sabato 31 marzo 2007

"Casi caldi"

Con la primavera torna a sbocciare su RaiDue Cold Case, serie ideata da Meredith Stiehm e prodotta da Jerry Bruckheimer, già all'origine dei C.S.I. e di Senza Traccia. Strutturalmente classico, ogni episodio di Cold Case presenta una squadra invariabile di investigatori che indaga su un omicidio, diverso ogni volta. Ma la peculiarità della serie riguarda il carattere di questi crimini: casi freddi, come dice il titolo, vecchi e dimenticati perché irrisolti, i cui fascicoli sono stati ammassati nell'archivio del distretto di polizia, quindi risuscitati e infine chiariti, a distanza di anni, da Lilly Rush e dai colleghi della squadra omicidi di Philadelphia.
Ogni episodio inizia con una scena fotograficamente trattata e datata, squarci di normalità e preludio ad un assassinio; quindi un grido lancinante apre la concitata sigla e avviene il salto ad oggi: qualcuno coinvolto in quella vicenda si rivolge alla detective Rush e chiede di riaprire il caso. Gli omicidi non cadono mai in prescrizione, pertanto gli incartamenti chiusi senza l'individuazione di un colpevole rimangono virtualmente in attesa di una soluzione, di una giustizia sospesa e teoricamente soltanto posposta. I poliziotti scendono nel ventre silenzioso del distretto a riesumare i faldoni giudiziari archiviati in scatoloni bianchi tutti uguali, urne di cartone da cui emergono fantasmi e immagini del passato. Sono esistenze troncate e corpi cambiati, vicende antiche o recenti, vite incompiute nelle loro morti inesplicate, altre drammaticamente alterate da quella violenza, raffreddata dagli anni ma solo inabissata nella memoria e pronta a riaffiorare con i giusti stimoli investigativi. L’immagine seminale della serie è l'anonima archiviazione, quindi il recupero dello stesso raccoglitore bianco tra i corridoi di un’algida catacomba giudiziaria assiepata da tanti simili contenitori, unico elemento di transizione e staffetta tra passato e presente, da un diritto alla verità interrotto alla sua ripresa dopo un’apnea temporale.
Come in Senza traccia, per molti aspetti serie sorella, i personaggi principali, benché densi di umanità, non invadono il breve lasso dell'episodio con il proprio vissuto. Di loro si sa molto poco (anche se nella seconda serie, attualmente in onda, qualche ombra si chiarisce ed alcuni elementi personali vengono ad illuminare la cornice), solo sporadici dettagli sono disseminati nelle reciproche battute tra colleghi, nelle sfumature di uno sguardo o di un sorriso. Lilly Rush o Scotty Valens vivono nel solo presente dell'indagine, sono quasi comprimari di ogni episodio, pretestuosamente necessari alla finzione narrativa di cui a pieno titolo diventano protagonisti le vittime e i loro familiari, il caso stesso, che riprende vita e forma nei flash-back che costellano ogni singola puntata. Poiché i dati a disposizione per ricostruire l’accaduto e trovare il colpevole sono pochi, tutto è già successo e spesso sbiadito nella memoria, la serie è quasi priva d'azione mentre è molto dialogata, alterna interrogatori e ricostruzioni in un puzzle di elementi che infine portano all'individuazione del criminale, e i poliziotti sono per lo più ripresi a conversare, congetturare e avanzare ipotesi sullo svolgimento dei fatti e sul prosieguo dell'indagine.
