Anche
nei film di animazione passa il tempo e gli anni intercorsi tra il primo e il
secondo capitolo dei vichinghi si ritrovano nella diegesi del nuovo racconto,
con i guerrieri trasformati in cocchieri di draghi in una simbiosi perfetta tra
animali e umani. Hiccup, invece, si è inventato esploratore volante in sella al
suo sdentato, dotato di armamentario steam-punk
per il volo planare e per la guida del suo affettuoso drago nero.
Miscelando
Verne, luoghi comuni sui vichinghi e leggende sui draghi, Dragon Trainer 2, come già il capostipite della serie, rinuncia al
forsennato citazionismo, caratteristico delle prime produzioni Dreamworks, per
scegliere la linearità di una trama articolata. Non serve stratificare la
leggibilità per poter interessare insieme un pubblico infantile e lo spettatore
adulto se la storia e la sua realizzazione sono sufficientemente interessanti e
integrati perché, così, il coinvolgimento e l’apprezzamento saranno univoci
senza necessariamente stabilire in fase di produzione un distinto approccio. Proprio
mentre la Pixar, forse in ossequio alla convergenza con Disney, perde l’esclusiva
dell’originalità e i suoi film si fanno più deboli e ripetitivi, trasformati in
brand e serializzati, le altre case
di produzione sembrano attingere proprio agli ingredienti originari degli
inventori di Toy Story per costruire
narrazioni credibili e emozionanti, cercando nella confezione digitale
l’artigianato dell’affabulazione.
Ci
sono evidenti rimandi ad altri film in Dragon
Trainer 2, sin dalla prima scena che echeggia Harry Potter, e la stessa pellicola si inserisce in una
proliferazione di draghi che parte da Shrek,
passa per il Trono di Spade e percorre
Godzilla permeando di questi animali
leggendari l’immaginario collettivo contemporaneo. Ma il film integra gli
apporti esterni, se ne appropria con coerenza narrativa e lascia sfogare gli
elementi cardinali di un nuovo racconto di formazione, drammatico e leggiadro
quanto il precedente ma declinato in modi e termini più adeguati allo scarto di
età maturato dal protagonista. L’euforia del volo, potenziata dalla
stereoscopia, e quasi tangibile nel divertimento del personaggio e dello
spettatore, la volontà di esplorazione introduce l’emancipazione di Hiccup,
sebbene il rito di passaggio attraversi tappe di lutto e di distruzione che
compensano, quasi per contrappasso, l’istinto di fuga e l’eccitazione dei sensi.
Ancora
una volta il drago si fa involontario artefice di un evento doloroso, di
perdita fisica ed emotiva, a riconoscimento di una natura mai del tutto
addomesticata e di una pericolosità latente. La famiglia, evocata, celebrata e
contraddetta, si declina in svariate forme di aggregazione sentimentale -
compresa l’adozione dei draghi -, per vicinanza e per aspirazione. E la
violenza si esprime nella cecità dell’invasamento, latore di morte e
devastazione, appigliandosi alla paura e alla sete di vendetta, secondo un
progetto che non può che essere egoistico, che rende isolati gli individui,
privi di una comunità di riferimento.
Dragon Trainer 2 offre uno spettacolo
sensato e poco noioso, spesso bello e a volte trascinante come un vecchio film
Pixar, in cui la tecnologia è a servizio della trama con un realismo
fotografico che insegue la natura e reinterpreta gli uomini (e i draghi) secondo
fattezze più giocosamente artefatte, in un amalgama spettacolare che vuole
affascinare piccoli e grandi spettatori.