venerdì 24 luglio 2009

X-Men Origins: Wolverine di Gavin Hood

Prima tappa di integrazione organica del multiverso Marvel verso la costruzione di intrecciati crossover già impliciti nella rilettura di Hulk e nella presentazione di Iron Man, il prequel sulle origini del mutante più noto non riesce appieno nella trascrizione filmica delle tavole omonime.

Benché non privo di interesse in alcuni momenti (le ellissi iniziali, la vita come guerra, la guerra come destino di un essere immortale per la sua qualità rigenerativa), il capitolo introduttivo del personaggio di Wolverine finisce per costruire un costoso B-movie d’azione in cui l’intento ritrattistica iniziale si stempera nella ripetizione di una tipologia già completa nell’apparato iconografico e nella riconoscibilità: più che definire un character in progress Wolverine amplifica e riempie le sacche di mistero lasciate a margine della trilogia iniziata da Singer, depotenziando così il carattere ombroso del personaggio e la sua selvaggia impertinenza.

Piacevolmente disimpegnato, il film si vorrebbe melodrammatico ma sembra attraversato con noia da Hugh Jackman che, sebbene impegnato nella produzione, non aggiunge colore al personaggio o tepore al suo percorso formativo facendo di Wolverine un tracciato performativo di exploit ribaditi a cui è concessa la trascrizione.

Tra necessario déjà-vu e paura dell’inedito, il film accavalla riferimenti e mutanti secondari, cripitici per i poco adusi, travalica la tematica segregazionista e razzista dei lavori di Singer per impuntarsi sulla cospirazione governativa e accentuare l’americanismo individualista di un personaggio nato canadese sulla carta dei fumetti.

Non noioso né appariscente, il film di Hood si posiziona nella zona intermedia tra mestiere e intrattenimento senza incaponirsi nell’originalità. Ed è forse nel substrato inconscio della messa in immagini che rivela, con la partecipazione di attori traslati da Lost (Dominic Monaghan e Kevin Durand) l’implicita vicinanza tra la modalità episodica dei fumetti e delle serie televisive, e la rispettiva convergenza (ed influenza) nel cinema moderno.

Milk di Gus Van Sant

Nella difficile arte del biopic, quasi nessun regista riesce a tradurre in immagini interessanti un percorso biografico incasellato nelle tappe della progressiva rivelazione di una personalità storica sino al suo congiungimento con la figura nota. Tra paradigmi simbolici e l’epifania del destino, il film solitamente si smarrisce ad inseguire il luogo comune nella motivazione psicologica, confusa dall’ellisse obbligatoria del tempo che trascorre.

Rinunciando all’ironia degli esordi e alla tentazione della sperimentazione, lasciando di conto la deriva poetica o il falso naturalismo del ritratto intimista, Van Sant si adegua all’artificio della biografia cinematografica e si annulla nella volontà agiografica. Timoroso di recare danno al ritratto tratteggiato, il regista ne segue il percorso limitandosi ad una paratassi anticronologica che potenzia l’aspetto cristologico di una volontà di sacrificio di Harvey Milk che forsennatamente insegue la deliberata provocazione dell’avversario sino a trasformarlo in necessario carnefice che possa immolarlo a simbolo di una più alta e giusta causa.

Giocato sulla dicotomia tra libertà e repressione, sociale o psicologica, espansa al contesto e incarnata dagli opposti antagonisti, il film non riesce a trasmettere che le buone intenzioni del personaggio principale, la giustezza delle sue posizioni e il suo fondamentale contributo all’emancipazione sociale, perdendo però per strada il film e ogni capacità di trascinamento emotivo. Obiettivo nell’evidenziare i lati più inadeguati di Milk (l’incostanza dei sentimenti o un certo grado di opportunismo politico), Van Sant non si concede però la libertà dello stile né la sincerità dell’invenzione, attento alla verosimiglianza introspettiva e iconografica della ricostruzione storica a cui, infine, tutto quasi si riduce.

