Non è soltanto l’introduzione
della prima supereroina protagonista nell’universo cinematografico
Marvel a caratterizzare la singolarità del film della coppia di
registi indipendenti Boden e Fleck perché Captain Marvel è,
anche, a tutti gli effetti, un elemento cardine dell’intero MCU,
rivisitandone il passato e preannunciandone il futuro per tramite di
un personaggio che diviene, così, indispensabile allo sviluppo
narrativo cinematografico dei fumetti della Casa delle Idee.
Come già Ragnarock
(che riuniva la fine di Asgard e gli albi di Planet Hulk), il
film si propone come una sintesi di alcune saghe preesistenti, dalla
Guerra Kree-Skrull alla storia di Mar-Vell, pur con
notevoli varianti e innovazioni; su questa base portante, il film
propone riferimenti diretti al tie-in televisivo di Agents
of Shield, la cui più recente stagione si svolge in un futuro
alternativo dominato dai Kree blu e vede la dipartita dell’iconico
Agente Coulson, presente nel film come omaggio al personaggio, e si
inserisce adeguatamente nella continuity dei film Marvel prima
dei Guardiani della Galassia, che già presentava Ronan
l’Accusatore, per poi riallacciarsi agli eventi di Infinity War
con l’armageddon dei supereroi che troverà la sua conclusione
nell’imminente Endgame.
Carol Denvers riunisce quindi
il filone della space opera, con razze e pianeti alieni, per
congiungersi alle vicende degli Avengers e, parafrasando il
sottotitolo del primo film su Capitan America, diventa effettivamente
il primo vendicatore moderno, dopo Steve Rogers e le sua avventure
durante le Seconda guerra mondiale. Anzi, è probabile che il
personaggio, ribattezzato ancora “Captain”, assumerà il comando
o il ruolo emblematico di Captain America all’interno del
super-gruppo con l’uscita di Chris Eans dal ruolo e, probabilmemte,
del personaggio dalla serie cinematografica. L’azione e le abilità
di Danvers, infatti, eroe non cercato ma trovato da Fury, portano il
futuro direttore dello Shield a ipotizzaree un gruppo di uomini
potenziati, come effettivamente farà nel sottofinale del primo Iron
Man, presentandosi a Tony Stark con in mente quella stessa idea.
Come per Sentry nei fumetti,
il film opta per una retcon del narrato conosciuto e un
diverso punto di vista, non divergente se non nei confronti degli
albi e della loro continuità (la natura degli Skrull, il sesso di
Mar-Vell), introducendo un personaggio da tempo noto Fury per
esperienza e per contatto diretti ma mai richiamato sulla Terra sino
al sottofinale drammatico di Infinity War e arrivato dopo i
titoli di coda de film eponimo. Marvel, convocata per disperazione
per porre termine ad una situazione insostenibile per la scomparsa di
gran parte dei supereroi (e degli abitanti dell’universo), sarebbe
infatti stata decisiva per i propri poteri in numerose occasioni
degli altri momenti di crisi dei Vendicatori e diventerà membro
attivo degli Avengers o li soppianterà.
Captain Marvel
offre, finalmente, anche uno sguardo al passato di Fury,
cancellandone, rispetto alla versione cartacea, l’elemento del
potenziamento che gli permette di combattere e sopravvivere a lungo
(è coetaneo di Steve Rogers), ma ne illumina una solarità
caratteriale che l’ombroso Fury dello schermo non aveva mai
manifestato, raccontandoci anche la “storia dell’occhio” perso
e, tra le righe, l’evoluzione dello Shield da agenzia di
controspionaggio dedicata a temi alla X-Files (come in Agent
Carter) verso l’amministrazione di superessseri.
Al di là dell’abilità di
costruzione della sceneggiatura, con la sintesi e il rilancio
dell’intero panorama cinematografico dei Marvel Studios, Captain
Marvel impone una diffusa ironia (che era diventata
inutile farsa in Ragnarok o
stasi ripetitiva nel secondo Guardiani della Galassia)
plasmata sul mezzo sorriso di Brie Larson, sulla caratterizzazione
delle situazioni che, con ulteriore citazionismo, rimandano a James
Cameron, da Terminator 2 (inseguimenti e distruzione a Los
Angeles con mutaforma) a True Lies per la commedia d’azione,
ma anche alla comicità buffonesca di Men in Black coi suoi
alieni strambi (di apparenza canina o felina). Ed è permeato di
ironia l’intero film, non solo nel gioco delle citazioni incrociate
e dei riferimenti intersecati, ma anche nell’utilizzo di rimandi
culturali datati e precisi (la Vhs di Uomini veri/The right
stuff da Blockbuster, ad esempio) e nel tono da Top Gun al
femminile che attualizza il genere (prima dell’arrivo del sequel
con Cruise). E anche la regia sembra optare per punti di vista
anomali, assi di visione cangianti, ambientazioni polverose,
prevalenza di primi piani e una costruzione tutta interiore, nella
mente turbata di Vers/Danvers, terrestre senza futuro e Kree senza
passato, supereroina e cecchino d’assalto. Proseguendo l’attenzione
all’intimità e all’interiorità dei personaggi, il duo di
registi si mostra capace di modellare a immagine di Carol Denvers un
film su una narrazione intermittente e quasi totalmente mnemonica,
fatta di assemblaggi di storie passate e di storia recente, di film e
telefilm visti, di canzoni sentite e di fumetti letti, integrati in
un immaginario personale e collettivo che diventa collettore di
spunti e di umorismo, post-moderno e originale insieme, tanto per la
protagonista quanto per lo spettatore.
Se Captain Marvel è il “last
Avenger”, come Captain America era il primo, il futuro si
prospetta comunque cinematograficamente roseo per il MCU, anche se
dovrà fare a meno di alcuni eroi e abbandonare altri filoni.