C’è
molto dello spirito sbarazzino del primo volume nell’esordio del secondo Guardiani della Galassia, con i titoli
di testa che scorrono su Baby Groot che non resiste e ballonzola al ritmo di
una canzone della cassetta di Star Lord, mentre sullo sfondo imperversa una
battaglia contro un mostruoso e agguerrito alieno. I protagonisti del primo
film sono ormai diventati la squadra dei Guardiani della Galassia, Avengers
cosmici chiamati a risolvere problemi interstellari, spesso però causandone
altrettanti per la singolarità delle loro devianti personalità. Del resto il
film si basa tutto - anche esplicitamente - sul concetto di famiglia e sulla
preminenza di quella acquisita e scelta rispetto a quella biologica e sulla
funzionalità di un gruppo nel suo insieme a dispetto delle disfunzionalità del
singolo. E, in effetti, tutta la trama si può riassumere in una declinazione
galattica della ricerca del padre o, viceversa, del figlio da parte del
genitore, oppure in una seduta psicanalitica di gruppo e parodica in cui tutti
i personaggi fanno i conti con le difficoltà dei legami parentali: Gamora con la
rivale sorella Nebula e i dissidi con l’esigente sadismo del padre Thanos; Star
Lord e l’affetto per la madre terrestre, morta di cancro, e la mancanza del
padre, un alieno come in Starman di
Carpenter ma meno cristologico; Yondu, il Ravenger blu, padre putativo e
paradossale di Peter Quinn in cerca di rispettabilità e onore; Rocket nato da
esperimenti genetici e incapace di comprendere la sua natura, animalesca e
sperimentale, e logorato dalla solitudine che traduce in cinismo nichilista.
Ma
dopo le ottime premesse, il film sembra più divertito che divertente, lottando
contro le costanti difficoltà che la space-opera
comporta, per quanto sarcastica e palesemente fumettistica (nel senso di un
infantilismo consapevole), ossia una trama sfuggente alla logica consueta,
conflitti spaziali esorbitanti e numerose razze extraterrestri di contorno.
Eppure la narrazione rimane sinteticamente legata alle premesse del primo
volume, con le conseguenze del mistero sulla natura parzialmente aliena di
Peter e i rapporti all’interno dello sconclusionato A-team stellare. Il film, infatti, riparte addirittura negli Anni
80 con l’icona carpenteriana Kurt Russell prestata alla fantascienza e la
seduzione della madre di Star Lord, recupera tutti i protagonisti del
predecessore e li porta ad ulteriori sviluppi e introduce, in numerosi
sottofinali, le promesse dei film a venire (di cui almeno un terzo volume del franchise e numerosi intromissioni in
altri ambiti Marvel) con l’introduzione di altri personaggi (tra cui l’altra
icona muscolare Stallone, già vista nel film stesso), l’uomo perfetto Adam (Warlock)
e l’ombra di Thanos sullo sfondo. La continuità delle interconnesse vicende
Marvel e della sceneggiatura di Guardiani
della Galassia vol. 2 è pertanto stretta e vincolante, senza apparenti
divagazioni. Eppure il film non appare innovativo poiché porta alle estreme
conseguenze lo spirito un po’ goliardico del primo volume, innestandole di forti
tentazioni postmoderniste che ne fanno un pot-pourri
dell’intero Universo Cinematografico Marvel.
In
senso lato, la pellicola di Gunn è anche un riassunto di un certo immaginario
collettivo pseudo-adolescenziale americano (quello formatosi negli Anni 80 e
molto di moda al cinema oggi) che si rifà, per temi e toni, ai film Amblin e,
per i personaggi abbozzati e la preminenza di un fondale riconoscibile, alle
serie tv episodiche e procedurali (pur offrendo un film perfettamente e
consapevolmente serializzato nella consequenzialità del primo e nelle
anticipazioni del terzo). Su un territorio di intesa comune e vantando una
superficialità orgogliosamente esibita, il film inanella cameo dell’Osservatore
(che ascolta un logorroico Stan Lee), di Howard il papero (di cui si vocifera
da tempo un remake aggiornato) e di
Stallone nella parte (quasi) di se stesso (aggiornata al post-retrò degli Expendables rivisti in versione spaziale
come Ravager) ponendoli a contorno del ritorno in campo dei protagonisti col
loro nuovo super-nemico, Ego. Diventato celestiale, mini-dio “con la
minuscola”, il pianeta vivente vanta origini divergenti rispetto ai fumetti ma
una costante animosità e ingordigia energetica alla Galactus (ma con la
minuscola: il copyright è della Fox), avendo bisogno di nuove leve per
corroborarsi e completarsi. Rispetto al primo film viene sottolineata la
contemporaneità delle vicende narrate con il tempo terrestre (e della altre
avventure Marvel, peraltro ormai spostate su fondali più ambiziosi ed extraterrestri
con gli Avengers e il Dottor Strange) e troviamo l’aggiunta di un certo voluto
kitsch artistico nel falso gusto arabeggiante del castello (alla Sammezzano) di
Ego, paese delle meraviglie di una distopia familiare, con aggiunta di sculture
in simil-Koons a mo’ di illustrazioni.
Divertissement
spudorato, I guardiani della galassia
vol. 2 è comunque un esempio di opera completa, con un totale controllo e
integrazione reciproca di ogni aspetto produttivo, dai titoli di testa a quelli
di coda, un lavoro di cesello che si vuole anche summa di un certo modo di
pensare il cinema e l’intrattenimento, autoreferenziale e post-moderno insieme,
spensierato e calcolato, blockbuster quanto
opera d’autore. I guardiani della
galassia vuole e riesce a riunire in un’unica famiglia acquisita, solidale
per referenti culturali e pop, astanti e autore, ma capita che a volte, però,
lo spettatore e il regista finiscano storditi e perdano i contatti proprio in
quell’amato vuoto siderale così pericolosamente privo di silenzio.