È da
prendere alla lettera il titolo del nuovo Mission:
Impossible: Fallout sono infatti
le ricadute radioattive, con l’ovvio riferimento al soggetto principale della
componente d’azione dell’intreccio; ma sono anche delle conseguenze personali
perché è sulle ricadute individuali dell’impegno nell’IMF che è costruito il
plot principale del film che, per la prima volta, si polarizza sui dubbi e sui
dilemmi privati di Ethan Hunt. Fallout
si apre addirittura all’inconscio dell’agente con ben due sequenze oniriche
(con la prima delle quali il film parte) e l’innesco della trama basato sulla
necessità di salvare i colleghi a scapito del buon esito della missione.
Dall’intervento
di Abrams in poi, rimasto anche come co-produttore con la Bad Robot, le vicende
dell’agente della Mission Impossible Force si sono fatte più introspettive per
l’introduzione della variante amorosa (la moglie in pericolo) e con il recupero
della struttura di squadra, in precedenza cancellata ex-abrupto sin dalla prima sequenza del film di De Palma: la
variazione porta, pertanto, ad una rete di affetti che affianca l’eroe, non più
assoluto protagonista, aprendo così una falla nel suo distacco e scoprendo un
punto debole che avversari (e sceneggiatori) possono sfruttare per complicare
la vicenda.
La
serializzazione impressa a partire dal III episodio, dopo le vicende autoconclusive
dei primi due, si approfondisce qui portando a compimento il percorso, iniziato
allora e proseguito con i successivi capitoli (che si sono dotati di
sottotitolo specifico al posto della numerazione progressiva), con la
prosecuzione logica e diretta delle vicende di Rogue Nation: il ritorno dell’agente dell’MI6 Ilsa e della nemesi
di turno, che troviamo potenziata da un nuovo alleato. Il dilemma della
salvaguardia degli affetti, inoltre, si sviluppa e prosegue anche nel personaggio
di Rebecca Ferguson che deve agire contro l’IMF per sabotarne la missione volendo,
però, non mettere a repentaglio la vita degli ex-compagni. In questo film il
rapporto sentimentale principale di Hunt viene definitivamente traslato, con un
generale beneplacito, dalla moglie all’amante, da Julia ad Ilsa, la cui
relazione con Hunt viene svelata, sebbene sia rimasta tra le maglie dello iato
temporale tra i due film.
A
questo nodo melodrammatico e amoroso il film soprappone una trama di inseguimenti
e fughe, costruita su finzioni e trappole, personificazioni e inganni, in parte
rivalutando la componente da heist-movie
della serie televisiva originale (fitte trappole tese a raggirare colpevoli
vari) e l’immancabile uso della maschera facciale, ormai un irrinunciabile gimmick. A questi elementi base si
aggiunge l’infiltrazione degli apparati governativi e il rapporto ravvicinato (sempre
deleterio, come in Protocollo Fantasma)
con il Segretario di Stato (Alec Baldwin imbaldanzito dal ritorno all’action, come un Jack Ryan in pensione), elemento
politico degno di 24 e entrato a far
parte degli ingranaggi dei film, l’IMF o Hunt essendo sempre in procinto di
essere smantellati o uccisi sin dal prototipo, la cui eco si ritrova anche nel
tentativo di addossare il tradimento allo stesso agente. In effetti, Fallout sembra ricapitolare le cinque
precedenti pellicole per temi, personaggi o ambientazione [Londra (MI:1), la pratica del free climbing (M:I 2), la presenza della moglie (M:I 3 e 4), del nemico Salomon Lane (M:I 5) e della squadra (tra cui Vingh Rhames, che proviene dal
primo film] e, conseguentemente, avviare il franchise
Mission: Impossible verso una svolta,
ancora da definire.
Per
la prima volta alla regia siede un veterano, mentre era consuetudine cambiare
regista per puntata. Il fido McQuarrie, già con Cruise ai comandi del primo Jack Reacher (nonché co-sceneggiatore di
Operazione Valchiria, di Edge
of Tomorrow e della Mummia),
costruisce un perfetto veicolo divistico, con grandiose scene d’azione e stasi
di approfondimento per lo più costruite sui primi piani dell’attore, mentre
continua nella conferma che il tipico film di Cruise è costituito da un corpo in
fuga e sotto stress. Il regista è, però, anche molto attento alla composizione
dell’inquadratura, che pare pensata per la stereoscopia con prospettive
naturali reiterate e spettacolari piani generali con profondità di campo,
un’articolazione del montaggio non frenetica (e l’uso consapevole di un
piano-sequenza aereo fittizio) e una certa ironia nell’utilizzo della
ripetizione, di battute in sceneggiatura, di inquadrature in ripresa e di
personaggi che si passano la colpa a turno.
Mastodontico
nella durata (150’), il film scorre però leggero sulle inverosimiglianze
assunte della trama, sulla riconoscibilità dei personaggi noti (a parte Cavill,
il neo Superman in versione ripulitore della Cia dopo essere stato la spia
americana Napoleon Solo in Operazione
U.N.K.L.E., ruolo già offerto a Cruise e declinato per fare M:I 5) e sulla serializzazione spinta di
un assunto televisivo ormai completamene cinematografico e identificato con il
suo protagonista perenne, quell’inossidabile attore che vola tra macchine,
edifici o montagne spesso senza controfigura (qui si è rotto la caviglia) per
assicurare agli spettatori che il suo impegno è sempre serio e la dedizione totale.