Ma ciò che colpisce e coinvolge in questa serie investigativa, tesissima e mai noiosa, è l'enorme potenziale drammatico ed emotivo che contiene. Le tragedie in miniatura di ogni episodio evidenziano implacabilmente le umane debolezze e le ineguaglianze di una società che si vuole democratica, affrontano temi scottanti (la discriminazione sociale, razziale, sessuale, politica), fanno i conti con i lati oscuri del sogno americano. Ogni ricostruzione storica si accompagna ad un accorto uso di una colonna sonora che, con immediatezza, precisione e potenza evocativa, situa il momento dell'azione attraverso le canzoni del tempo; sullo schermo si avvicendano inoltre i due volti di un medesimo personaggio, ripreso in due momenti della propria vita, ora e allora, quando si svolsero i fatti, con un cortocircuito emotivo e culturale tra diverse età anagrafiche a confronto, il paradosso di due identità in mostrate in contemporanea che segnala quanto e quanto poco sia nel frattempo cambiato, fuori e dentro quell'essere umano. La morte, da cui l’episodio e l’indagine hanno preso inizio, è stata il momento di rottura di molte vite, fonte di inevitabili cambiamenti e trasformazioni per personaggi che di quel sangue si sono macchiati o del quale hanno subito le conseguenze; la sua evocazione diviene il recupero di un cardine fondamentale di varie esistenze accomunate da una ferita inguaribile. I poliziotti diventano allora solo i catalizzatori della verità emotiva del caso che, fragorosamente, riemerge nel presente e lo contamina. Non c'è pace sino alla catarsi finale della confessione, quando la realtà dei fatti, per lo più drammatica e dura, viene allo scoperto e riporta pace all'anima inquieta della vittima: questa, simbolicamente, guarda sorridendo chi le ha reso giustizia e concesso il riposo sino ad allora negato. Il dolore, di cui la serie è permeata, trova alla fine uno sfogo, quantomeno liberatorio.
I detective della omicidi hanno una funzione maieutica di emersione della verità nella confessione del colpevole; se l'ordine viene ricostituito tramite la classica e conciliatoria individuazione del criminale, il processo investigativo ha fatto emergere ben più di uno spunto di riflessione sulla storia recente e sul complesso sociale, diventa una seduta di psicanalisi collettiva (e individuale per i protagonisti della vicenda) che scoperchia numerose flatulenze del melting pot americano. La riapertura di quei casi e, fisicamente, degli scatoloni che li contengono, diventa la liberazione di un vaso di Pandora di umori e dolori compressi, di inconfessabili verità private e sociali, che l'indagine mette a nudo e mostra nei costanti flash-back con l'apparente indifferenza di un pretesto narrativo, mentre si trasforma nel rito della riesumazione e provvisoria restituzione alla vita di un'anima persa tra gli interstizi del tempo, della memoria e della giustizia.
Quei casi sono, in fondo, ancora caldi, agitano le viscere dei personaggi e della società. Lilly Rush li tratta con empatia (un aspetto del suo personaggio molto accentuato nei primi episodi, poi diluito nella collettività del gruppo), con umano calore, come corpi ancora vivi, traumi e ferite aperti -in senso letterale quanto traslato- da guarire o lenire, per quanto possibile, di cui i poliziotti sono inopinati e involontari spettatori e dalla cui visione emergono (come noi, al di là del piccolo schermo) con l'acquisizione di una maggiore, sebbene dolorosa e sempre partecipe, consapevolezza. Cold case è una serie di limpida ed enigmatica bellezza.

