mercoledì 19 novembre 2008

Hellboy II: The Golden Army di Guillermo del Toro

Territorio di sfida di esseri fatati e mistici, di mostri e demoni, la Terra sembra abitata solo marginalmente dagli umani, timidi padroni del pianeta soggiogati da forze oscure estranee al loro governo e intendimento. Il campo narrativo, visivo e tematico del film è tutto dominato dagli anomali, avversi o alleati dei deboli uomini, ormai solo impotenti spettatori di battaglie epocali e sovrannaturali. E sorge il dubbio dell’utilità della lotta a salvaguardia di una razza inetta e crudele, presuntuosa e dannosa per lo stesso pianeta, capace di generare il nazismo - come nella prima vicenda - o di danneggiare il mondo e i suoi abitanti, visibili e invisibili.

Con maggiore brio visivo del primo film, Guillermo del Toro torna a narrare le gesta dello scorbutico demone allevato dagli uomini e della sua combriccola di strani compagni, irosi o mostruosi, poetici o trasognati, costruendo un sequel di passaggio verso l’umanizzazione di personaggi ormai venuti allo scoperto del mondo, con le premesse di un melodramma esistenziale tra il destino annientatore del demonio e la sua alleanza con la specie umana. Puntata transitoria, necessaria all’emancipazione del personaggio e tappa primigenia della sua evoluzione adulta, dopo il racconto della genesi tipica del fumetto superoistico (sebbene sui generis), in questo secondo capitolo i personaggi spiccano per profondità, lasciandosi alle spalle gli umani, inermi e inerti, assumendosi il ruolo motore e l’indipendenza delle azioni e dei propri sentimenti. Il mito è un racconto orrorifico della buonanotte per il demone infante, ma si tramuta in realtà con gli anni e nel combattimento tra avverse forze in contrasto per la distruzione del mondo. Ma l’elemento fantastico, ingentilito dall’ingenuità della visione infantile della sequenza animata iniziale, rimane permanente nel film, sarabanda di invenzioni visive in costante equilibrio tra l’orrido e il comico, incubo infantile offerto all’adulto. In un universo visivo favolistico e onirico, si nascondono influenze noir e hard-boiled nell’indagatore mistico, una tecnologia visivamente retrò con le apparecchiature e i costumi alla Verne, un sottofondo romantico mai celato di amori impossibili, un tocco da commedia buffonesca (le creature) o borghese (il ménage di Hellboy). Centrifuga di influenze, il film suggerisce uno sguardo ulteriore per approfondire il mondo senza fermarsi alle apparenze, sempre false, per vederne l’essenza oltre il visibile, l’umanità esacerbata dei mostri, l’indifferenza degli uomini, la trasfigurazione del reale nel sogno e la sua trasformazione sempre eventuale in incubo. Presentati i personaggi, evidenziati gli ascendenti, moltiplicati gli effetti, Del Toro potrà passare al seguito, ad un racconto liberato dai debiti, culturali o narrativi, con protagonisti resisi indipendenti dagli uomini e pronti a vivere alla luce del giorno, col rischio di causare l’arrivo delle tenebre. La missione e il destino di Hellboy sono di far scaturire l’inferno, ma ormai è tutto nelle sue mani, nella sua futura scelta di libero adulto.

lunedì 17 novembre 2008

Hancock di Peter Berg

I supereroi hanno superproblemi. E un grosso deficit d’immagine se causano superdanni e si inimicano la popolazione che, per definizione, dovrebbero proteggere. Dropout losangelino, Hancock soffre anche di un deficit mnemonico, non ricordandosi il passato e le sue origini, problema fondamentale per un supereroe che, nella determinazione dei propri poteri, trova la base delle motivazioni che lo spingono a soccorrere i più deboli, rifacendosi al trauma iniziale motivazionale della missione caratteristica. Hancock non ha memoria di sé, quindi agisce per istinto, annebbiandosi con l’alcol per dimenticare che non ricorda e a rischio di esilio per comportamento e linguaggio scorretto. Superman supersfigato, Hancock deve essere rimesso in carreggiata da un p.r. disoccupato che ne curi l’immagine e gli ridia smalto e stima. Su una base a metà tra il fumetto e una sitcom, Hancock si rivela però un melodramma romantico con la scoperta di una supercompagna con cui l’eroe svogliato forma l’ultima coppia di semidei, destinati a trasformarsi in umani banali allo scoccare dell’amore e alla vicinanza del partner designato, con conseguenze catastrofiche di reciproco annientamento. Mimetica e sorprendente, Charlize Theron irrompe in scena rubandola con pochi sguardi a Will Smith, relegandone anche il personaggio a traino del proprio e mostrandosi, priva di dubbi e traumi, come il motore unico della narrazione, letteralmente deus ex-machina dell’intera vicenda.

