La cifra peculiare dell’ultimo film di Moretti è il
pudore, variamente declinato nel testo e nella stessa struttura della
narrazione che, infatti, sceglie di non affrontare direttamente la nota
autobiografica, pur presente, ma di mediarla attraverso la finzione e per
interposto personaggio. Per districarsi dall’eventualità di un ricatto emotivo,
il regista pare rifuggire da ogni eccesso sentimentale, rifugiarsi nella compostezza
per evitare ogni imbarazzo, concedersi alla confessione solo attraverso
numerosi filtri. Moretti non è Giovanni nel film, benché lo interpreti, perché
è soprattutto Margherita, regista che vorrebbe fare un film impegnato mentre vagheggia
il disimpegno, che non vorrebbe trovarsi tra tecnici e attori ma al capezzale
della madre, da cui però fugge per rifugiarsi sul set o nei sogni, i quali alla
verità si mescolano e ne confondono timori e desideri, raccontano un passato
sfuggito di mano e un diverso futuro incombente.
Ma Mia madre
è una pellicola anche perfettamente allineata alla recente filmografia di
Moretti, dopo la svolta impressa da La
camera del figlio, a cui l’argomento avvicina l’ultima opera. Nel film
vincitore della Palma d’oro il lutto, non autobiografico, era però esorcizzato
in una finzione apotropaica, la vicenda raccontata distillando la sofferenza in
scene di drammatica evidenza e l’elaborazione della perdita finiva per
disgregare l’armonia, se non la famiglia stessa, per le diverse difficoltà del
superamento del comune trauma. In Mia
madre il dolore viene invece quasi evacuato dalla ribalta, rimane,
profondo, sullo sfondo privato dei protagonisti, lasciandoli liberi o incapaci
di affrontarlo, consapevoli o riluttanti, secondo la personalità. La malattia è
ben presente, sebbene non chiaramente definita (tanto da lasciar adito al suo
rifiuto), la consapevolezza crescente, l’inesorabilità invadente e aggressiva,
ma la vita continua a distrarre dalla morte, interferisce costantemente a
lenire o intensificare il dolore, a muovere i corpi in reazione alle persone e
agli eventi, anche se non lo si vorrebbe, anche se, in fondo, è però così che
accade. La realtà privata interseca il decadimento fisico, le esistenze degli
altri vi si affacciano e si muovono parallele, a volte all’unisono e, infine,
sono quasi armoniche nella reciproca condivisione del lutto.
E, come già nel Caimano,
la finzione e la sua realizzazione intervengono a distrarre e arricchire la stessa
narrazione, a sommarsi alle vicende dei protagonisti con la costruzione di un
film nel film, un Effetto notte che
non assorbe l’intera esistenza ma vi si somma, come l’attore che deve recitare
una parte senza dimenticarsi di stare facendolo, il quale, come si dice a più
riprese nel film, deve essere nel ruolo ma anche accanto ad esso, per esserne critica
e rinforzo ed escludere quell’immedesimazione così amata dalla scuola
americana. È questa un’altra forma di pudore che non autorizza l’unicità e
univocità dell’interpretazione ma vi aggiunge una minima distanza, una
freddezza straniante e consapevole che si tinge d’ironia e che ripete, in scala
minore, l’approccio morettiano al cinema e alla rilettura in esso del proprio
vissuto. Non è un autoritratto ma una raffigurazione stigmatizzata di comodo,
una versione esasperata di alcuni tratti e funzionale al racconto, una visione
autoironica e volutamente riduttiva di sé e del proprio mondo che ha creato
molti malintesi sulla percezioni di Moretti come persona e personaggio.
La crisi di Margherita è nella consapevolezza
dell’inadeguatezza della messinscena, della sgradevole persistenza
dell’artificio nella ricerca di una verità, sociale o personale, fuggevole e
scivolosa, che non ha forse mai affrontato davvero. È la percezione di una
carenza professionale che diventa metafora e sintomo di una altrettanto grave
incapacità di comunicazione interpersonale, di cui si rende improvvisamente
conto nelle parole degli altri.
In Habemus papam
il teatro intralciava la fuga del neo-eletto Pontefice dai suoi doveri per
rivelargli la verità di una recita che non si sentiva in grado di affrontare,
diventava la realizzazione di un antico desiderio impossibile di incarnare un
altro, vivere altrove un’altra esistenza. La psicanalisi, ludica o seriosa
(rispettivamente di Moretti e della Buy), si fa qui narrato, si intreccia al
racconto in forma onirica ma fotograficamente indistinta, con un montaggio che
alterna reale e fantastico senza denunciarne subito la natura. E la realtà è il
termine costante di confronto per tutti nel film, all’interno della finzione
del set, che si vorrebbe ritratto della moderna condizione operaia mentre ne
risulta un poco convincente adattamento; nel mestiere di regista, così
dissonante dallo stato d’animo di Margherita; nella recitazione, plausibile ma
non simbiotica; in Turturro, che si lamenta di perdere il proprio tempo
vivendolo per finta. La realtà è sempre dolorosamente altrove, distratta da
qualcosa, dalla vita stessa o dal lavoro, dal carattere o dagli impegni,
fuggevole fino, a volte, a diventare irrecuperabile. Come diceva Renoir e
ripeteva Truffaut, ognuno ha le sue ragioni e la propria verità: l’attore
bisbetico è irascibile perché patologicamente inadeguato; la regista cerca un
equilibrio improbabile per le tensioni che affronta; i suoi amori sono indecisi
per egoismo inconsapevole.
Ma non sapremo tutto di tutti. Molto è il non detto
sui personaggi, accennato e offerto allo spettatore come spunto, non sapremo davvero
perché Giovanni abbandoni il lavoro (e quale esso sia) o quale sarà l’esito del
girato sul set. Il film ritaglia una porzione di vita accomunata da un evento,
offre un racconto corale spezzando il punto di vista in porzioni distinte,
dando a tutte quasi lo stesso peso e rivelando di ognuno soltanto quanto basta,
in dose omeopatiche e funzionali al resoconto di quelle vicende. Delle altri
non è educato informarsi e rimangono compostamente fuori campo.
Mia madre è fatto di frammenti, di sogni e di ricordi, di
incubi e di nostalgie, abitato da svariati personaggi e volutamente non
lineare, come i ripensamenti che aggrediscano nei momenti drammatici della
vita, è riempito di vuoti narrativi e si termina su un’ulteriore, violenta
sottrazione, reale quanto figurata. È un film così timoroso di imporre le
sofferenze che racconta da sembrare dimesso; soltanto nel finale la fotografia
assume sfumature inedite, mentre il pudore si abbandona al dolore, in quale
esplode con un lancinante sguardo in macchina della protagonista che si fa
semplice abbraccio nella comunanza dello strazio. Ogni perplessità eventuale di
straniamento (come fa quasi sempre Jonathan Demme) si cancella coinvolgendo
direttamente lo spettatore, interpellandolo in un quesito silenzioso che non ha
risposta. E in quell’attimo, bruscamente interrotto, in cui la madre nel letto
d’ospedale ragiona al domani, e tutti gli altri, inevitabilmente, fanno i conti
col giorno della sua assenza.