Non si ritrova in Black
Panther la consueta
ironia dei film Marvel se non in minimi accenni, per lo più legati
al personaggio della spia della CIA Everett Ross, interpretato
dall’inglese Martin Freeman. Né il film è strettamente necessario
come tassello progressivo del MCU e ulteriore tappa di avvicinamento
ad Infinity War.
Anzi, gli elementi per la comprensione del personaggio principale
erano già tutti in Civil
War, sin dalle
premesse, con la morte del padre e la trasformazione di T’Challa
nella nuova Pantera Nera, sovrano ed eroe del Wakanda.
Questa pellicola rappresenta,
infatti, un approfondimento collaterale di un protagonista già
introdotto nel novero dei supereroi, a differenza di quanto fatto in
precedenza con la presentazione di un nuovo membro anteposta al suo
amalgama nel successivo team
up (Ant-Man
e Doctor Strange
ne sono gli esempi più recenti). I maggiori elementi di progressione
narrativa sono quasi accessori alla stessa pellicola, forniti dalle
due scene dopo i titoli di coda, con il discorso all’ONU di re
T’Challa (e la conseguente integrazione della tecnologia wakandiana
a quella di Stark) e con la guarigione dal condizionamento sovietico
di Bucky Barnes, l’ex Soldato d’inverno (premessa per la sua
partecipazione al prossimo Avengers).
Inoltre il Wakanda presenta
affinità con Attilan, città ugualmente nascosta alla vista e dotata
di tecnologie all’avanguardia, posta però sulla Luna e abitata
dagli Inumani, a cui (a dispetto degli iniziali progetti di un film
autonomo, coevo di questo) è stata dedicata una brutta e scalcagnata
breve serie tv (prontamente cancellata). Tematicamente, quindi, il
film recupera la medesima idea di introdurre un’intera popolazione
di superdotati belligeranti pacifisti da far confluire in una
narrazione più ampia e già avviata (sebbene sia rivolto al cinema e
non alla televisione a cui sono da sempre destinati gli umani
modificati dai Kree con Agents
of Shield). Della
serie Black Panther
riprende anche, in bella copia, la rivalità familiare all’interno
della famiglia regnante (là tra fratelli, qui tra cugini), con
conseguente colpo di stato e conquista del potere finalizzata ad un
progetto egemonico sullla Terra. In comune a The
Inhumans, Black
Panther ha
purtroppo anche la qualità degli effetti speciali, non
particolarmente evoluti (ma gli Inumani
è girata in economia, con i capelli di Medusa subito rasati a zero
per evitare la spesa dell’animazione), e in cui l’artificio si
palesa con triste e meccanica evidenza, soprattutto se raffrontato
alla norma degli altri film dei Marvel Studios.
In quanto recap
di un personaggio noto e sviluppo di una trama sostanzialmente
indipendente all’economia dei film Marvel, il senso di Black
Panther risiede
altrove: nel suo valore politico. Recuperando quel nome di un
personaggio nato negli Anni 60 e che si rifaceva al movimento
rivoluzionario delle Pantere Nere, il film riporta in primo piano un
forte orgoglio nero, diversamente articolato tra i due antagonisti
secondo le modalità al loro tempo espresse da King e Malcolm X. Se
T’Challa deve difendere i diritti e le conquiste del suo popolo,
mantenendo la segregazione dal resto del mondo (custodendo il segreto
dell’avanzamento tecnologico), Killmonger vuole abbattere e
conquistare ogni altro governo sfruttando proprio la superiorità
prodotta dal vibranio.
Dei due rivali vengono fornite
valide motivazioni psicologiche, con la fedeltà ai rispettivi padri
(entrambi, comunque, diversamente colpevoli) di cui vogliono
proseguire i piani, rispettivamente incruento e guerrafondaio. Il
genitore del cugino malevolo voleva attuare l’egemonia nera nel
momento di massima oppressione recente, durante i primi Anni 90
dominati dal caso Rodney King e delle rivolte americane, per
difendere e far prevalere i neri, americani prima e, in seguito, gli
altri. Il padre di T’Challa rimane invece altezzosamente fiero
delle ancestrali tradizioni, chiuso al mondo e rifiutando qualsiasi
confronto con gli altri.
Ma non è fatto solo di
residui politici del secolo scorso Black
Panther;
svolgendosi al presente, il film non può non rievocare il recente
movimento Black Lives Matter e le proteste per le numerose morti
violente di giovani nere causate da interventi armati di poliziotti
in diverse città statunitensi quale moderna evoluzione delle
rivendicazioni delle Pantere Nere originarie, nate proprio come
“Partito per l’auto-difesa dei neri”. Inoltre, nella finale
scelta antiprotezionistica di T’Challa, ormai capo di stato e
reggente legittimato, con l’implicita necessità di alleanze tra
popoli (“Bisogna fare ponti, non barriere”: quasi le esatte le
parole di Papa Francesco), il film si trasforma in uno spettacolare e
colorato pamphlet
anti-Trump che rivendica una fratellanza allargata che superi le
apparenti diversità di pelle o di religione per una migliore e più
diffusa democrazia.
Il fatto che sia lo stesso
regista, di colore e di successo (Creed),
ad aver collaborato alla sceneggiatura, non può che avvalorare una
lettura intenzionalmente polemica dell’opera. Però è proprio
questa valenza politica a rendere il film un po’ prolisso e
verboso, non efficacemente spettacolare come era, ad esempio, il
primo Captain
America; in parte
per la discutibile qualità degli effetti digitali, in parte anche
per gli eccessivi dibattiti tra i personaggi e, forse, anche per
l’effetto straniante dello ‘pseudo steam-punk
folkloristico’ del Wakanda, in cui retaggi ancestrali si mischiano
a tecnologie futuristiche.
Nel cast, Chadwick Boseman,
costretto all’impeccabile (e un po’ stolida) dignità del
regnante predestinato, viene offuscato da Michel B. Jordan, che
brilla per ironica ferocia. Questi, ormai avvezzo a ruoli
supereroistici sin da Chronicle
e dalla precedente incursione nel mondo Marvel (targato Fox) come
nuova Torcia Umana nell’incolore Fantastic
4, si porta in dote
i dolori familiari di affetto inespresso e la pesante eredità
paterna mista ad ambizione narcisistica di Adonis Creed, con la
necessità di riscatto sociale e personale tipica della saga di
Rocky, a
cui il regista e il suo attore si sono perfettamente integrati e che
in parte viene traslata anche nella Pantera
Nera.