L’assunto assurdo si traduce ben presto in un film che, come ogni altra pellicola sui superdotati, definisce i parametri dell’eroe, le sue origini e le possibilità di filiazione cinematografica infinitamente variabile, con la libertà aggiuntiva derivante dal non essere un adattamento di un immaginario preesistente. Hancock diverte relativamente senza sorprendere, riallinendosi infatti ai parametri tradizionali dopo un incipit singolare, e si distingue per un uso realistico delle manipolazioni digitali, mascherate da zoomate successive e messe a fuoco a ripetizione a scrutare l’interno dell’inquadrature, come a cercarne un’originalità sfuggente; oppure ad iscrivere la fantasia nella realtà, cercando di nasconderne i punti di sutura e le forzature. Hancock è un eroe allo sbaraglio, privo di storia, incapace di non generare danni collaterali, ormai disamato e temuto, guardato con antipatia e risentimento. Non è un paese per eroi, ormai, quello in cui Hancock si trova, da immigrato clandestino e divinità in pensione senza meta né ideali, incapace di adattarsi al ruolo che dovrebbe essere il suo. Come quel paese, che non è nemmeno il suo e che, come lui ricerca nuovo vigore e la perduta dignità.

Ma la grana realistica si sfalda appena entra in campo la superdonna, lasciando spazio al battibecco amoroso di una comédie du remariage impossibilitata dall’assunto della incompatibilità ambientale dei due coniugi e l’allontanamento di un lieto fine impossibile. Se il destino li vuole uniti, la trama e la volontà separa i predestinati che scelgono di contrapporsi alla necessità dell’accoppiamento e interpongono tra di loro chilometri di sicurezza. Il vagabondo losangelino si trasferisce superarmi e bagagli pieni della tuta d’ordinanza a New York, la città dei supereroi Marvel, assumendo appieno il suo ruolo di protettore volante, mentre la compagna si cela sotto l’identità segreta di una casalinga californiana, spezzando così in due filoni il nucleo problematico dei supereroi moderni, sempre in difficoltà tra la gestione dell’immagine pubblica e di quella privata, nascosta ai più. Ora il campo è libero per una nuova declinazione del personaggio, in un sequel autorizzato dai lauti incassi.

mercoledì 12 novembre 2008

Burn After Reading - A prova di spia di Joel & Ethan Coen

L’America non è un paese per savi, sembrano dire i Coen con questo nuovo loro opus sull’imbecillità generalizzata. Dominato da antieroi in deficit neuronale, Burn After Reading diventa una parodia involontaria de I tre giorni del condor, con la Cia sullo sfondo a guardare i laidi protagonisti ammazzarsi vicendevolmente. Mentre alcuni pensano ad un complotto, altri cacciano gonnelle e le gonnelle altri pantaloni in una sequela di finalità mediocri, aggrovigliate dall’alea e dalla stupidità.
Grande fratello miope e cinico, l’Agenzia osserva e registra, per poi accordarsi per non far trapelare niente della propria incompetenza, smistando e smaltendo cadaveri a ripetizione. In una trama intrecciata dal caso e dall’incompetenza, i satelliti scrutano gli uomini (l’incipit e l’explicit modulati sui film spionistici alla Tony Scott), divinità succedanee cinicamente indifferenti, vagamente divertite dagli immani sforzi per soddisfare futili esigenze. Decisamente avversi ai propri protagonisti, i Coen si divertono a vederli dibattere affannosamente, spararsi amabilmente, amarsi inutilmente in sprechi di vite e affetti calpestati. Da lontano, anche loro li scrutano dibattersi con ironica cattiveria e senza partecipazione, aspettandone la catastrofe annunciata. Incidenti veniali sulla strada della soddisfazione personale, le morti violente, casuali o sfortunate, riaccendono all’improvviso l’attenzione dello spettatore con quella violenza che si vorrebbe condannare, diventata espressione comune dei rapporti interpersonali diretti al reciproco sopruso. E i comportamenti si arenano negli stereotipi televisivi, nei modelli imposti (farsi la plastica, divorziare senza spendere…) in cui franano le ambizioni e a cui si riducono i sogni.
Niente si salva dalla bruttezza ambiente, ma nel ritratto perverso di queste abominevoli pervicacie umane, anche i Coen perdono rigore e lucidità, ritmo e vigore, inseguono Billy Wilder ma finiscono solo per sintonizzarsi su un reality che spira solo tanta antipatia, mentre lo spettatore arriva ai titoli di coda avendo aspettato qualcosa di infine migliore da un film che evapora per autocombustione dopo la visione.