Ragionata
e ragionevole conclusione della tetralogia dei giocattoli senzienti, il IV capitolo
delle avventure di Woody e compagnia non sorprende per invenzioni visive e non
diverte sino al riso smodato, ma suscita il sorriso triste di un commiato.
Incentrato sulla presa di coscienza del cowboy di pezza e del suo ruolo nel
mondo dei bambini, a malincuore sempre sfuggente e cangiante per la neutrale
evoluzione e crescita degli umani, Toy
Story 4 è un coming of age di un
pupazzo datato che non riesce ad adattarsi al mondo circostante.
Affiancato
da un giocattolo costruito dalla sua nuova padroncina con della spazzatura ma
per lei emotivamente importante perché legato al primo giorno di asilo, Woody
non vede in quell’accozzaglia di scarti un’immagine deformata di sé, il
riflesso di un oggetto desueto e quasi abbandonato; anzi, lo adotta per guidarlo
alla consapevolezza di giocattolo, confermandogli quella vita che l’inconsapevole
bambina a sua insaputa gli ha donato elevandolo da semplice monnezza a compagno
di giochi. Nella magia della favola Pixar, che con questo capitolo conclusivo poco
aggiunge ma niente sottrae ai film precedenti se non un certo dinamismo e
un’impronta comunitaria, la pellicola accompagna Woody alla presa di coscienza
della propria dipendenza dagli umani e dell’inevitabilità del distacco, con un
andamento parallelo ma inverso quello di Forky, il quale evolve dall’estraneità
sino all'inserimento nella collettività ludica.
Bildungsroman di un novello Pinocchio
che rimane marionetta e non aspira a maggiore umanità, Toy Story 4 ritrae Woody in un processo di progressiva alienazione
dalla propria proprietaria per trovare una inedita serenità, mentre si scontrano
due visioni dissonanti della vita dei giocattoli, tra l’indipendenza rustica e
ribelle degli abbandonati e quella serena e ripetitiva degli integrati, di cui
Woody era sempre stato un indefesso campione. Alla conquista di un amore
diverso da quello mutevole e capriccioso degli uomini, il piccolo cowboy
abbandona a poco a poco la sua comunità di appartenenza e il suo intero
universo di riferimento per ricostruirsi diverso, per rinnovarsi come amabile rifiuto,
marginale rispetto agli altri giocattoli ad uso e tradizionale consumo dei bambini,
trovando una nuova identità. Rimanendo se stesso ma riconoscendosi maturato,
Woody scopre la pienezza in un ordine sociale alternativo, più adulto e
incerto, forse più inquietante e pericoloso, certamente nuovo ed inesplorato
per lui, cowboy senza sella né pistola nella fondina, armato della sola curiosità
per il mondo e diretto verso la frontiera dell’età adulta e dal superamento
della confortante dipendenza da un bambino.
Il
realismo grafico dell’ambientazione è ormai indiscutibile e solo la
stilizzazione delle figure umane segnala il film come animazione. Benché
prigionieri di una caratterizzazione stereotipata da sit-com portata all’eccesso delle conseguenze o del loro opposto per
evidenti finalità comiche (il dinosauro pauroso, l’unicorno pessimista), la
definizione dell’artificialità espressiva dei giocattoli diventa sottolineatura
di una sensibilità sempre più sfumata, come l’interiorizzazione delle emozioni
per attori dalla recitazione sobria. Questa compassatezza si trasforma in Woody
in evoluzione, fuga dalla gabbia della propria prestabilita natura e dalla
ripetizione delle consuete dinamiche: definitivamente antropizzato, il cowboy
diventa più umano degli uomini che lo circondano e si staglia dai suoi compagni
d’avventura. Così il mandriano di pezza finirà per fondersi con l’ambiente, si
conquisterà un ruolo diverso amalgamandosi al contesto e al suo accentuato
fotorealismo per portare a compimento l’animazione dei giocattoli e la loro
umanizzazione, ormai indipendenti dagli uomini, dotati di vita propria e non
solo di autonoma coscienza che lo porterà ad unirsi agli apocalittici e ad
abbandonare gli integrati.
Ma è
il film tutto che si muove nel tentativo di trovare un senso per sé come
individuo all’interno di un contesto sociale in movimento, sino a dover
scegliere di cambiare per conquistarsi un differente ma più completo
equilibrio. In fondo non ci sono colpevoli o veri cattivi tra i personaggi,
solo traumi mai superati (come già nel collezionista infantile del secondo film
o negli arcinemici degli Incredibili)
che bisogna imparare a riconoscere per impedirne l’influenza nefasta cercando
la via di una serena convivenza, anche se l’armonia del passato, che animava le
precedenti puntate, non sarà più possibile.
Se
gli spettatori sono cresciuti con i personaggi della Pixar, Woody dimostra l’invecchiamento
dell’impianto nel suo continuo sfruttamento delle medesime dinamiche e la
necessità di un cambiamento nella narrazione, parallelo anche alla
trasformazione tematica e contenutistica imposta dal nuovo esibito moralismo
hollywoodiano di cui è segnale la sostituzione di Lasseter, additato come
molestatore, alle redini del film e dell’intera compagnia. Inoltre, sia
nell’elemento gotico, che rimanda al dittico di horror psicologico di Aldrich
con Bette Davis, che nella contrapposizione tra le due antagoniste, la bambola
sadica e l’eroica pastorella liberata, nonché nell’appartenenza di tutti i
pupazzi ad una bambina, il film definisce un universo di riferimenti quasi
esclusivamente femminili e termina con il logico passaggio delle consegne e
della responsabilità morale sul gruppo di giocattoli animati alla cowgirl
Jessie, nuovo sceriffo in città.
Ed è
in questa malinconia di un tempo che termina che si stempera il riso giocoso
dell’infanzia (e degli altri film) e si fa largo, nell’incertezza paurosa dell’ignoto,
il coraggio del cambiamento e di una diversa consapevolezza e definizione di
sé, mentre il congedo dai giocattoli diventa inevitabile come lo è crescere e
muoversi nel mondo degli adulti per quei bambini che con loro si sono divertiti,
dopo un ultimo giro di giostra in quel luna park della fantasia che la Pixar ha
inventato e fatto vivere con plastica evidenza per due decenni e mezzo.