martedì 12 febbraio 2008

Leoni per agnelli di Robert Redford

Leoni per agnelli parte dall’amara constatazione che dell’attuale classe politica americana al governo non si può salvare niente e che l’unica risposta possibile deve venire dal basso, da chi della politica si deve riappropriare e la potrà fare in futuro, da chi la studia e la insegna e infine da chi ne parla e dovrebbe commentarla in assoluta e consapevole indipendenza. Il film tutto è un preciso invito all’impegno, ad una presa di posizione coerente e personale, sincera ed autonoma dai centri di potere o di opinione. Ne deriva una narrazione tripartita: un professore di Scienze Politiche di fronte ad uno studente dotato ma disilluso e pronto all’abbandono; una giornalista alle prese con un eminente senatore che le concede il privilegio di pubblicizzare la prossima mossa strategica in Afghanistan; infine due soldati sul campo, feriti sugli altopiani afgani e circondati dai nemici.
Redford cerca di cogliere il sentimento di civile indignazione che serpeggia tra gli americani colti, inorriditi dalla gestione belligerante di una politica estera strategicamente e diplomaticamente suicida, ma rispettosi del sacrificio dei soldati sul campo. Sono loro i leoni mandati al macello da agnelli incapaci, politicanti atti solo a vendere malefatte per vittorie, ad esportare prodotti e monopoli, malcelati dalla vanagloria della democrazia.
Le sezioni teoriche, universitaria e giornalistica, nella fissità delle riprese e nell’andamento esplicativo, chiariscono i concetti base dell’esposizione tematica, sono il fulcro ideologico di un film progressista e a sua volta impegnato, ma mal si collegano alla sezione bellica dei due soldati in trappola intesa come rappresentazione pratica di quelle discussioni astratte. Ex studenti del professore e ubbidienti pedine di quel nuovo piano strategico, i due soldati hanno scelto l’ingaggio militare come forma di emancipazione, come espressione concreta di responsabilità personale, tirocinio obbligato per le classi meno abbienti (minoranze latine e afro-americane) da cui ripartire con mezzi economici e culturali rafforzati. Per loro l’azione prevale sulla disquisizione, l’impegno di concretizza nella partecipazione attiva, ma termina solo nel sacrificio che vanifica ogni aspettativa e prospettiva, cancella ogni ipotesi di futuro.
Amaro e disilluso, nel film prevale il Kammerspiel dei dibattiti, della contrapposizione ideologica, del punto di vista wasp e, del resto, i soldati sono solo carne da macello, strumenti necessariamente sacrificabili sull’altare della maggior gloria dei politici rampanti, comunque in corsa per la Casa Bianca. Inevitabilmente Redford, per formazione e anagrafe, propone un parallelo tra l’attuale campagna militare e il Vietnam, e una simile prospettiva finale. Se il segmento universitario incarna il messaggio dell’intero film, con quelle coscienze da attivare per sperare nella possibilità di un cambiamento, la crisi di coscienza della giornalista, fin troppo prona al potere nel gioco di scambio dei favori tra il privilegio dell’esclusiva che si tramuta pubblicità personalizzata, è un chiaro riferimento a Fox News, braccio armato dell’informazione governativa (stranamente, il film è targato Fox) che ha fiancheggiato con ostinata partigianeria ogni mossa di Washington, abdicando alla sua funzione critica e super partes.
Eppure questo film sincero e dignitoso, sdegnato e impegnato, stenta ad incarnarsi in vero cinema, il suo inno alla partecipazione critica alla politica, ad ogni livello, finisce per non essere molto di più di una versione scialba di The West Wing. Programmaticamente scritto per convincere, Leoni per agnelli abbonda di efficaci esposizioni ma latita nel trasformarle in concreto sentimento e in immagini degne di nota, in materiale filmico che trascenda la propria natura teorica di fredda trasposizione ben argomentata, a dispetto della buona fede del regista e dei suoi bravi attori.

Lussuria di Ang Lee

Come il precedente, anche l’ultimo film di Ang Lee è un melò tragico raggelato, storia di sentimenti inesplorati e sesso corrisposto, in cui i protagonisti finiscono fatalmente vittime di un destino avverso, di una situazione estranea e nemica alla quale non riescono a ribellarsi con sufficiente determinazione. Il sorriso sembra ormai scacciato dalla filmografia di Lee, mentre i suoi personaggi sono schiacciati da una predestinazione ingombrante che segna e mal cela gli evidenti sintomi di un fato infausto, brevemente illuminato dal fuoco fatuo delle illusioni.
Nella Cina occupata dai giapponesi, giovani ribelli borghesi, animati da infatuazione militante e armati di temerario dilettantismo, si cimentano nell’infiltrazione delle linee del governo fiancheggiatore introducendo una di loro nelle grazie e nel letto di un alto dirigente statale per ordire e organizzarne l’omicidio mirato.
Agitato da passioni mai consumate, da sesso esasperato che consuma e corrode, che confonde i confini dell’amore e del desiderio, della lealtà e della prudenza, il film si svolge senza picchi a dipanare una materia incandescente, osservando, con attenzione e a distanza di sicurezza, i suoi protagonisti agitarsi e soffrire, trascinati dall’odio e dalla tenerezza. Lee incapsula la vicenda in un convenzionale flash-back, che si anima nel momento narrativamente culminante per interromperlo, spiegarlo e solo al termine svilupparlo sino alla conclusione. E tutti i protagonisti vivono in trappola, per scelta o rassegnazione, inermi di fronte al dolore che si prospetta e le cui avvisaglie sono sempre più evidenti, imprigionati da un contesto in cui hanno operato scelte via via più opprimenti, dai rispettivi giochi di ruolo in cui l’individualità si scioglie e si disperde, lasciando viva soltanto la maschera.
Lussuria è lavorato dall’ossessione per la messinscena, guarda una troupe di commedianti inesperti inscenare un drammone patriottico, tramutato poi in progetto terroristico, attori alle prime armi impersonare personaggi fittizi per penetrare le difese dell’avversario, fingere passioni per intrappolare il bersaglio. Ma anche l’antagonista, un sibillino Tony Leung, è costretto al ruolo di torturatore istituzionale, si rifugia in un distacco dandy sotterraneamente corroso da un rimorso represso mentre osteggia un’armatura di prudenza che si infrange nella fiducia amorosa, personaggio “à la Melville” di sofferente imperturbabilità. Il film stesso, di ambientazione e interpretazione cinese, si vuole occidentale nei riferimenti cinefili (gli spezzoni dei classici Hollywoodiani: Intermezzo, Il ladro di Baghdad, Ho sognato un angelo ma anche Il sospetto) e nasconde la ripetizione della trama di Notorius sotto il Mahjong e le ambientazioni storiche, ricrea un’atmosfera noir debitrice del cinema classico occidentale. Lussuria si finge in fondo altro da sé. E solo negli inserti erotici, con il sesso esplicito nascosto da una regia statica ed estetizzante, ritrova la verità inconfessabile di personaggi che, per un momento, perdendosi, raggiungono una verità interiore senza veli né pudore, privi infine di una sovrastruttura ideologica, del manto soffocante del gioco dei ruoli e di quella finzione che la regia però impone con un distacco con cui, volutamente, contraddice la scopofilia inerente alle stesse immagini.
Ma in questi rimandi a imposture incrociate, interrotte dall’esplosione dei sentimenti e dei sensi, il film finisce con l’essere solo un sipario porpora, elegantemente damascato, che si apre su un teatro di convenzione, un proscenio vuoto in cui si muovono spettri lontani di cui in sala riecheggiano solo le voci.