Tracce di vita

Una riga rosso sangue taglia a metà lo schermo bianco di una lavagna, riempiendosi a poco a poco con le ultime tappe della vita di una persona. Quella sottile linea temporale, segnata da annotazioni nel procedere dell'indagine, contiene le poche tracce che la persona ha lasciato prima di dileguarsi. Quando la squadra dell'FBI entra in azione, ancora non è chiaro se lo scomparso sia stato vittima di un rapimento o di un omicidio, oppure se è semplicemente fuggito o partito. Si è comunque eclissato dalla propria vita, lasciando dietro di sé labili indizi e portandosi via il senso di una sparizione ancora in attesa di definizione. L'indagine inizia infatti quasi sempre senza che sia ben chiaro il motivo di quell'assenza improvvisa, se quella negazione agli altri e alla quotidiana normalità sia criminale, imposta o subita, oppure volontaria. L'unico certo punto di partenza è l'inaspettata e apparentemente immotivata scomparsa, quella imprevista soluzione dell'ordinaria continuità che origina il punto interrogativo da cui si dipana ogni vicenda.
Creata da Hank Sheinberg e prodotta da Jerry Bruckheimer, Senza traccia (alla quinta stagione negli Stati Uniti, alla terza su RaiDue) ha una struttura episodica marcata con un caso per puntata. Dopo la breve presentazione del protagonista e la sua scomparsa, ogni episodio si articola nell'interrogatorio di amici e familiari per far luce sulla ragioni di quella sparizione e sulla sua stessa natura. I resoconti vengono accelerati e resi visibili da flash-back, non sempre veritieri, spesso successivamente riproposti nella versione corretta. E il ritratto polifonico del protagonista, la cui scomparsa è visivamente resa da una dissolvenza che lascia inalterato l'ambiente, si definisce strada facendo, ad intermittenza, col variare delle versioni e l'approssimarsi alla verità, sfrondata dalle false apparenze, dai segreti e dalle menzogne. Gli agenti si addentrano così nei meandri spesso inconfessabili di un'esistenza dalla normalità soltanto apparente e che solo l'improvvisa eclisse rende evidente. La squadra dell'FBI deve rintracciare un ambiguo fantasma, deve ridefinire la vera immagine di una persona riconsiderando il tessuto illusoriamente coeso di un'esistenza per scomporne e rileggerne l'ordito sotto la luce inedita determinata dalla sparizione, evento adesso rivelatore di una vita che si dischiude a poco a poco, lasciando trapelare privati inferni e sotterranee inquietudini.
Poiché con il procedere delle ore diminuiscono sensibilmente le possibilità di ritrovamento, l'unità capitanata da Jack Malone è in perenne lotta contro il tempo tanto che ogni racconto è contrappuntato dalla segnalazione visiva del progredire delle ore dal momento della scomparsa. Scandita dall'incedere temporale e priva di momenti morti, la puntata procede spedita verso la risoluzione - cangiante a seconda della situazione - in un viaggio a ritroso dentro una vita, diventa la ricostruzione del passato prossimo per capire il presente di una persona, con la necessità di riordinare e dare significato ad eventi avvenuti per anticipare quelli futuri. Il tempo è infatti l'avversario dell'Unità Persone Scomparse così come il suo inevitabile alleato, l'unica vera scena del crimine da cui trarre elementi d'indagine e quanto l'antagonista con cui scontrarsi. Il tempo fluisce incessante e ambiguo, diventa un magma superficialmente insensato che intrappola e logora gli investigatori.
Drammaticamente tesa, Senza traccia è un serial investigativo d'impianto classico con prevalenza dei dialoghi, negli interrogatori dei testimoni e nelle ricostruzioni o intuizioni risolutive degli agenti, è una serie basata su una drammaturgia prevalentemente psicologica che non aliena l'azione o la tensione e quasi è mai conciliante nei finali. Fotografata con neri profondi e macchie di luce che non cancellano una generale cupezza, ogni puntata ha per protagonisti ricorrenti agenti federali dall'apparente freddezza il cui efficiente e serrato gioco di squadra è determinante per la soluzione. Vestiti di completi dai toni prevalentemente scuri, Jack Malone e i colleghi sembrano inizialmente solo i semplici veicoli dell'indagine, il necessario presupposto per ogni racconto. I loro personaggi stentano a stagliarsi con individualità marcate perché si definiscono molto lentamente, con lo sviluppo delle stagioni televisive. Parca nell'approfondire in primo piano le rispettive psicologie, la serie lascia trapelare soltanto sporadicamente, e sempre ai margini dell'inchiesta in corso, dettagli e spunti significativi, fa intuire progressioni e sviluppi dei reciproci rapporti, le tensioni o le attrazioni, con sfumature lievi, con una successione di slittamenti comportamentali costruiti grazie ad un notevole gioco di recitazione quasi mai apertamente riflesso nei dialoghi.
Queste variazioni minime e pudichi accenni, illuminanti a posteriori, diventano eloquenti solo nella loro somma sino a diventare improvvisamente manifesti con l'evidenza ingannevole di colpi di scena. Eppure le tracce, seppur dosate omeopaticamente, sono state disseminate nel passato degli episodi, nella linea temporale dell'intera stagione trascorsa, sebbene si concretizzino soltanto in momenti catalizzatori. Si ribadisce così la struttura stessa della serie, l'ingrediente cronologico e la necessità di una ricostruzione retrospettiva di quanto avvenuto sino ad un episodio sintomatico che ne svela appieno l'entità e la cui flagranza è solo illusoria mentre trova senso e giustificazione nella valutazione complessiva, in una visione d'insieme dei singoli indizi che colmino le lacune. Come quelle inquadrature che intercalano gli episodi e celano le ellissi (e gli iati pubblicitari), le riprese di una New York spesso notturna, sorvolata dall'alto e quasi indifferente ai dolori dei suoi abitanti, ma che a ben guardare ne comprende tutte le vite.
Solo dalla seconda stagione in poi, e con più evidenza nella terza, le vicende personali degli agenti assurgono al primo piano, definendo una continuità narrativa orizzontale che arricchisce Senza traccia di uno spaccato privato teso e drammatico, indipendente dai casi esaminati ma non esente da interferenze e con una costante e spesso dolorosa ridefinizione dei reciproci rapporti tra i personaggi.

