Secondo
capitolo della avventure cumulative degli eroi cinematografici Marvel, The Avengers – Age of Ultron è firmato
per l’ultima volta da Whedon, autore televisivo ancor prima che
cinematografico. Ed è proprio nel principio di preminenza della scrittura,
tipicamente televisivo, che risiede la maggiore peculiarità del film, anche a
confronto col suo predecessore, da cui intimamente deriva e dal quale
profondamente si discosta.
Se
una certa euforia quasi infantile poteva ancora plasmare le prime avventure dei
Vendicatori, diventando azione adrenalinica e sfrenato susseguirsi di scontri e
battibecchi, la cupezza della prospettiva di un’età di Ultron, con il
conseguente genocidio dell’uomo, apre spiragli di angoscia direttamente
derivanti (anche per connessione tematica, sviluppata dal film) dalla battaglia
di New York e dalla devastazione che concludevano il film precedente.
Serialmente,
questo Avengers pone fine alla
seconda fase della narrazione cinematografica Marvel e getta le basi di ogni
futuro sviluppo, attento anche a riprendere le fila di tutti gli altri capitoli
sparsi e legati alle singole figure dei Vendicatori, senza dimenticare le serie
tv, Agents of Shield in primis, tie-in catodico della serie
cinematografica (derivato direttamente dagli eventi della prima pellicola) il
cui episodio precedente l’uscita americana (il 1 maggio) serve da introduzione
al film stesso che, difatti, bondianamente, inizia in medias res con un’avventura
già avviata altrove.
La
narrazione che si va sviluppando nei film (e nelle serie) Marvel è coerente e
adulta per temi e toni, mascherata da serata da Halloween, con costumi e
battute, che gioca a confrontarsi con l’archetipo degli albi a fumetti per
sviluppare una diversa articolazione dei caratteri e, a volte, per ragione di copyright, ne definisce anche una
differente origine (Quicksilver e Scarlet, i fratelli Maximoff, non sono più
mutanti figli di Magneto - cfr. X-Men –
Giorni di un futuro passato - ma semplici volontari dai poteri sviluppati artificialmente
dall’Hydra). Anche la nemesi di turno, il robot Ultron, progetto di
intelligenza artificiale che trova un corpo di metallo e giudica logicamente
inferiore l’uomo che l’ha creato, si sposta su un piano di continue citazioni
che spaziano da Pinocchio al Vangelo, dal figliol prodigo al desiderio di
onnipotenza, muovendosi tra Edipo e Shakespeare, tra Kubrick e Blade Runner. In questo si avvale dell’ausilio
gigionesco (nella versione originale) di James Spader, le cui movenze e
l’eloquio colto sono già al centro di The
Blacklist, procedurale d’azione in cui campa un egocentrico e machiavellico
supercriminale dal doloroso e misterioso passato.
Tra
il desiderio di vita di Ultron e di serenità dei supereroi, si fa strada la tangibile
sensazione di morte, del lutto incombente e in agguato per qualcuno, o forse
per tutti (caso mai il piano del robot riuscisse). Ed è il sintomo di un
segnale latente nel film, e che Il
soldato d’inverno aveva già esplicitato col clamoroso crollo dello Shield:
il mondo Marvel è in evoluzione e niente deve essere dato per scontato, né la
morte di un eroe, né la nascita di un altro. Ed e proprio a questo che
assistiamo, con la culla in cui ha la sua gestazione la Visione, androide dal
corpo sintetico e dall’intelligenza superiore, antitesi di Ultron e replicante
umano, superuomo volante dal mantello fluttuante e dalla densità fisica e
sentimentale variabile e futuro Vendicatore.
Se
il primo film serviva proprio a riunire i supereroi, questo prelude al loro
distacco, alla definizione allargata di supergruppo poliedrico e cangiante,
aperto ad altri apporti e in perenne ridefinizione, come nei fumetti. La
chiusura della pellicola riecheggia il finale di Captain America - The Winter Soldier, con il Capitano entrato quasi
in clandestinità e avviato alla ricerca di Rick, il Soldato d’Inverno. Qui
sembra iniziare una diaspora degli eroi, ognuno rivolto verso un destino
singolare ed individuale, dopo un’avventura che, non lesinando certo effetti
speciali e scene pirotecniche, lascia comunque molto spazio all’approfondimento
delle singole personalità e un po’ più di margine alle capacità recitative
degli interpreti, e che termina, simbolicamente, interrompendo il motto degli
Avengers, “Vendicatori: Uniti!”, tralasciando, con un violento stacco di
montaggio, l’esortazione finale mostrandone, invece, la disunione.
Così
come in televisione la costruzione di una moderna narrazione si fa lineare e
procede serializzata di episodio in episodio non più autoconclusivo, anche i
vari capitoli cinematografici della saga Marvel (e del suo universo narrativo coerente,
detto MCU) si articolano secondo una logica di progressione continua, in cui
tutto può essere improvvisamente vanificato e il protagonista ucciso. E, come
insegnano i serial contemporanei,
sono i personaggi e i rispettivi rapporti a costituire la logica interna del
racconto, e questa attendibilità diventa il fondamento della credibilità generale
dell’impianto, a dispetto dell’ambientazione e dei sussulti improbabili del
racconto, come in Lost o nel whedonverse.
La
stereoscopia poco invadente e aggiunta in postproduzione, la rapidità dei
raccordi nelle scene d’azione rendono a volte quasi impalpabili i personaggi e
le loro movenze. Ma negli a-parte e nella calma delle sequenze dialogate si
sviluppa una diversa tridimensionalità, più psicologica e realistica, che
conferisce concretezza e vita ad eroi di cartone in costume aderente.