domenica 18 dicembre 2011

Midnight in Paris di Woody Allen

Woody Allen continua il tour internazionale alla ricerca di nuovi fondi e set per i suoi film. Niente però cambia nel suo cinema, caratterizzato da una coerenza autoriale coercitiva che gli impedisce di allontanarsi dalla matrice univoca della sua ispirazione. Allen non solo tende a rifare sempre lo stesso film ma arriva anche a trasformare ogni città visitata in una succursale di Manhattan, guardata con gli stessi occhi alla ricerca del bello, dell’agiatezza alto-borghese, della vacanza intellettualistica. Il suo sguardo, dalla tenerezza carezzevole per lo sfondo noto, è passato alla curiosità passiva del turista, attento a riprendere le maggiori attrazioni circostanti per una riconoscibilità immediata del paesaggio su cui si stagliano le medesime figure, con la tipica necessità del viaggiatore che si fa fotografare sempre uguale davanti ai variabili monumenti del paese che visita.

L’intelligenza dell’intrattenitore permette ad Allen di condire di spezie locali trame polimorfe, adatte ad un trasferimento su un qualsiasi fondale, perfette per ogni ambientazione. Avendo Parigi disposizione e scegliendo un letterato frustrato come protagonista, il regista si inventa un volo nei desideri con conseguente favolistico viaggio nel tempo dei Surrealisti e delle Avanguardie da parte del moderno autore alla ricerca di un’ispirazione perduta e appassita dalla committenza hollywoodiana. La noia del presente potenzia la magica fascinazione del glorioso passato che permette allo stralunato Clive Owen di incontrare i propri miti, trasformati in feticci citazionistici dall’abilità di Allen nel giocare con gli esercizi di stile, nell’imitare la prosa e le atmosfere d’antan incarnate dall’incanto di Hemingway o della Stein, di Dalì e di Buñuel, mostrando i migliori talenti del tempo ed evocando gli altri.

L’oggi e la concreta fidanzata perdono così interesse per il protagonista, già visibilmente distaccato ma vigliaccamente restio alla piena consapevolezza, il quale si perde dietro ad una amante seriale di artisti, a sua volta affascinata dagli altri tempi della Belle époque. E tutto si fa sfondo, cartolina animata su motivi alleniani, con la Première Dame a fare, ironicamente, da guida ai monumenti, l’Avanguardia a dare concretezza ad una favoletta la cui morale, a scanso di equivoci, viene anche pienamente espressa sul finale dal protagonista, ennesima variazione sul tema del personaggio del regista. Owen ne riveste infatti i panni indossando abiti dai toni beige, ne ripete i tic con il tipico leggero balbettio dell’incertezza e la confusione apparente tra poli femminili opposti, scegliendo sempre il più giovane e gioviale.

Artista fallito nella finzione, l’autore è invece un ottimo venditore, capace di grande adattabilità manieristica, verve verbale e capacità inventiva tali da sorprendere a sufficienza per convincere di una apparente originalità che, altrimenti, si potrebbe definire costanza. Perché tutto il film si dimostra un grande esercizio di stile, brillante e armonico, sui tipici ingredienti di Allen, con la psicologia sullo sfondo a rendere credibile la realistica favola come temporanea e metaforica perdita di sé, preludio ad un rassicurante ritorno all’ordine, al necessario recupero della gestione armonica della propria esistenza. Un’armonia che, pur nella diaspora produttiva lontano da Hollywood, Woody Allen non ha mai perso e che sempre ripropone, nascondendola dietro alla cortina fumogena di una narrazione costruita, per le sue potenzialità comiche o drammatiche, sull’imbarazzo e sullo spiazzamento.

sabato 3 dicembre 2011

Real Steel di Shawn Levy

Nel futuro prossimo del film di Levy, tratto da un racconto di Richard Matheson, gli automi hanno sostituito gli uomini nella nobile arte. Ma non ci sono ragioni umanitarie dietro alla scelta di non far più combattere umani tra loro sebbene bensì il loro opposto, il bisogno, anzi, di maggiore violenza, di più dolore e di più sangue, per quanto artificiali. Il film, infatti, gioca sul registro della riconoscibilità per lo spettatore attuale costruendo un futuro identificabile soltanto dallo sviluppo degli apparati elettronici di consumo, telefonini o portatili evoluti, più che dalla scenografia o dall’evoluzione dei rapporti. Soldi e violenza sembrano sempre alla base di ogni relazione, le fondamenta inalienabili della struttura sociale umana, sempre più prossima ad un inespresso baratro.

Su questo sfondo di cinica disillusione, il film costruisce un amalgama di riferimenti incrociati che si traducono in una trama di volubile e voluta riconoscibilità. Così si miscelano le interferenze produttive di Spielberg in una versione in scala ridotta del franchising Transformers, dove, nel cambio di regia, si sposta l’asse dal meccanico all’umano, dall’efficienza asettica alla ricerca del dettaglio realistico. Real Steel a tratti sembra anche un prequel rustico di A.I.: Intelligenza artificiale, con l’arena di combattimenti clandestini al di fuori dall’idilliaca convivenza tra umani e androidi, in attesa di una sensibilità sentimentale delle macchine ancora da venire. La sinergia produttiva con la Disney relativizza la violenza dell’assunto (boxe e scommesse, preminenza del denaro) e il cinismo dei rapporti interpersonali (famiglie in deficit affettivo) con la ricerca di una redenzione da parte di un padre degenere a contatto con un figlio di cui non ricorda nemmeno l’età ma con cui spartisce la passione per il pugilato mediato dalle macchine e filtrato dall’abilità videoludica della nuova generazione. L’ambientazione white-trash si avvicina a toni da Mad Max: Thunderdome con un’estetica retrodatabile agli anni Ottanta del passato secolo, ma mescolata a storie di elevazione fisica e morale sulla falsariga di Rocky (praticamente fotocopiato nella tattica di incasso come preludio ad uno scatto di orgoglio e di rabbia sul ring) o, ancora in area Stallone, con il rapporto genitoriale conflittuale in ambito camionistico e agonistico di Over the Top, senza dimenticare la zampata lacrimosa dell’azzimato melò di Zeffirelli (Il campione) richiamato dagli ingredienti in primo piano.

Mash-up di temi e toni, Real Steel non inventa né diventa altro che un film di media ambizione, spettacolare nell’aspirazione e ordinario nella confezione, con un voluto contrasto tra la cacofonia ambientale (sonora soprattutto), l’assemblaggio dei riferimenti e la presunta delicatezza dei sentimenti di una regia addomesticata. Come i suoi robot combattenti, il film, con impeto metacinematografico, cerca di mettere insieme scarti per costruire una novità possibilmente vincente, per infine rifarsi ad un modello desueto, debitamente allenato alla ripetizione per gareggiare, senza risultare completamente vittorioso ma almeno dignitosamente competitivo.

Senza lieto fine ma con un finale vagamente morale, il film cerca di mediare tra la freddezza delle macchine e la rozzezza umana, tra il sudore del dolore e l’efficienza produttiva, muovendosi senza tanta leggerezza tra attori in eccessiva libertà e trucchi contenuti, con il risultato di un realismo stridente con il confezionamento da blockbuster senza prendere sul serio nessuna delle possibili direttive, barcamenadosi soltanto tra tutte le divergenti ambizioni e riscattare il lavoro fatto o il prezzo del biglietto.