American Dreams

Con la messa in onda della terza stagione, si è di recente (9 gennaio 2006) conclusa su Jimmy la diffusione della serie American Dreams (2002-2005). Benché poco citato anche dalle testate specialistiche, questo serial aveva alcuni elementi di un certo interesse.
Basata sulle vicende della famiglia Pryor nella Philadelphia degli anni Sessanta, American Dreams ha una base sostanzialmente soap, prestando molta attenzione alle vicissitudini amorose dei giovani figli, ma lascia grandissimo spazio allo sfondo storico su cui si muovono i personaggi, con i drammi e i cambiamenti che gli anni Sessanta hanno portato in America e nel mondo, visti attraverso il filtro della televisione.
La serie nasce infatti sulla falsariga di American Bandstand, vera trasmissione musicale della Abc presentata da Dick Clark (qui produttore esecutivo), in cui i più noti gruppi pop del momento si esibivano davanti ad un pubblico danzante (un tipo di spettacolo solennemente preso in giro da John Waters in Hairspray). Le immagini di repertorio di questo "Top of the Pops" ante litteram si incastonano nelle riprese in studio della serie, in un gioco di rimandi e falsificazioni nel passaggio dal palco allo schermo in bianco e nero, che ricordano alcune pellicole di Zemeckis (1964 allarme a New York arrivano i Beatles! soprattutto, ma anche Ritorno al futuro o Forrest Gump). Spesso le stesse canzoni sono rivisitate da famosi cantanti contemporanei (Chris Isaak, Alanis Morrisette e altri) in veste di guest star canora, con un continuo andirivieni dalla “verità” delle riprese e dei brani d’epoca al loro adattamento contemporaneo finalizzato alla narrazione. Meg, secondogenita dei Pryor, diventa ospite fisso di Bandstand, avendo così accesso ad una certa notorietà catodica, mentre suo padre la vede sulle tv sempre accese nel suo negozio di elettrodomestici ("Pryor radio & tv"). La televisione riveste nel telefilm un ruolo cruciale anche per i servizi giornalistici che trasmette, fornendo ulteriori informazioni sul tempo dell’azione, riverberando così di eco storiche le vicende dei personaggi e definendone precisamente lo scenario. La serie, concepita proprio sulla veritiera ricostruzione di un tempo passato in cui si svolgono storie fittizie, prendendo a prestito e a pretesto le immagini di repertorio, rende la televisione (dove essa stessa, oggi, viene trasmessa) una parte integrante della vita dei suoi protagonisti, come oggetto da vendere e guardare -il televisore- e come ambientazione -lo studio televisivo-, come luogo di intrattenimento e di acculturazione. Inoltre, poiché si svolge negli anni in cui emerge chiaramente la cultura di massa, la televisione diviene quasi il motore teorico di American Dreams, in quanto mezzo di comunicazione ad alta diffusione per eccellenza. Negli anni Sessanta giungono a maturazione la massificazione del gusto e i condizionamenti rappresentati dalla fruizione televisiva (la pop culture di cui Bandstand è l'incarnazione), ma le stesse immagini trasmesse dalla tv finiscono però col pesare sulle coscienze individuali e fornire il materiale di partenza per la creazione di un’opinione personale indipendente. Così sarà anche per Meg quando si troverà a lavorare negli studi televisivi all'archiviazione dei filmati giornalistici, proprio come avvenne nell'opinione pubblica di quegli anni di fronte alle riprese provenienti dal Vietnam che alimentarono proteste e crearono una nuova consapevolezza dell'impegno bellico degli Stati Uniti.
American Dreams è una serie estremamente ben montata: gli spezzoni di Bandstand e i pezzi musicali funzionano da base ritmica e fungono da raccordo tra le varie linee narrative, passando facilmente dal diegetico (il brano suonato dal disco o in studio) all’extradiegetico (capacità evocativa del pezzo). Non solo le storie di riflettono spesso tematicamente e trovano un'efficace convergenza nei momenti "musicali", ma i testi delle canzoni scelte arricchiscono il contesto con ulteriori sfumature. American Dreams è, in effetti, costruita sul raccordo: musicale e visivo, nell’uso di uno stesso pezzo come elemento unificante del montaggio in parallelo di ambientazioni diverse; televisivo, nel miscelare il presente dei personaggi con il passato storico di una nazione (o di una trasmissione). Le storie dei quattro fratelli Pryor, inoltre, sono quasi tutte sempre costruite sul dilemma tra le aspirazioni private e le esigenze istituzionali, siano esse familiari o sociali, come scolastiche o religiose, sul tentativo di accordare, fin quanto possibile, le istanze di ribellione e gli appelli al conformismo, la ricerca di un’onesta serenità, o della propria verità interiore. I Pryor sono infatti cattolici osservanti e vivono in un’America che ancora non si è adattata al politicamente corretto, in cui le donne sono agli albori di un’emancipazione imminente, in cui il razzismo persiste con un'evidente violenza mentre la contestazione sta per fare capolino, in contemporanea con la vergogna del Vietnam, e creare profondi dissidi generazionali. JJ, primogenito dei Pryor, è l’incarnazione dell’Eroe americano: sportivo eccellente, aspirante campione di football poi infortunatosi, quindi arruolato nei marines e decorato con onore in Vietnam. Eppure la sua impassibile ostinazione a concretizzare l’orgoglio paterno sembra minata da un’intima insoddisfazione che lo rende vittima degli eventi. Meg (la vera protagonista della serie), con la sua presenza fissa a Bandstand, sembra agire solo per gioco, attratta da tutto ciò che è futile. Tuttavia il personaggio sviluppa una tendenza ad una visione personale del mondo, sposando cause impegnative, affrontando scelte difficili, responsabilità e consapevolezza crescenti. Patty è l'ombrosa saccente incapace di mediazione, e Will, è il più piccolo e lamentoso dei figli, sembra vivere all'ombra del fratello più grande. Jack, il padre, baluardo dell'ordine, rimane comunque capace di concessioni. Helen, la moglie, è invece più intimamente combattuta tra aspirazioni di affermazione personali e il ruolo di madre di famiglia (tornare a studiare, impegnarsi per i diritti altrui, scegliere un metodo contraccettivo). Sebbene coerenti con le caratteristiche del proprio personaggio, i protagonisti di American Dreams riescono a sviluppare sfumature convincenti, danno vita a ruoli realistici e sinceri.

