Benché il titolo del nuovo film
sull’uomo ragno si rifaccia all’originale di Lee e Ditko, la pellicola di Webb
si riallaccia al reboot della serie
Ultimate, che aggiorna l’inalterata iconografia del supereroe ai tempi
contemporanei.
Si racconta ancora, quindi,
l’intera genesi del liceale potenziato con i poteri proporzionali di un ragno
con nuovo attore e ridisegnato contesto, costruendo le prime ramificazioni di
una tela narrativa in via di definizione che, presumibilmente, altre pellicole
porteranno a compimento e amplieranno, sullo schema dell’universo Marvel non
solo fumettistico ma anche cinematografico. Ed è rispetto alle nuove leve
supereroistiche dei Marvel Studios che il film di Webb arranca, cercando una
strada diversa, nella solitudine dell’eroe, in una città senza altre
calzemaglie in attività o supernemici in agguato.
Andrew Garfield rimane molto
fedele al personaggio, lavora sulla gestualità e la sinuosità dei movimenti, la
cui agilità è frenata dall’incertezza adolescenziale, e non soltanto
sull’espressione sempre attonita caratteristica di Tobey Maguire (ha gli occhi
marroni del “vero” Parker), sebbene l’impressionante somiglianza ad Anthony
Perkins dia una luce inquietante al personaggio. Alcune dissonanze (l’uso della
pellicola fotografica, il cerchietto tra i capelli) danno volutamente il senso
di un aggiustamento cronologico e di nostalgia citazionistica verso le tavole
originali degli Anni 60, ma è nella modernità dei cellulari e di internet, della
ricombinazione genetica e della serialità televisiva che attinge materiale e
alimento The Amazing Spider-Man. Parker
si crea il costume cercandone gli elementi su internet come in Kick-Ass e anche nelle vesti di uomo ragno non può esimersi
dall’usare il telefonino. I suoi referenti morali e sentimentali rimangono
ancorati alle figure degli zii Parker, con la morte di Ben come motore del
senso di colpa e di rivalsa sociale ed eroica (per il momento frustrata), e con
la fragilità di May a servire da deterrente per la tentazione di fuga
superomistica dalla realtà: Entrambe le figure vengono rilette in funzione
della condensazione dei personaggi precedenti dei rispettivi interpreti, reduci
televisivi delle fattezza dell’esemplare Presidente democratico Bartlet (The
West Wing) e della mater familias addolorata e pugnace del clan Walker (Brother
& Sisters).
Con un 3D di scarso rilievo,
contenuto nella sua spettacolarità e riservato soprattutto per le scene
d’azione, eccessivamente rapide per la visione con gli occhiali stereoscopici,
il film si dedica soprattutto alla strutturazione del contesto sociale ed
emotivo di Peter Parker in un perfetto teen-drama in via di definizione che va dal bullismo liceale incarnato da Flash
all’attrazione romantica per Gwen Stacy, dalla difficile integrazione sociale
al contrastato rapporto con le figure parentali, assenti (i genitori) o pressanti
(gli zii). Come sempre è un eroe reticente, costretto all’azione da imperativi
morali dominati dal senso di colpa (la responsabilità delle proprie
potenzialità, la vendetta per la morte dello zio, la cura offerta al Dr.
Connors che lo trasforma in Lizard) che instradano il giovane e gioviale uomo
ragno verso un destino funesto di cui Ben e il Capo Satcy sono soltanto i primi
assaggi.
Attento ai primi piani nelle
scene intimiste e alle inquadrature d’insieme per le sequenze d’azione, Webb
permette agli effetti speciali di restituire la fluidità del personaggio con
movenze accurate e la ricerca della precisione iconografica delle posture, creando
però fin troppo scarto tra lentezze e accelerazioni e, soprattutto, tenendo a
freno la freschezza registica mostrata in (500) Giorni insieme per un prudente e controllato rispetto della sceneggiatura.