Il capitolo finale della versione
di Nolan del personaggio DC Batman pecca per mancanza di ironia e per un certa
tendenza alla seriosità, tipiche però dell’intera filmografia del regista. La
sua ambizione alla complessità amplificata dalla spettacolarità porta spesso ad
una dimensione necessariamente didascalica della regia, sommersa dalla mole di
messaggi e di significanti, da esprimere in forma commercialmente valida.
Ma la rilettura realistica di Batman
riesce a coniugare blockbuster e
intelligenza calando il fumetto in un contesto socialmente e psicologicamente
plausibile in cui la teatralità diventa la motivazione di una maschera, il
gotico l’espressione di un’anima, il personaggio la concretizzazione di una
leggenda metropolitana.
È un lungo addio questo ultimo
film, poco abitato da Batman e molto da Bruce Wayne e dai suoi tormenti, più un
prequel introduttivo per un Robin a
venire che un’avventura dell’uomo pipistrello. Batman, ancora, combatte i fautori
del caos, l’istigazione alla disgregazione sociale variamente motivata che
agita i suoi antagonisti sin dal primo capitolo, a cui l’ultimo episodio si
collega esplicitamente, nel tentativo di sovvertire la società, incarnata dal
cemento, dal metallo e della popolazione di Gotham. Non né solo l’America,
minata dall’attentato delle Due Torri e dalla conseguente paranoia, ma l’intero
sistema capitalistico che viene messo in discussione dai film che ne mostra le
derive, moralistiche, anarcoidi o populistiche a seconda della nemesi, alla
ricerca disperata di una sua versione illuminata e progressista (il padre
prima, Bruce poi). Ed è soprattutto nel fallimento di questa ipotesi di
felicità condivisa che si trovano le ragioni dell’eclissi finale di Wayne dal
mondo e dal proprio patrimonio, l’impossibilità di coniugare affari e utilità
sociale senza un pericolo complessivo che determina la fuga dal mondo di Wayne
e del suo alter-ego mascherato.
I soldi e la finanza sono al
centro del ritorno del Cavaliere Oscuro,
in un depistaggio complessivo di mezzi economici e armi segrete, con molteplici
e stratificati macguffin, che attua
una semplice vendetta, mentre la narrazione si fa eco dei movimenti di
contestazione mondiali per trasformarli in terrore rivoluzionario incanalato da
un potere che si finge democratico perché demagogico.
Il caos è sempre in agguato in un
film che sembra terminare varie volte e con svariate morti, reali o fittizie,
ma che si rianima costantemente e concentra una narrazione dilatata all’interno
di una durata quasi convenzionale, rilanciandosi in continuazione per esprimere
il massimo di sé.
Tra la tetra concretezza di
Batman e la sua univoca interpretazione del mondo, la lungimiranza assassina
degli antagonisti, la follia della folla intontita dei proclami e dalle
minacce, soltanto Selina Kyle riesce a districarsi con l’elegante, energica e
dubbiosa interpretazione della Hathaway. La ladra sinuosa e imperscrutabile,
comunemente nota come Catwoman, conferisce realistico respiro al film con le
contraddizioni di una persona mai a suo agio, le aspettative del diseredato e
le ambizioni di riscatto di un’umanità abitata, infine, dall’ironia che allieva
il cinismo criminale e permette al tormentato eroe protagonista di intuire
un’anima diversamente gemella. Ed è forse nell’inedito ribaltamento di
prospettiva, con la scoperta, attraverso la donna gatto, di un “proletariato
illuminato” e personalistico perché legato ai soli bisogni e non alle vanità, a
dispetto di un capitalismo volontaristico e benevolente ma comunque imposto
dall’alto, che il film, Bruce Wayne e Batman trovano la serenità e la libertà
del proprio finale. E lasciano la propria eredità a chi vorrà assumersene le
responsabilità.