Anche con Paranoid Park prosegue il tentativo del regista di inserire una finzione nelle pieghe della realtà, di costruire una narrazione che si alimenta di corpi e inquadrature sottratti alla vita. Come la macchina da presa irrompe in contesti veri, segue corpi fisicamente concreti e inserisce riprese rubate per strada, la crudezza del mondo esterno fa irruzione dentro l’ovattata esperienza adolescenziale imponendole con evidenza un percorso inedito, che nel film si fa racconto. La regia si attiene ad al principio di pedinamento tipico di Van Sant, dove la cinepresa, indietreggiando, precede l’attore, puro corpo in movimento, contenitore di pensieri vaghi e mutevoli, quasi illeggibili sui volti spesso apatici e concretizzati solo nei gesti. Van Sant tenta di creare un flusso coerente di immagini e musica, senza ricorrere alle parole usa la colonna sonora per manifestare gli stati d’animo, cerca di carpire pensieri e movimenti interiori privandosi della diretta efficacia del dialogo, guardando solo l’esterno, all’apparenza significante di un corpo vivo.
Come brevemente sottolineato nel film da una lezione di fisica, una massa immersa in un fluido subisce una spinta proporzionale al suo peso; così la macchina da presa imprime una spinta alla materia a disposizione, al corpo scelto, uno sprone narrativo il cui effetto dinamico è intimamente dipendente dal contesto, dal fluido psicologico e sociale in cui si trova immersa. Van Sant, da qualche film a questa parte, sta definendo una sorta di “Neonaturalismo”, americano e adolescenziale, un cinema oggettivo e behaviourista che si rispecchia in personaggi per i quali tutto è esterno ed estraneo, inconsapevolmente dilaniati da un feroce vuoto interiore che non sanno addomesticare. La cinepresa li segue, quasi altrettanto apatica, limitandosi a guardarli e ad fissarne i movimenti sulla pellicola, spesso con un ralenti li esilia dall’ambiente in angosciosa solitudine, mentre la sceneggiatura ne coordina narrativamente i gesti in una struttura portante da assicurare alla realtà, scruta la soggettività inventata di un personaggio ancorandolo al corpo fisico del suo interprete in completa simbiosi. Nel regista di Portland, la manifesta volontà scopofila diventa poetica narrativa, lo sguardo dell’autore perde ogni valenza di espressione personale per poter sondare un territorio in vasta parte inesplorabile, per farsi portavoce di uno sfuggente universo interiore, terribile e affascinante.
Seguendo il principio di Archimede, anche la coscienza di Alex di manifesta in reazione alle proprie colpe, sebbene solo per assolversi in una pusillanime autoanalisi. La ricerca della propria verità rappresenta l’inizio di una presenza di sé e di un rapporto quantomeno dinamico col mondo esterno, lo distoglie da un indifferente torpore con cui trascina senza entusiasmo l’esistenza. Ma quella ipotesi di confessione, che stila con inedito impegno come un importante compito a casa, è infine soltanto la cronachistica successione degli eventi, e viene bruciata una volta svolto il suo mero compito di catarsi. La piena consapevolezza non si è tramutata in coscienza, quegli occhi sgranati dalla sorpresa e dall’orrore si sono aperti solo brevemente, e possono infine richiudersi nella consueta sonnolenza di una mattina a scuola, come se niente fosse davvero successo.