta di amore.

E il film si costruisce appunto dalla contrapposizione tra l’unità che, banalmente, fa la forza del gruppo, e il conseguente rispetto, a confronto con l’egoismo egotistico dell’Alto Evoluzionario, essere quasi mistico di über-scienziato, dedito alla mera e speculativa esplorazione delle possibilità combinatorie delle varie specie. Ne derivano creature assemblate, cyborg animalier ingabbiati per sperimentazioni varie, per poi essere sacrificati per passare oltre. Un personaggio in fondo solitario perché in competizione con se stesso, piagato dal senso di superiorità e onnipotenza, quindi offeso dalla possibilità di un’intelligenza o un'intuizione simile se non addirittura migliore della sua, tanto da voler massacrare quel sorprendentemente sveglio animaletto. Un personaggio assetato di sangue e potere, ciecamente monomaniaco e non dissimile, nel tratteggio (nero di viola vestito e sopra le righe), da Kang il conquistatore di Quantumania, con una maschera per viso che sembra uscita da Brazil di Gilliam.

E l’idea di comunità solidale si esemplifica ulteriormente nel cranio volante del celestiale, abitato dalla congrega dei Guardiani e dei loro accoliti, sia nell’ampliamento ad Arca letterale, che imbarca anche tutti gli animali, in quanto esseri senzienti meritevoli di vivere, salvati dal vascello in fiamme dell’Evoluzionario.

Tra il gotico e il favolistico alla Tim Burton e uno spassoso gusto pop (la Contro-Terra come la periferia di Edward Mani di Forbici), Gunn non lascia spazio al semplice sentimentalismo, trovandone radici e ragioni, svicolando dalle strettoie della retorica sino a commuovere ad ogni pericolo o morte di un personaggio. Anche Warlok, ennesimo esperimento di super-uomo, stolto quanto potente come un Superman senza discetto (o un Eterno in cortocircuito), finisce, non solo per aggregarsi alla grande famiglia allargata, ma a ridefinirsi come neo co-protagonista.

Senza timore per il cattivo gusto anzi, spesso inseguendolo per superarlo con ironia e grottesco, Gunn, erede consapevole di Todd Browning, porta lo spettatore a immedesimarsi negli strani esseri dei Guardiani, a guardarli con divertito rispetto, comprendendone le buffe logiche e condividendone gli affetti, in una commedia slapstick che riporta a Balle Spaziali (il raffreddamento siderale di Star Lord, cita il Volume 1 ma ripete anche l’assideramento di Leia in Star Wars: Gli ultimi jedi), attraversa rom-com (Gamora reticente e Peter nostalgico) e sit-com (i protagonisti e i loro cliché comportamentali, la stessa Contro-Terra), sfugge nel fantasy, diventa space opera, recupera Dickens e i suoi orfanelli truffaldini e i mostri sociali, parodia Noè e, infine, torna con i piedi per Terra. Il tutto, senza dimenticare mai né perdere per strada i suoi personaggi o soffocarli nell’azione, le cui esagerazioni vengono addirittura sottolineate dal ralenti in stile Peckinpah, tanto che il film stesso (e la trilogia) potrebbe essere considerato una variante demenziale del Mucchio Selvaggio, una sorta di ‘mucchio selvatico’ di strani animali bizzosi.

Con onnipresente ironia e inedita delicatezza, la regia non si imbizzarrisce come in Suicide Squad per accomiatarsi dagli amici con la sincerità di un addio tinto di nostalgia, come quella chiacchierata tarantiniana (discutono di musica) in compagnia prima della battaglia nel primo sottofinale (western), o in famiglia nel secondo (domestico), e la promessa del ritorno almeno di Star Lord., anche se con una firma diversa.

