Prosegue
e termina, con il secondo film di Sam Mendes dedicato a James Bond, la
serializzazione spinta della saga di 007 secondo modalità che hanno mutuato la
pratica del reboot e della continuity dalla televisione. Già Skyfall portava a compimento la
ridefinizione del personaggio, riallineandolo, con i dovuti aggiornamenti, ai
canoni noti e ridefinendo i caratteri di contorno (M, Moneypenny, Q). Spectre
introduce, chiarendone il perimetro, anche l’organizzazione sovranazionale
omonima, non più soltanto spionistica bensì squisitamente economica (con un
parallelo interessante con l’analoga “rogue nation” dell’ultimo Mission: Impossible) dedita al governo
informale e ufficioso del mondo a puri fini egoistici e finanziari.
Ma
anche il ruolo di semplice spia di Bond viene riportato alla sua licenza di
uccidere quale elegante sicario di stato. Ed è tutto il servizio segreto
britannico in procinto di essere rivisto e
ridimensionato, mentre, emblematicamente, la sua sede storica, il palazzo
fortificato sul Tamigi, già danneggiato nel precedente episodio, sta per essere
demolito e il suo personale demansionato. È il “mondo secondo Bond” che sta per
morire di fronte all’imperante globalizzazione e diffusa sorveglianza per
confluire in un ambiguo grande fratello in mondovisione, proprio quando lo
stesso agente segreto, nel suo processo in divenire, è appena “rinato” secondo
i parametri originali, ed è già vetusto.
La
questione identitaria diventa, pertanto, centrale e si affianca all’ingrediente
familiare, inedito e peculiare del Bond di Craig, la cui filigrana percorre
tutta la tetralogia. James Bond è, a tutti gli effetti, sia anagraficamente che
metaforicamente, un orfano, un uomo senza famiglia e un agente ribelle che non
sembra riconoscere alcuna autorità se non quella di M, madre putativa e
protettiva, e che, in Skyfall, si
trova in antagonismo con un fratellastro geloso, tanto che l’epilogo si svolge
nell’avito maniero di famiglia, distrutto poi nell’assalto finale. Se il nuovo
M è un coetaneo, sorta di altero cugino, l’altra linea narrativa, inaugurata sin
da Casino Royale, sviluppa e
giustifica la misoginia del personaggio con l’innamoramento, corrisposto ma
tradito, per Vesper Lynd, le cui fila vengono riprese in Spectre dove tutti gli antagonisti si rivelano un’unica teoria di
avversari mobilitati e mossi da una sola mano, quella del fantomatico orditore
di una trama complessa e articolata, di una ragnatela di malignità, Ernst
Stavro Blofeld, vero fratellastro di Bond, adottato dal padre e geloso del suo figlio
prediletto. Così la stessa serializzazione spinta dei film trova una
giustificazione narrativa e anche gli irrinunciabili capitoletti iniziali di
ogni pellicola, in precedenza finali spettacolari di altre missioni, diventano
la continuazione dell’episodio precedente, che così si dilata oltre i confini
della propria durata per essere portato ad un temporaneo compimento, e rilancia
l’azione della nuova avventura, introdotta - secondo tradizione - dalla sigla
di titoli di testa animati (purtroppo Writing’s
on The Wall è la più brutta e noiosa canzone di tutta la serie).
L’intera
nuova saga si rilegge ora come i quattro capitoli di una vendetta personale,
dilatata negli anni, appaltata a svariate nemesi e inserita in un megalomane
progetto di appropriazione finanziaria del mondo, con la riduzione ad una miseria
psicanalitica dell’ambizione globalizzante dell’unico, effettivo e originale
arci-nemico del personaggio.
Anche
la vera bondgirl di Spectre, a sottolineare il senso
familiare diffuso, è la figlia di Mister White, perso di vista all’inizio di Quantum of Solace e abile emissario del mastermind di ogni tranello, pericolo e
ostacolo a Bond, interpretato con narcisistico sadismo da Christoph Walz,
decisamente avvezzo a ruoli del genere.
Mendes
sembra girare con svogliatezza, doop un’ambiziosa scena d’apertura in Messico,
senza cercare la raffinatezza grafica e visiva di alcune sequenze di Skyfall ma assecondando la dinamicità
dello script, gli inseguimenti nelle
più svariate parti del mondo, con alcune conquiste femminili di contorno.
L’aspetto seduttivo del Bond di Craig è del tutto secondario (e in filigrana nell’intera
saga c’è una vena di omosessualità latente, esplicitata da Raoul Silva,
fratellastro geloso del rapporto quasi esclusivo di Bond con “mamma” M) e
l’episodio romano con la
Bellucci, è quasi stucchevole nel gratuito pseudo-erotismo di
un corteggiamento accelerato che si vorrebbe tango ma che è senza musica, in
una svestizione quasi imposta ma a cui per la donna è difficile resistere. Sembra
l’affermazione di una seduttività implicita, ma da cui emerge l’imposizione di
un punto di dominazione maschile. Alla scena, dilatata e artificiosa, fa da
contraltare la rapidità della corrispondente dimostrazione di affinità erotica sul
treno con Léa Seydoux, risolta in pochissime inquadrature e giocata
sull’ellisse, sintomo di una più profonda intesa e preludio al finale, quasi
irrevocabile, che sembra essere il senso ultimo di tutta la quadrilogia.
Sin
dall’inizio, infatti, Bond nasce vecchio, frutto di una mentalità sorpassata
dagli eventi e dalle circostanze, di una concezione del mondo antiquata
(concetto espresso da M già all’inizio dell’era Brosnan in GoldenEye). Sebbene passi almeno 3 film a raggiungere e
conquistarsi la maturità del personaggio canonico, il Bond di Craig è da subito
destinato a non riconoscersi nelle istituzioni e nel suo ruolo, ad egire
autonomamente e secondo esigenze egoistiche e vendicative (come i suoi stessi
nemici, in un ambiguo riflesso caratteriale) tanto che Spectre è soltanto il necessario preludio alla pensione, al ritiro
dalla vita attiva e la scelta, definitiva per il personaggio (tanto da
meritarsi, nella classicità di 007, un intero film, interlocutorio e di
passaggio, quanto conclusivo sui legami affettivi di Bond ed evocato in Casino Royale: Al servizio segreto di Sua Maestà), di un legame affettivo
vincolante, duraturo e preminente. L’ipotesi era già stata espressa a Venezia
in Casino Royale a Vesper, prima che gli eventi, architettati dallo stesso
antagonista, portassero il personaggio a rimandare la decisione e a guardare
con cinico sospetto l’altro sesso e considerare
ogni affetto come un’ingombrante debolezza.
Alla
fine, però, James Bond abbandona il mondo avventuroso per amore, recuperando
l’unico legame ancora esistente col passato, cinematografico e familiare, la
classica Aston Martin DB5, distrutta alla fine di Skyfall e gentilmente riparata da Q, e su di essa, con a fianco la
nuova compagna, si avvia verso nuovi e ignoti lidi, in attesa di ricomparire in
altre vesti e con diverso volto in una nuova incarnazione.