Nel tentativo di recuperare il tempo perduto nella
costruzione di un universo cinematografico di derivazione fumettistica analogo
al MCU Marvel, la DC incappa nell’emulazione. Non è soltanto la ripetizione –
comunque variata – della genesi del personaggio a conferire al film della
Jenkins un senso di déjà-vu, bensì la ricostruzione di una narrazione che i
film Marvel hanno già esplorato ed espresso tanto da sovrapporsi automaticamente
alla nuova pellicola e farla apparire ridondante.
A sottolineare la carica pletorica del film non è semplicemente
l’effetto della retorica connaturata ad ogni realizzazione di Snyder, che si
esprime con sovrabbondanza di distruzione ambientale, abuso del ralenti e
grigiore della fotografia nel ritrarre personaggi sempre monocorde, quanto,
soprattutto, la sensazione di aver già visto tutto e di non stare nemmeno assistendo
ad un assemblaggio consapevole di cliché e citazioni di secondo grado perché,
come quasi sempre nelle produzioni del regista di 300, l’ironia non traspare. Se non fosse per l’ambientazione
paradisiaca dell’Isola di Themyshira (ricreata sulla Costiera) e la preminenza
di una donna come protagonista, il film sarebbe una fotocopia di Captain America miscelato a Thor: un semidio deve abbandonare il
mondo natio per affrontare la guerra mondiale dalla parte degli Alleati,
trovandosi poi, rimasto giovane, a vivere e continuare a combattere tra le file
dei supereroi americani contemporanei con tanto di costume dai colori nazionali,
abbinato ad un antiquato scudo (e un lazo magico). Non manca anche il recupero
del dissidio familiare (con un’agnizione che rimanda ai classici della tragedia
greca, a cui si vorrebbe far aulico riferimento) con lotta fratricida tra
potenti divinità per la vittoria della luce o del buio, della verità o
dell’inganno (tipo Loki), mentre i variamente assemblati compagni della prima
avventura (vedi gli Howling Commandos), intrappolati dal tempo, invecchiano e
muoiono in campo o fuori.
Se Steve Rogers si trovava ad affrontare i nazisti
durante la Seconda Guerra mondiale, Diana esce dall’isola Paradiso verso la
fine della Grande Guerra per cercare di riportare la pace. Non c’è un Teschio
Rosso da combattere ma una folle scienziata chimica dalle ossa craniche
spolpate e con un debole per i gas venefici (che tanto successo avranno nel
conflitto globale successivo). Lo spostamento dalla Seconda alla Prima guerra
mondiale rispetto ai fumetti originali, si giustifica non solo nel non
fotocopiare eccessivamente Captain
America ma anche dalla esigenze del copione che vede la principessa amazzone
alla ricerca dell’incarnazione dell’anima della guerra per identificare
l’identità mortale di Ares, e tra le fila dei nazisti un nome avrebbe spiccato
con fin troppa evidenza.
Al di là di una certa verbosità e della costante
ripetizione dei principi d’azione dell’amazzone per cui la guerra cessa
semplicemente trovando e uccidendo Ares, il nucleo del film risiederebbe nella
femminilità della protagonista, proveniente da una società perfettamente
matriarcale che propugna l’autosufficienza muliebre e la superiorità della
donna anche nel combattimento. E proprio nel rapporto tra l’arretratezza della
Londra d’inizio Novecento e le istanze paritarie dell’eroina i dialoghi
raggiungono una certa ironia e fluidità (che manca al resto del film),
soprattutto nel confronto con la segretaria di Steve Trevor, avvezza ad una
forzosa subalternità sociale ma caratterialmente non rassegnata ad un ruolo
meramente ancillare, e nella sequenza della vestizione ai grandi magazzini con
la ricerca di un abito per lo meno comodo. D’altra parte l’eccessiva
sottolineatura della dotazione di Steve Trevor (Chris Pine, che rifà Kirk), il
militare americano prestato agli inglesi nonché interesse amoroso
dell’amazzone, sembra comunque confermare la posizione accessoria della donna,
al di là della preminenza di Diana in azione e nella affermazione di costante
indipendenza caratteriale (con un molto americano rifiuto delle regole). Anche
dal punto di vista registico la Jenkins non inserisce una nota particolarmente
femminile in una direzione perfettamente omologata alla serialità cine-fumettistica
di stampo snyderiano, ovvero cupa e sovraccarica -mentre quella Marvel è solare
e ironica-, se non per una certa insistenza sui primi piani di Gal Gadot, a volte
anche sorridente, e su un antagonista femminile, però di pura facciata, poiché
intimamente manipolato da Ares e abbandonato senza logica sul finale. O forse
la presa in giro della prepotenza maschile, con il conseguente trionfo della
donna, si nasconde nel ridicolo assemblaggio di un corpo palestrato sul viso irregolare
e innocuo di David Thewlis. Anche se questa sgraziata e disturbante
incarnazione del dio della guerra, più che altro, sembra una replica
grecheggiante del Magneto cinematografico, per l’abilità a comandare i metalli
e a librarsi in verticale, con tanto di elmo di
protezione, qui cornuto però.