Doctor Strange nel multiverso della follia di Sam Raimi


Dopo che il suo Peter Parker aveva fatto irruzione nel panorama Marvel, Sam Raimi, regista dei primi Spider-Man cinematografici, prende le redini del sequel dell’ultima pellicola dedicata all’Uomo Ragno per raccontare la disavventure multicolori e multiversali del fu Stregone Supremo, ora dilettante dotato. Ma il film sembra soprattutto il seguito della serie animata Marvel What If… che attraversava i vari universi narrativi dei fumetti inserendoli nella visione onnicomprensiva del silenzioso Osservatore Uato, alieno che dalla Luna guarda la Terra e i suoi eroi, mentre si domanda cosa sarebbe successo se… Così il multiverso diventa il serbatoio delle infinite potenzialità narrative offerte dal materiale di partenza, di innumerevoli variazioni sul tema, un indice del libro di tutte le possibilità non scelte ma in esso racchiuse. E di un volume, in effetti, si parla nel film, il Darkhold, già emerso nella serie tv generalista (quindi pre Disney+) Agents of S.H.I.E.L.D., testo mistico e infernale che non può non ricordare il Libro dei Morti all’origine della Trilogia della Casa di Raimi stesso.

Wanda Maximoff,diventata Scarlet Witch grazie al Darkhold, potente libro di magia, sfrutta il suo accresciuto potere di condizionamento della realtà e sconvolge il multiverso nella convinzione di poter riavere i figli avuti con Visione in quell’illusione di vita ricreata in forma di sit-com macabra dalla propria schizofrenia in Wandavision. E Strange la insegue per cercare di fermarla e impedire la distruzione di ogni variante del mondo, coadiuvato da una side-kick kid di estrazione messicana, per ampliare la platea.

Film di specchi e di varianti, Il Multiverso della follia, centrale nella fase IV del MCU, permette a Raimi di lavorare sulla digressione e sulla moltiplicazione, rilanciando ogni volta una narrazione stranamente lineare nei suoi elementi portanti, a dispetto delle apparenza avventurosa e variabile, con l’ossessione della felicità ad ogni costo come fulcro, ovvero la follia monocorde di Wanda (a cui fa riferimento il titolo), che però si riverbera anche nel rimorso romantico di Strange, quell’amore perso nel primo film e abbandonato definitivamente in questo, con la concessione della felicità all’amata. Ed è nello scarto tra le due scelte che si afferma il dissidio tra i due personaggio, uno avvezzo alla perdita e alla rassegnazione, l’altra forsennatamente artigliata ai propri desideri irrealizzabili.

Al di là del funambolismo delle ambientazioni e dell’apparenza imprevedibile delle avventure, si tratta di un film sulla perdita, che si smarrisce però nel voler nascondere la propria natura malinconica e melodrammatica sotto la solita coltre di giostre e magie, di effetti digitali, e in cui le varianti diventano uno specchio della personalità e di ogni sua possibile espressione dei personaggi, sino alla follia. Raimi si nasconde dietro alle giostre multicolori di un universo volutamente kitsch e fantasmagorico, con tinte horror e lisergiche, per raccontare il dolore della perdita nei due antagonisti. mentre mostra allo spettatore ogni riverbero possibile delle proprie scelte. Come una lezione di filosofia tra Kirkeegard e Aristotele, tra bontà e cattiveria e la responsabilità di ogni decisione, il regista confonde etica ed estetica all’interno della religione di un cinema che si vuole più profondo della propria confusa superficie.

Ma non si riesce a eliminare il dubbio che tutti i nuovi film Marvel, dopo la deflagrazione di Endgame, siano da una parte conclusivi e dall'altra meramente introduttivi. Se accompagnano verso la tomba molti degli eroi “classici” della prima fase (in questo caso Wanda, dopo lo strepitoso exploit seriale ), dall’altra le vicende sembrano solo dei pretesti per annunciare le prossime storie e introdurre nuovi eroi, sfruttando i personaggi noti come meri lasciapassare per altre destinazioni, in parte perdendo però l’impeto centripeto delle prime fasi del MCU che lo avevano reso enormemente coerente sino alla conclusione della fase 3. Così, nella vorticosa follia del multiverso, Strange vede Mr Fantastic (adesso con il volto e gli arti di gomma di un ipotetico John Krasinski) e il Dottor X, nell’incarnazione classica di Patrick Stewart (i mutanti e i Fantastici 4 sono i nuovi apporti Marvel dopo l’acquisizione della Fox), e si affollano, con morti più o meno violente, il capitan America di Peggy Carter, la reminiscenza della pessima ultima serie ABC dedicata agli Inumani con l’attore già protagonista del re muto Black Bolt, una diversa Capitan Marvel.

