La
filmografia di Blomkamp è innegabilmente coerente, sia tematicamente che
stilisticamente, legata ad una visione pessimistica dell’ordine sociale, con
discriminazioni di razza e di ceto che si fanno eco dell’apartheid della sua
terra di origine, con un destino economico ed ecologico infausto del pianeta,
piagato da siccità e dalla mancanza di materie prime, da elevati tassi di
criminalità che portano ad una repressione violenta delle forze dell’ordine,
garanti di un iniquo status quo. Il mondo è diviso
settorialmente, in zone che non sono soltanto fisiche, e ogni tentativo di travalicamento
di quelle frontiere scaturisce nella tragedia e nel rifiuto.
La
coerenza di Blomkamp risiede anche nel riutilizzo del proprio materiale
preesistente, tanto che sia District 9
che Humandroid derivano da corti
realizzati in precedenza (rispettivamente: Alive
in Joburg e Tetra Vaal, a cui si
può anche aggiungere per la tematica robotica Adicolor Yellow) il cui assunto viene dilatato e sviluppato in
forma lunga. Rimane fuori da questa filiazione personale Elysium, forse il film più internamente coerente e riuscito del regista,
in cui la discriminazione socilae ed economica lascia la morente Terra ai
diseredati, mentre le élite si rifugiano su una paradisiaca stazione orbitante
priva di malattia e di dolore.
Humandroid risente però anche di influenze esterne, soprattutto
di Robocop per il plot in cui ai
poliziotti umani, inermi di fronte al prevalere della dilagante criminalità
urbana, viene affiancato un esercito di robot. Benché qui le macchine siano
interamente meccaniche e non cyborg deprivati di umanità, agli androidi si
affianca un robot corazzato del tutto simile a quello sviluppato ne primo Robocop di Verhoeven e gli interessi
economici della compagnia che li fabbrica sono altrettanto ben in evidenza. Un
certo sarcasmo accumuna Blomkamp e il regista olandese (di cui è invece del
tutto alieno il recente reboot di José Padilha), benché il sudafricano si lasci
trascinare da un certo sentimentalismo che l’europeo raggela nel rigore
nichilista. Così i suoi criminali si distinguono in selvaggi capibranco e bande
anarchiche, costrette alla delinquenza dalle circostanze più che dall’empietà,
atteggiate da gangster ben prima che efferati assassini e sottoposte ad una
rozza legge del taglione dai più insensibili e forti.
Nella
ricerca di uno sviluppo dell’intelligenza artificiale e con la trasmigrazione
della personalità dall’uomo alla macchina, Blomkamp si avvicina a tematiche
cyberpunk e rievoca la sofferta lotta per la sopravvivenza del replicanti di Blade Runner, così come la riduzione di
uno uomo ad un chip sviluppata serialmente da Joss Whedon in Dollhouse. E anche nella scelta degli
attori Blomkamp indica una precisa derivazione del suo cinema, citando Alien attraverso la presenza di Sigourney
Weaver (candidandosi anche alla realizzazione di un quarto sequel con l’appoggio
dell’attrice) e di Jackman, già aduso all’uso dei robot in Real Steel. Ma i loro personaggi si limitano da unidimensionalità
(gli interessi della compagnia; la volontà di affermazione del proprio robot
telecomandato) che non ne prevede lo sviluppo, pedine di una storia che risiede
altrove, nella nascita di un’intelligenza artificiale impiantata nel corpo
deciduo di un robot difettoso, un hard-disk senziente costretto ad imparare a
vivere nelle peggiori condizioni umane. A contatto con criminali maldestri e violenze
gratuite, Chappie, il post-robot, capisce i sentimenti e sviluppa con eccessiva
rapidità capacità cibernetiche che gli permettono di sopravvivere e, infine,
reincarnarsi assurgendo ad emblema di un’umanità migliorata, quasi mondata dai
peccati di un corpo di carne e sangue.
Ed
è proprio in questa volontà evolutiva post-umana, del tutto improbabile per la
sua rapidità di elaborazione e realizzazione, che il film fallisce innestando
un elemento poco plausibile in un contesto che è volutamente iperrealistico, anche
a dispetto dell’ambientazione distopica. Come già per l’antefatto dei suoi film
precedenti, Blomkamp utilizza filmati televisivi e ricostruzioni video
giornalistiche create ad-hoc, gira con fotografia e riprese che mimano la
verità, per sporcizia e rifiuto di ogni stilizzazione costruendo una realtà
alternativa con i mezzi della nostra, fotocopiando gli stilemi della narrazione
televisiva per definire la cronaca di un’ucronia accettabile e verosimile. E
ogni esagerazione che esuberi dalla coerenza di questa pseudo-quotidianità
inedita finisce inesorabilmente per stonare.
Inoltre
l’inizio stesso di Humandroid (crasi anglofona
tra umano e androide scelta della distribuzione italiana al posto del canino Chappie originale), con l’anteposizione
di un falso servizio di interviste sulla meraviglia suscitata della nascita di
Chappie non solo invalida la suspense della narrazione, ma impone un salto
diegetico che il film non convalida nel suo sviluppo, rimanendo un tassello di
una storia non raccontata e che la pellicola stessa, nell’andamento della
trama, sembra invalidare.
Blomkamp
pare essersi affezionato a Chappi e ai suoi genitori putativi, gli pseudo
criminali sgangherati e gangsta-rap (interpretati dal duo musicale Die Antwoort,
con i loro stessi nomi d’arte, Ninja e Yo-Landi, che firmano anche la colonna
sonora), così come il giovane tecnico informatico creatore dell’intelligenza
artificiale (osteggiata però dalla compagnia perché, giustamente, imprevedibile
e poco commerciale) che sembra preso di peso da The Newsroom e potenziato con nuove miracolose competenze. Nello
spiraglio di speranza che il film sembra aprire si insinua il dubbio di un sentimentalismo
verso il nuovo robot umano e la sua famiglia allargata, che indebolisce l’intero
impianto e, in fondo, nega tutto il resto, calpestando situazioni e personaggi
per portare a compimento, contro ogni logica, il racconto di una nascita e dei
suoi affetti.