È
una pacata invettiva contro i luoghi comuni Moonlight
di Barry Jenkins, il racconto di una ricerca di sé di un personaggio ritratto
in tre età giovanili diverse che diventano tre momenti culminanti della sua
vita. Ed è, fondamentalmente, un film sulla ricerca della felicità nell’onestà,
nella sincerità, nell’abbandono di quei cliché
che abbondano nella società e che rischiano di modellare la vita altrimenti,
allontanandola dai propri reali sentimenti.
Muovendosi
sul terreno noto e minato del ghetto nero, già ritratto da epopee seriali come
quelle di David Simon (The Wire, Show Me A Hero), inflazionato da
condizionamenti comunitari e dallo spaccio, il film di Jenkins sceglie la via
dell’adesione ad un personaggio per lasciare lo sfondo più vago e rivelare
quanto i codici, comportamentali quanto semplicemente vestimentari. siano solo
una messinscena di un ruolo, non per forza aderente alla personalità
individuale. In questo gioco di mascheramento all’interno di un canone, lo
stesso film cerca una via espressiva personale rifiutando l’esasperazione
cromatica e ritmica del primo Spike Lee o il consueto puntello sincopato del
rap in colonna sonora, non afferma nelle forme l’intenzione di distinzione di
cinema di genere o di razza ma percorre il sentiero dettatogli dal suo protagonista.
Il regista alterna riprese mosse ad altre pacate, affianca inquadrature nitide
ad altre vistosamente sfuocate, ad alcune in cui convivono elementi a fuoco con
altri estremamente sgranati a sottolineare i contrasti interiori, mentre il
commento sonoro variabile passa dalla musica classica al rock più melodico,
senza tralasciare la musica del ghetto, che non prevale però mai.
Jenkins
non solo frammenta la narrazione in tre porzioni ma sceglie come forma
prevalente la linea spezzata e la forma della progressione interrotta diventa,
così, il modulo nodale del film, il racconto di un episodio che avanza sino ad
un momento clou che lo fa deragliare,
portandolo ad un esito diverso. Le tre età del protagonista sono snodi
narrativi fondamentali del suo percorso esistenziale, di adesione o di rifiuto
del canone suggerito o imposto dal contesto sociale in cui si muove (i
quartieri degradati a maggioranza nera di Miami), la cui crisi è illustrata da
una ripresa circolare, una panoramica quasi vorticosa che introduce un vistoso
segno di punteggiatura suggerendo, insieme, una stasi e una vertigine in cui
l’ambiente diventa una prigione, l’assedio tanto temuto da cui non sembra
esistere scappatoia.
Perché
il protagonista, Little, Black o Chiron, nelle tre identità che danno il titolo
alle sezioni del film, cerca sempre una via di fuga (dagli altri e da sé, e dal
sé negli altri riflesso) che si rivela impraticabile, cerca di imprimere alla
propria vita quella linea retta verso un altro posto che le contingenze,
infine, interrompono e abbattono condizionandone il futuro dentro quei topoi in cui tocca poi vivere per non
provare la sofferenza dello scarto, della non adesione ad un modello contro cui
si vorrebbe invece ribellare. Le tre età del personaggio sono i capitoli di un Bildungsroman che non avanza, che si
inceppa e inciampa nei sentimenti e nella frustrazione, sono il tentativo di
costruzione di una personalità confinata in un huis-clos sociale e psicologico ed in una routine ad essa aliena.
Little e Black sono fisicamente il fuga dal mucchio, dal gruppo di teppisti
bulli che lo assillano e minacciano fisicamente, ne tormentano la personalità.
Little, preadolescente, scappando dai coetanei in una baracca usata come
rifugio per drogarsi, trova conforto e amicizia in uno spacciatore e nella sua
ragazza che lo colmano dell’affetto che la madre, inabissandosi gradualmente nel
crack, non gli elargisce, scopre la
possibilità di una famiglia, per quanto anomala e contraddittoria. Black,
adolescente, è tormentato dai dubbi sulla propria sessualità, in precedenza solo
sospettati, inaccettabile in una scuola e in una società che esibiscono il
trionfo della virilità bruta, e risponde alla violenza con il rifiuto di sé e
l’adesione allo stereotipo, condizionandosi il futuro. Chiron, rimodellando il
proprio corpo e rimodulando l’atteggiamento secondo l’esempio di un mentore che
voleva essere solo un padre putativo, sembra avviato alla solitudine e all’adeguamento
completo ai luoghi comuni. Ma anche questa strategia di ripiegamento si
interrompe, riportandolo nell’alveo di una più sincera fragilità di cui si è
reso progressivamente cosciente come in un’analisi solitaria e dilatata negli
anni.
Sincero
e dolente, Moonlight si avvale di un cast “all black” di spessore, che alterna
all’adesione ai modello del ruolo (lo spacciatore, la drogata, il vile
bulletto) una gradazione di sfumature inedite, così come il film alterna codici
e modalità di ripresa per rimanere prossimo al protagonista nelle fasi della sua
evoluzione, facendo spiccare l’esposizione dei sentimenti con interruzioni
della narrazione e sguardi in macchina, modulando l’eliminazione o l’enfasi
della colonna sonora, giocando con una stilizzazione non prevalente e un
naturalismo non ingombrante tra spaccati sociali e divagazioni oniriche. È calibrando
ogni dettaglio, senza enfasi, nell’attenzione alla sceneggiatura privata della
retorica della sottolineatura, lasciando spesso parlare il fuori campo che
Jenkins riesce nel ritratto di un personaggio nel suo ambiente, dando alla
regia un’impronta di autentica e non improvvisata partecipazione.