Novello E.T. senza grande
nostalgia di casa (e a cui non sembra voler tornare), Peter Quill, ribattezzato
(forse da solo) enfaticamente Starlord, è un cacciatore di artefatti preziosi,
un Indiana Jones cinico e solipsistico, vagamente associato ad una banda di
ladri spaziali e che, hitchcockianamente, si trova al centro di una vicenda a
lui estranea e superiore, in parte impenetrabile, una guerra interplanetaria
per il possesso di una sfera preziosa. Con uno spunto non lontano da Farscape (terrestre involontariamente
tra gli alieni), Quinn veste di pelle rossa come un cowboy spaziale e il
Capitano Reynolds (Firefly di Joss
Whedon, e il suo addendum finale Felicity), e finisce per trovarsi
riunito ad una squinternata squadra di eroi riluttanti, vagamente superdotati
(la forza di Drax il distruttore, l’agilità letale di Gamora, la competenza
militare di Rocket Racoon, la resilienza di Groot) e costretti per sopravvivere
(poi per scelta deliberata) alla militanza avversa al cattivo di turno, Ronan
l’Accusatore, qui trasformato in un maligno senza l’esasperato senso della
giustizia dei fumetti. Starlord è erede diretto di Star Wars per la caratterizzazione che vi viene data di Han Solo,
la cui personalità esuberante e ironica da attaccabrighe e lestofante è
condivisa assieme a Rocket Racoon, il belligerante procione OGM, ed e dotato di
un compagno senza facilità verbale alla stregua di Chewbacca, diventato un
albero umanoide e senziente.
Tra esseri eterni sullo sfondo (Thanos),
civiltà aliene (Nova), la compagnia di alleati reticenti combatte dalla parte
dei più deboli, come ogni eroismo vuole, e vince, come ogni lieto fine impone,
mentre il film attraversa personaggi e situazioni senza volontà di approfondimento,
con il piglio guascone del protagonista, e al ritmo di una colonna sonora che
ossequia la musica soul-pop degli
Anni 70 (e cita direttamente Le Iene
di Tarantino col brano Hooked on a
Feeling).
Il film si sviluppa con l’onestà
espressa dal suo inizio, tra il necessario trauma infantile datato 1988, con
Quinn bambino che non riesce a toccare la madre prima che muoia e di venire
rapito, e la sequenza successiva, distante più di 20 anni, che lo vede adulto e
puerile ballare su un pianeta disabitato e devastato al ritmo
dell’anacronistico walkman sulla
cassetta regalatagli dalla mamma, unici retaggi terrestri rimasti. Dramedy con poco dramma, I Guardiani della galassia è una
divertita introduzione di un mondo Marvel, contemporaneo alle vicende dei
supereroi più classici ma apparentemente parallelo per la diversità
dell’ambientazione, che sfronda il Cinematic Universe di ogni realismo residuo
per lasciarlo vagare tra pianeti e personaggi fantasiosi e spudoratamente
irrealistici, come i make-up
esasperati - e molto Anni 80 - di Benicio del Toro (il Ccollezionista) e Glenn
Close (capo dei Novacorp).
In questa superficialità voluta
ed esibita, si inseriscono anche le trasformazioni dei character originali, appiattiti su un tratto portante legato alle
rispettive abilità (per la squadra dei protagonisti, ogni singolarità è da
sfruttare poi in cooperazione a rafforzare il gruppo, come dimostra la
“gestione” della sfera e della sua gemma sul finale) e la rivelazione, detta a
voce e senza sottolineatura drammaturgica o sentimentale, dell’origine non
propriamente terrestre dello stesso Starlord.
Ma sono guardiani della galassia,
e con un titolo così esagerato e altisonante è difficile trovare una misura nel
racconto, peraltro mai voluta né ricercata. È un divertissement su materiale precedente in cui tutto è soltanto
ispirazione per una rielaborazione personale, dalla trama alle citazioni
inserite, dalle somiglianze sottolineate ai residui nostalgici che ne fanno, probabilmente,
il film più d’autore dei Marvel Studios, pur nell’assoluta rielaborazione di solo
materiale preesistente. Ma è una “seconda mano” cinematografica, un vintage da mercatino dell’usato che si
trasforma in un capo originale proprio per la stratificazione dei rimandi,
tarantinaniamente, per l’esuberanza del brio e l’assoluta mancanza di dedizione
e rispetto ai personaggi o al racconto, tutti pretesti e contesto per muoversi
nello spazio affollato della propria fantasia contaminante.