Tra summa di citazioni, strizzatine d’occhio cinefile e nerd, ipotesi di sviluppo, anticipazioni di nuovi elementi e personaggi, il Multiverso (o MCU?) della Follia si profila come un campo da gioco infinito, l'ambito di tutte le variabili e varianti ipotizzabili dei character noti, un What If… potenziato che non finisce di affastellare sottofinali e di ripartire per “esplorare “strani, nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà [...], fino ad arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima”. O forse a tornare indietro per ricercare una perduta coesione.

Spider-Man: No way Home di Jon Watts


Costretto a crescere, Peter Parker si ritrova alla fine del liceo che, in ogni teen-drama che si rispetti, quale è in effetti l’essenza dei film Marvel ispirati all’Uomo Ragno, rappresenta un rito di passaggio doloroso quanto necessario per accedere alla fase adulta. Ton Holland aveva indossato i panni attillati del supereroe di quartiere senza origin story, essendo la storia del morso del ragno potenziato stata narrata altrove e più volte, una trovata che aveva alleggerito la sua entrata in scena nel consesso degli Avengers e liberato i film dal fardello della ripetizione.

Ma quella narrazione, imprescindibile per la definizione del personaggio, si scopre solo rimandata, per abbattersi con peggiore e maggiore peso sul protagonista adolescente facendone il corollario di una nuova vita, diversa e più dolorosa, forse maggiormente consapevole, sicuramente inedita all’interno del rinnovato mondo Marvel. Perché Peter, sia sulle tavole dei fumetti che sullo schermo , non è destinato alla felicità e quando essa sembra manifestarsi, gli viene sempre preclusa in extremis.

Ed è con queste premesse melodrammatiche che si sviluppa il film, terzo capitolo della saga casalinga (la Home del titolo) di Peter Parker, a poco a poco privato di ogni certezza, iniziando dall’identità segreta che lo protegge da ingrata fama e dall’ingratitudine del media (J J Jameson, incarnato ancora da JK come nella prima trilogia), svelata da un falso filmato del suo precedente nemico, l’incantatore illusionista Mysterio, deceduto alla fine del penultimo capitolo.

Nel cercare di porre rimedio al problema, Peter si rivolge e Stephen Strange per cancellare nel mondo la memoria della sua vera identità (come nei fumetti avviene nella retcon di introduzione di Sentry, supereroe troppo potente e pericoloso per essere ricordato). Il Dottore, però, sbaglia a dosare i propri poteri e sconvolge il multiverso (narrativo). Così l’MCU si affolla di elementi delle produzioni Sony (ancora detentore dei diritti cinematografici) con il ritorno in scena di un gruppetto di nemesi iconiche come Doc Ock, Elektro, l’uomo sabbia, Lezard e Goblin, tutte a conoscenza della vera identità del supereroe. Sulla falsariga del film di animazione sullo Spiderverse (Spider-man un Nuovo Universo, citato nei titoli di coda, e ancor più nel seguito, con Miles Morales perso tra i suoi alter ego in Spider-man: Across the Spiderverse), oltre ai cattivi si manifestano anche le varie incarnazioni alternative di Peter perché il film porta nel presente Marvel i passati Spiderman che, in questo universo, convivono e collaborano per riportare i vari mondi (narrativi) alla normalità.

Ma il fondo tutta la pellicola è costruita sul malinteso, sull’irruenza di Peter nel cercare l’aiuto di Strange, che non riesce a creare il giusto incantesimo; sul tentativo degli amici MJ e Ned di cercarlo con la magia, portando invece dentro al loro mondo gli altri Parker; sull’errore di Peter di credere di riuscire a cavarsela, come ha sempre fatto e come si addice a ogni eroe di fumetti dalle trame verticali. Incombe invece la tragedia, con la ripetizione variata della maledizione di Spiderman, la morte della zia Mary (invece dell’originario zio Ben) e la formulazione della dannazione del personaggio (nonché motto Marvel per eccellenza) sulla responsabilità accresciuta proveniente dai poteri maggiorati. Dal fraintendimento comico, scaturisce la catastrofe e un nuovo inizio, che segna mestamente la fine del teen-drama, assieme alla trilogia di Jon Watts. 

