Dopo 30 anni, Max riprende la strada, interrotta oltre
la sfera del tuono, e il suo viaggio solitario attraverso un’umanità decaduta
allo stato bestiale. La devastazione atomica ha devastato e desertificato il
mondo, la società si è ridotta a nuclei di aggregazione coatta, governati con
la violenza e la gestione assolutistica delle poche risorse disponibili. Le
radiazioni hanno contaminato la terra e i suoi abitanti, ibridi difformi si
agitano nella sabbia rossa e gli uomini nascono raramente sani. Perché anche il
bagaglio genetico è diventato una preziosa risorsa, al pari dell’acqua o della
benzina, tanto che alcuni dei numerosi figli del purulento dittatore locale
vengono allevati al fine di far nascere un degno e sano erede.
Il mondo è del tutto impazzito, ma nemmeno Max sta
bene. Ringiovanito con i nuovi tratti di Tom Hardy, Max Rockatansky rimane
fedele alla definizione che si è andata sviluppando nei film precedenti: rabbia
compressa, riluttanza a comunicare, devozione alla propria solitudine
immancabilmente interrotta da inaspettati e indesiderati incontri, efficacia
violenza e apparente mancanza di sentimenti. Catturato dal signorotto locale e
costretto ad una condizione di passività e prigionia sacrificale come donatore
di sangue, Max si trova ad affiancare un gruppo di donne in fuga verso un luogo
migliore, un’oasi verde o il suo ricordo allucinato, o almeno verso la libertà
di un nuovo inizio. Imperatrice Furiosa, Charlize Theron monca e battagliera,
trasporta gestanti disperatamente in cerca di una rinascita. Max,
malvolentieri, le aiuta e riporta verso una qualche idea di casa, mentre la sua
strada, ancora una volta, devia verso un ulteriore altrove, in cui la
solitudine prescelta si interrompe con le violente visioni di chi non ha saputo
aiutare.
Eroe suo malgrado, Max è un pretesto per Miller per
tornare nei luoghi della sua trilogia, dopo le più candide (ma spesso dark)
deviazioni animalistische di maialini o di pinguini degli ultimi anni. Mad Max
è l’occasione propizia per fornire un punto di vista, partecipe ma neutrale,
con cui guardare alla bestialità dell’uomo, esasperata dalle condizioni
post-apocalittiche dell’ambiente e della morale. Max è una figura cristologica
vestita di cuoio, un vendicatore degli oppressi, un salvatore temporaneo:
soprattutto una maschera senza volto che può traslare di attore in attore.
Hardy ripete la mimica scattante e l’espressività esasperata di Gibson (il
quale sembra ormai averla interiorizzata anche nel privato) come un puro
omaggio, poiché il suo ruolo non necessita di ulteriori caratterizzazioni e di delicate
sfumature. Max indossa la propria follia come l’unica peculiarità identitaria
in un mondo altrettanto folle ma con forsennata coerenza. La sua pazzia è
introspettiva, abitata da rimorsi e vagamente autodistruttiva, al limite del
masochistico, mentre quella diffusa che si trova ad affrontare è invece
nichilista e violenta, opprimente e dittatoriale, egoistica ed egotistica.
Pistolero senza colt, Callaghan senza battute, Max è l’incarnazione
dell’antieroe senza bandiera e senza scopo, passivo perché agito dal plot e
dalle situazioni nei confronti delle quali reagisce solamente per creare una
narrazione di cui si fa carico, come delle colpe del mondo e del proprio
passato.
Sadicamente, la regia spinge l’acceleratore della
fisicità, non solo dei motori e dei massacri, ma anche degli stessi corpi come
della visione, esasperata quanto la narrazione di un road-movie allucinato e dissennatamente
veloce (spesso con inquadrature graficamente accelerate, con un effetto
grottesco ereditato dalle precedenti regie). Il sangue schizza come la benzina
dai motori, le esplosioni si susseguono rapide e furiose, i corpi si smembrano
o feriscono, la ragione latita. Esiste solo la strada e un orizzonte infinito,
senza destinazione, con la predestinazione alla sofferenza di una razza che ha
creato le condizioni della propria estinzione.
Grottesco e grand-guignol, debitore delle Dune di Lynch e del mito della follia dell’outback,
del genere western nella sua declinazione motorizzata, Mad Max rilegge un’icona intemporale nella sequenzialità a tappe
dei video-giochi, con una cronologia legata alla narrazione e altrove astratta,
compresa nel solo suo universo di riferimento. Miller aggiorna alla moderna
rapidità i propri stilemi pur operando, anche stilisticamente, in un’ottica di
recupero, non solo per l’uso deviato delle carcasse motoristiche o della
trasformazione in arma di offesa di accessori comuni, ma anche nel rifiuto
della preminenza del digitale o attraverso le tinte ocra della fotografia di
John Seale oppure con l’introduzione di una colonna sonora delirante e
diegetica, cercando così, in 3D, una sarcastica nostalgia per un passato furioso
e ostinato sebbene anche cinematograficamente irrecuperabile, come la felicità
dei suoi personaggi.