Del fondante paradosso temporale
si alimenta l’intero complesso dell’ultimo capitolo di Terminator, seria nata col capostipite di Cameron proprio sulla
teoria del cortocircuito storico. Il film di Taylor recupera e riutilizza tutto
il materiale precedente rifondando la stessa narrazione classica e canonica del
ciclo, con un’operazione di rilettura e correzione già attuata sin dal secondo opus dallo stesso Cameron, quando la
tram dal primo film veniva ripresa variata e Schwartzenegger riciclato come
androide riprogrammato e difensivo. Genisys,
come suggerisce il titolo stesso, è una riscrittura totale e una reinvenzione
del tracciato che, sfruttando il principio del balzo temporale, annulla e
corregge quanto in precedenza visto e vissuto così da affrontare scenari in
apparenza inediti.
Come già fatto dal reboot di Star Trek di Abrams, il passato viene deviato e il presente
spostato su un percorso alternativo che libera da ogni laccio di deferenza e di
rispetto dall’ossequio del percorso già esplorato per conferire maggiore linfa
creativa alla scoperta di un paesaggio noto nell’insieme ma sconosciuto nei
dettagli. In questo senso, il film diventa un divertito e compiaciuto metatesto
che mette costantemente in scena le sue stesse regole di scrittura e le
denuncia per redigere un contenuto trasformato in dialogo per i personaggi che,
disorientati e consapevoli, fanno riferimento ad eventi alterati e affrontano
una narrazione in itinere di cui
devono ancora scoprire ed evitare le insidie.
Poiché il passato è costituito
dai precedenti capitoli del franchise,
cinematografici quanto televisivi con The
Sarah Connor Chronicles, Genisys
cita ampiamente i suoi predecessori secondo le modalità approntate e teorizzate
con divertimento e arguzia in Ritorno al
Futuro II, andando però, volutamente, ad incidere sul tracciato degli altri
film per apportarvi utili varianti. Se si sembra prendere le mosse
dall’ambientazione di Terminator:
Salvation, col Reese infante e John Connor icona della Resistenza
(tralasciando gli orpelli familiari accennati in quel frangente), il film torna
poi repentinamente all’origine con lo sbarco di Reese nel 1984 nelle immagini e
al tempo del primo salto, meticciato subito con interferenze di Judgement Day e un Terminator di metallo
liquido. Ma già nel momento dell’apparente disfatta delle macchine raccontata
in questo capitolo e del salto temporale conseguente al teletrasporto del primo
cyborg, un colpo di scena modifica il passato e sbalza il protagonista e tutta
la narrazione in un universo alternativo in il cui meccanismo del paradosso si
moltiplica e complica cambiando gli antefatti in nuovi artefatti.
Come il giovane John della serie
tv, Sarah è già consapevole e allenata alla sopravvivenza, oppressa dalla
predestinazione del noto ma pronta ai cambiamenti dell’ignoto perché “tutto è
cambiato”. L’ex-governatore della California riassume il ruolo di protettore,
secondo inevitabili modalità benigne legate alla fama dell’attore e del
personaggio inaugurate nel secondo film, e si fa tutore e genitore putativo della
Connor. Schwartzenegger si trova quindi a combattere contro un se stesso più
giovane (la carne umana che ricopre l’endoscheletro meccanico invecchia) e
dalla missione opposta, alterando di fatto sin dall’incipit la saga che, pertanto, riparte diversa.
