Come suggerisce il titolo italiano, Knives
Out è più prossimo a Invito
a cena con delitto che a delle
variazioni su Agatha Christie per il tono vagamente demenziale e
ironico di un’investigazione
che è quel che sembra (un whodunit)
e non è quasi mai quel che promette poiché ogni elemento cambia di
segno. Pur non arrivando alle estreme conseguenze dell’assurdità
cacofonica
e demenziale di
Murder
by Death,
scritto da Neil Simon, dove i
vari stereotipi dei protagonisti
della letteratura gialla venivano riuniti per accusarsi a vicenda
dell’omicidio di un famoso ed eccentrico milionario, anche
in questo ritratto di famiglia in un interno alto-borghese da tutti
concupito, ogni
personaggio ha una ragione
per uccidere il ricco patriarca trovato sgozzato al mattino, mentre
la polizia indaga, corroborata misteriosamente da un investigatore
privato prezzolato e narciso.
Autore di complessi gialli di notevole successo,
la vittima è anche l’artefice dell’inganno ai danni degli
astanti - parenti, investigatori e spettatori - e della successione
di colpi di scena che si alternano a flash-back
frammentari. L’omicidio
stesso è paradossale e sarcastico, mentre l’artefice del delitto e
del suo enigma, mirante a complicare l’indagine e a sviarne i
sospetti, rimane confinato nel mistero della camera chiusa in cui si
è svolto, tra spericolati arrampicamenti su grondaie, che rimandano
agli archetipi del genere, e arrampicatori sociali, con la
conseguente presa in giro di ogni deduzione investigativa a cui
vengono negate le pur promettenti premesse. Ma le promesse
dell’assassino sono altrove, nel riconoscimento e nella negazione
della famiglia, nel rancore sociale ed economico che ne deriva,
nell’odio che scava la verità e nell’opportunità che il caso
offre.
Il
disvelamento della verità invece che lineare diventa così
sussultorio, con articolazione dei punti di vista e delle diverse (e
mai disinteressate) versioni dei numerosi protagonisti, tutti
interpretati con gigionesca voluttà da ottimi attori in ruoli
apparentemente conformi (o opposti) alle rispettive
caratterizzazioni. Guidato
alla ricerca della verità da un Craig svestito di Bond e con la voce
caricata di incerti accenti - tra lo snob inglese e lo
strascicato americano
meridionale - in vece
di spaesati poliziotti, il film si offre, col procedere dell’azione
e dell’incertezza del suo sviluppo, sempre interdetto e vanificato
da nuovi elementi, come grassa e consapevole
satira del capitalismo, dell’ingordigia di soldi e di
quell’immeritato benessere a cui tutti puntano (“My House, My
rules, My coffee” è scritto su un mug
significativo, visto all’inizio e alla fine).
Compiaciuto e divertito, il regista non cela
affatto l’intento
caricaturale tra le maglie
della narrazione, ma lo
esalta con lo stile funambolico di una messinscena mai realistica,
deformata anzi nei toni e negli accenti, nelle inquadrature come
nella musica, per l’assurdità delle situazioni e per la logica
incongruenza del loro sviluppo, rivelato sensato soltanto a
posteriori. La
regia abbraccia
e persegue la presa in giro di tipologie umane ben poco amabili,
eppure così diffuse da diventare universali a dispetto della vistosa
caratterizzazione e della unicità
del contesto, portando avanti una narrazione poliziesca coerente
quanto
improbabile, affondata nel sarcasmo e affogata di pungente ironia.
In quel microcosmo di rancori e di delusioni, di
invidia e solidarietà apparente, tra gioco di strategia e tradimento
morale che spazia da ultra destra incarognita ad
appiccicoso progressismo, egoismo sociale ed egotismi individuali,
trova spazio una rivalsa delle classi inferiori che già si
intravedeva tra le righe degli
Ultimi
Jedi, con la Forza che si rianimava tra
gli umili e i reietti, e che pare manifesto interesse del regista. E
anche Looper
non era altro che il diario nascosto tra le pieghe del paradosso
temporale di un operaio del crimine. Alla
sua ultima
missione suicida a conclusione di un contratto capestro, il sicario
si
trasformava automaticamente in vittima finale per impedire
qualsiasi ritorsione nei confronti del sistema, che
fosse vendetta individuale o
rivendicazione di
una categoria sfruttata infine consapevole, sino al rivoluzionario
rifiuto della clausola terminale.
Orchestrando vizi e lazzi di un’orda affamata di
soldi e di potere che ordisce ogni ipotesi di complotto ai danni di
una domestica, forse innocente però
sicuramente colpevole di lesa maestà, Johnson si diverte a mettere
alla berlina, con stilemi
di tono
e fotografia
britannici, le incertezze sociali dell’America (non a caso c’è
anche il ‘Captain’ Chris Evans tra gli interpreti) e, in senso
più lato, occidentali. In
questo gioco di specchi deformanti da cui nessuno si salva e in cui
tutti cercano il miglior tornaconto per mantenere stabili quelle
inalterabili barriere sociali che, sole, paiono garantire stabilità
e salvezza a un sistema e a una collettività che sulle differenze
pongono
le loro
basi, il regista si offre un ritratto della contemporaneità che
assume i toni pastello di uno spazio e di un luogo senza
tempo, all’interno dei codici illusoriamente
immutabili del giallo di
ambientazione campestre. Ed è
nella apparente negazione della progressione
insita nell’andamento stesso di un’indagine poliziesca, di cui
però mantiene validi i canoni pur svilendone la
stringente logicità, che la
metafora del regista si fa più evidente come perdita totale,
assoluta e diffusa di senso, tanto che non rimane che riderne,
sogghignando in un angolo a guardare
i protagonisti massacrarsi con astuzie tattiche e veleni verbali.