State of play di Kevin McDonald

Solido film d’impianto classico, State of Play rimanda alla genuinità di film d’impegno d’ambientazione giornalistica degli Anni Settanta e all’efficacia moderna della serialità anglosassone, da cui prende la mosse come condensazione di una serie breve della BBC.
L’adattamento al contesto americano permette un adeguamento a tematiche di viva attualità (i mercenari e le multinazionali militari) ma il continuo gioco di piste false e di inganni nasconde un’anima melodrammatica che finisce con tradurre in macguffin l’esibizione d’impegno. La sovrabbondanza di materiale diventa allora partecipe del senso di straniamento dei personaggi, funzionale alla complessità labirintica di anfratti esistenziali e delittuosi vertiginosamente interconnessi.
È un film di rimpianti e rancori, di dolori compressi nell’incomprensione e nell’equivoco, di amori sfumati e amicizie deluse, di gelosie contorte e strategie ciniche, di mitologie professionali e umane fuggevoli, di un cinema all’antica che rischia l’estinzione.
L’attenzione alla recitazione e la drastica realizzazione permettono al regista una gestione ellittica della materia, di tracciare percorsi individuali e sentimentali con pochi accenni, di gestire l’azione con parsimonia iniettandola nella stessa struttura narrativa che ha la velocità della concitazione e la tensione della dinamica investigativa. Supportato da un cast ineccepibile seppur non accademicamente banale nella resa interpretativa,State of Play è un film alla scoperta della verità, non solo dell’accaduto e della cronaca, ma soprattutto dell’umanità disdicevole dei personaggi e della prepotenza dell’opportunismo. Distaccato ma senza freddezza, obiettivo e partecipe, il film di MacDonald nasconde un’anima addolorata dalla disillusione, grida sommesso un pianto melodrammatico sull’impossibilità della felicità e sulla fugacità dei sogni, sull’inganno protratto e sulla disillusione dell’onestà, giornalistica o privata, che rivela inequivocabilmente ciò che si vorrebbe solo poter far finta di non vedere.

Gran Torino di Clint Eastwood

Crepuscolare e rabbioso, l’ultimo film di Eastwood è dominato dal suo regista che vi recita, letteralmente e volutamente, da cane, ringhiando e ciondolando annoiato, guardando il mondo degli uomini con il rancore di chi è bloccato dal guinzaglio degli anni e dell’incomprensione, pronto a balzare al collo di chiunque lo offenda o a regalare sguardi dolci e commoventi per coloro che ritiene degni del proprio affetto. È un cane fedele al proprio allenamento, abituato a vedere il mondo esterno attraverso uno sguardo offuscato dal rimorso e dal dolore, cercando solo il noto nel nuovo per stanchezza e abitudine, eppure capace di sorprendersi curioso.
Il rigoroso misantropo di Eastwood riesce a risvegliarsi al mondo e al vicinato, a scegliere la dignità a dispetto della parentela, la speranza a confronto con il determinismo soffocante della società e dell’etnia, si sbarazza del paraocchi dell’abitudine e dell’ignoranza cercando addirittura una redenzione liberatoria col sacrificio, ironizzando sui duelli di gioventù traslati nel melodramma.
Nella stratificazione di affetti e di coscienza, Eastwood aggiunge un nuovo capitolo al suo cinema umanista e doloroso, gravato – quando personalmente in scena – dall’incombere degli anni che epura la regia da ogni effetto artificiale per lasciarsi trascinare dal flusso di legami inediti per cancellare gli affanni o gli equivoci del personaggio e dell’interprete, di una tipologia a lungo e erroneamente incasellata tra gli eroi parafascisti. Il regista costruisce sul suo corpo segnato un tramonto continuo, anagrafico e simbolico, che rinvia con energia l’ora del congedo, anche da un sogno americano che sempre rintraccia in un’incarnazione vitale e genuina, ancora pregna di dignità comunitaria e che diventa solitaria per disagio e per disperazione.
Datato nella sua imperterrita classicità, il cinema di Eastwood nasconde una complessità che non si vuole immediata dietro la chiarezza e l’apparente leggibilità, sbaraglia le prime impressioni per cercare la profondità interiore, la verità intrecciata delle contraddizioni che sfugge alla banalizzazione dell’evidenza, muovendosi con la curiosità affannata di un regista pronto all’autocritica e all’autodenigrazione divertita per aprirsi al mondo, a tutto tondo.