In numerose puntate, una scena ricorrente è il pasto in famiglia, in cui le voci dei figli si accavallano in una divertente e veritiera cacofonia alla quale è sempre difficile dare ordine. Al di là dell’ambientazione familiare idilliaca, di una sigla (My generation) che è un caleidoscopio di superotto veri e ricostruiti, nostalgie televisive e pranzi in comune, dei toni pop della colonna sonora e dei colori, dell’apparente leggerezza delle trame, i sogni americani stanno terminando, si scontrano brutalmente con l’oggettiva realtà storica, tutti i valori acquisiti o dati per scontati devono essere riconsiderati e il risveglio, crudo e inaspettato, sta avvenendo. American Dreams tenta appunto di fare il raccordo tra il sogno e l’incubo (l’omicidio Kennedy inaugura la serie), tra il radicale cambiamento e l’utopia di una trasformazione placida e indolore. In effetti, con il procedere delle tre stagioni, la serenità si va man mano dissipando, crescendo i personaggi si caricano di responsabilità e sensibilità, i tempi e i toni si incupiscono mentre Bandstand rimane sempre più sullo sfondo, spunto pop e musicale insopprimibile.

A bilanciare la quiete familiare dei Pryor, piena di dissidi o dissapori ma non di insanabili contrasti, ci sono le parallele storie dei Walker, famiglia di neri coetanei e colleghi degli altri protagonisti la cui vita deve però fare i conti con la differenza di classe e di colore, in una struttura binaria che complessivamente dà maggior risalto al contesto storico ed evidenzia ulteriori problematiche.

Esiste infine un ultimo raccordo, storico, proposto da American Dreams: tra i presente dei telespettatori e quello dei personaggi, esplicitato in uno degli episodi della terza stagione. Mentre suo fratello è al fronte, a scuola Meg deve mettere in scena Shakespeare; una suora pacifista le propone di mantenere intatto il testo e fare una scelta di regia, utilizzare abiti e toni moderni e trasformando il classico in una requisitoria contro la guerra. La messa in onda di American Dreams è contemporanea all’impegno statunitense in Iraq, ed è difficile non vedere nel suggerimento della suora l’indicazione a leggere il riferimento stesso al Vietnam come il rimando alla guerra che in questo momento storico quello stesso paese, con esiti simili, sta combattendo in Medioriente.
Interpretata da attori perfettamente consoni ai ruoli, costruita con un montaggio rapido ed emozionante galvanizzato dai brani dell’epoca, narrata con tono lieve ma mai zuccheroso, American Dreams è una serie piacevole da vedere e difficile da cancellare; nell’ultima stagione, purtroppo, ha sofferto dell’introduzione di personaggi e linee narrative inefficaci che le hanno fatto a volte perdere coerenza, è stata penalizzata da una successione di correzioni di tiro che hanno inserito spunti irrisolti nel probabile tentativo di evitare la precoce chiusura della serie. In realtà, questo atteggiamento ne ha accelerato il declino fornendo, dopo una serie di prospettive alternative tutte sbaragliate nel giro di un paio di episodi, un finale, provvisorio, forse incoerente.