La data di attivazione di Skynet
e dello stesso conseguente Giorno del Giudizio scalano verso un nuovo futuro,
raggiunto dai personaggi umani con un inedito balzo in avanti. Ma è l’intero
assetto ad usufruire di un “upgrade” narrativo: Skynet da sistema di difesa
computerizzato (alla War Games,
debitore di un immaginario paranoico legato alla guerra fredda e alla gestione
automatizzata dell’arsenale bellico) si fa piattaforma digitale onnicomprensiva
in una modernità interconnessa e “cloud”
(più vicina a Matrix, che di Terminator recuperava la prevalenza catastrofica
dell’intelligenza artificiale e la distruzione funzionale della Terra) che non
era stata presa in considerazione ai primordi della serie (e di un internet
balbettante) e che, difatti, sorprende la stessa Sarah. E, come accennato dal serial televisivo prima della
sospensione, i cyborg sono già attivi
all’interno di società telematiche per condizionare il presente e preparare il
proprio avvento. Perché, con un twist
funzionale (troppo anticipato dai trailer),
la novità principale del nuovo Terminator è, all’interno del consueto artificio
dell’introduzione di un nuovo modello di antagonista, la trasmutazione
dell’icona eroica in nemesi definitiva. Come novello Borg di The Next Generation, della stessa carne di
John Connor viene convertita in sintesi artificiale, la sua figura messianica
si fa divina assumendo l’onnipotenza apparente della transustanziazione biomeccanica,
assumendo concretezza e perdendo l’aura mistica di una figura leggendaria. E,
al contempo, Kyle Reese abbandona i suoi connotati cristologici non dovendosi
più immolare per la salvezza dell’uomo, bensì combattere il suo ipotetico
figlio (e padre militare indegno) nei suoi progetti di conquista del mondo. Ma
è l’intero sottotesto biblico ad assottigliarsi, perdendo allusività, mentre
anche il Giorno del giudizio viene rimesso in agenda in data diversa, e in
discussione per l’apparente annullamento dei progetti delle neo-macchine,
smarrendo il monito alla superbia dell’umanità contenuto nei primi film.
A dispetto di un palinsesto
narrativo interessante e dagli spunti autoriflessivi, la regia di Taylor non
osa avventurarsi oltre la spettacolarità delle scene di distruzione di massa e
di combattimento, peraltro già viste in molti cinecomic recenti (Spiderman per
il bus sospeso, Thor e Avengers per le riprese dall’alto di
palazzi implosi, ecc.), elude gli spunti dickiani presenti in Salvation (il Terminator inconsapevole)
per concentrarsi sulle modifiche al corpo di Schwarzenegger, tornato centrale,
e sottoposto a ringiovanimenti e invecchiamenti progressivi del rivestimento di
carne, senza soffermarsi troppo sull’ironia implicita di un simile processo sul
corpo così riconoscibile dell’attore. Gli altri attori sembrano quindi operare
senza direzione, Emilia Clarke pare ripetere la fragile risolutezza di Daenerys
Targaryen del Trono di Spade, Jai
Courtney risulta abbonato all’inespressività muscolosa e alla serializzazione
cinematografica (Divergent, Die Hard) e John Connor ha il volto da
evidente vilain e privo di carisma di
Jason Clarke (gli affezionati al Doctor Who riconosceranno la sua levigata,
undicesima incarnazione in un ruolo non di contorno).
Divertito e a tratti quasi auto-parodico,
Terminator: Genisys ha il pregio di modernizzare
l’assunto della serie, senza però imprimere stile all’insieme né scegliere
incarnazioni memorabili dei personaggi classici lasciando tuttoil fardello
della riconoscibilità alla rediviva star austro-americana. E, da questo punto
di vista, così come dall’apertura a riflessioni dickiane e dall’utilizzo di
corpi già svuotati di personalità e digitalizzati come Sam Worthington, il lavoro
di Taylor risulta inferiore al Salvation
del pur leggero McG, con il suo consapevole pessimismo, iscritto nei fondali
post-apocalittici alla Mad Max, e la
spiazzante spettacolarità fittizia di pseudo piani-sequenza. Genisys è una nuova introduzione al
marchio ben noto e la promessa di ulteriori aggiunte, apocrife perché
scollegate dall’universo univoco finora canonico, da cui si diparte l’ala
inedita così inaugurata. Per non vietare l’ipotesi di un
ennesimo sequel, infatti, lo stesso
Terminator originale (T-101 poi 800) viene aggiornato e “upgradato”, come il
contesto generale, assumendo la duttilità digitale del T-1000 e, nella
consuetudine della scena dopo i titoli di coda, il software maligno si mostra
ancora pienamente attivo e pronto per nuove sfide all’umanità.