Costretto a farsi dimenticare da tutti per rimediare al caos di una memoria selettiva, Peter adesso è solo, dimenticato da tutti, afflitto dalla colpa della morte della zia, espropriato da ogni tecnologia Stark (di cui era quasi un figlio putativo), abbandonato nei ricordi che sono rimasti soltanto a lui. Si avvia così verso un futuro incerto, senza più una prospettiva universitaria e con una misera calzamaglia cucita in casa, mentre si profilano sullo sfondo i nuovi nemici a cui la Sony ha dedicato deludenti capitoli esclusivi (Venom, di cui è confermato il III episodio, Morbius, sotto Dracula reticente) e che si affacciano minacciosi sul MCU, mentre Spider-Man sembra doverlo lasciare per sempre per rientrare nei ranghi dell’altra Major cinematografica.

Niente sarà più come prima per Peter Parker e per il suo alter ego: il capitolo adolescenziale è concluso, la spensieratezza divertita dei primi due capitoli (e che ne aveva costituito l’elementi di maggior fascino e divertimento) è terminata, l’ambientazione studentesca finita, la compagnia di giro persa, senza più amici, né normali né potenziati. E con Spider-man: No Way Home continua la progressione funebre dell’universo Marvel dopo la conclusione di Endgame e il progressivo ritiro di personaggi e dei loro interpreti dalla scena. Anche se Peter Parker dovrebbe tornare.


Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli di Destin Daniel Cretton

Secondo tentativo Marvel di avvicinarsi alle arti marziali, dopo le serie Netflix dedicate a Iron Fist, e di coinvolgere il vasto pubblico orientale, il film non rinuncia ad allacciarsi a racconti precedenti, con la figura del Mandarino, già falsamente incarnata da Ben Kingsley nel terzo Iron Man, che qui invece prende rilievo e consistenza.

Come ogni film orientato ad Oriente, oltre al wuxia è immancabile il drago, nella sua versione mistica, assieme alle arti arcane e occulte che spostano la narrazione all’interno di un mito vago e fumoso, rivestito di tessuti colorati e coreografie acrobatiche,. Ma è anche una soap con agnizioni e tradimenti, perdoni e riscatti all’interno di vicende familiari complesse, con l'onore dei ladri al centro di uno spettacolo pirotecnico che parte dall’America per tornare alla Cina, da cui aveva preso origine. Perché la vicenda della pellicola ruota attorno al potere, al possesso dei dieci anelli, ovvero dei braccialetti capaci di incanalare doti magiche e rendere invincibili ed eterni, come il vero Mandarino (non la patetica controfigura dell’attore fallito, reinventata con ironia per Tony Stark), i cui figli fuggiaschi ritornano da lui, non prodighi ma redenti, e lo combattono per scalzarlo dal ruolo di capo criminale e di mago possente.

Tra draghi e portali su altre dimensioni, leggende e ambientazioni urbane, città fiabesche e esseri fantastici, attori iconici del cinema orientale (Tony Leung e Michelle Yehoh), il film si trascina in un tumultuoso susseguirsi di scene d’azione, inframezzate da battute e da deviazioni farsesche (determinante la presenza della comica Awkwafina) con effetti digitali spesso non all’altezza delle precedenti produzioni, risultando in una sorta di capodanno cinese, tra cliché arcaici e modernità, ori luccicanti e lanterne rosse, in un road movie che attraversa un immaginario orientale ma che si perde per strada per riportare poi tutto in America.

Mentre lo spettatore guarda il luna park allestito per intrattenerlo, si manifesta una certa noia in quella confusione visiva multicolore, mentre il film procede incerto tra un tono da Spiderman e complicazioni alla Dottor Strange, in fondo fungendo solo da preludio al nuovo capitolo dell’Uomo Ragno con quella prevalenza delle arti mistiche che introducono il Multiverso, fulcro della fase IV dell MCU. E per renderlo parte più integrante dell’insieme Marvel, compaiono nel film, sebbene in particine collaterali, Wong, Bruce Banner e Carol Danvers come spunti di sviluppo ulteriore, con le arti magiche del Mago Supremo e i poteri alieni di Captain Marvel, che saranno poi declinati in forma più quotidiana - e seriale - da Ms Marvel, altra storia di ancestrali colpe e di passaggi di testimone su sfondo etnico, rivestito di quotidianità newyorkese.