A Hollywood poco si crea e niente
si distrugge, ma tutto si ricicla. Così, a 22 anni dal primo Jurassic Park, il sipario si alza di
nuovo sui dinosauri tralasciando, però, alcuni non minori dettagli. Spielberg,
sempre più autore e regista di minor successo, è ormai solo produttore
esecutivo a garanzia del marchio. I capitoli successivi al prototipo (i
dinosauri in città del secondo; dinosauri in libertà nel terzo) vengono
tralasciati per un ritorno alle origini. Si ipotizza che l’attrazione sia
sempre rimasta aperta e resa una meta turistica globale, così come è rimasta
nell’immaginario collettivo. Si recupera una famiglia allargata (due fratelli e
la zia, più l’eroico avventuriero) e ripristina il parco a tema. Tutte le
specie storiche trovano posto nel film (t-rex, velociraptor, brachiosauri,
gallimimus di corsa, pterosauri o altri rettili volanti). Gli inseguimenti
rimangono il piatto forte, caccia al (e col) velociraptor compresa, assalti
improvvisi e corse verso rifugi di fortuna. Oggetti di scena del vecchio film
vengono recuperati (lo striscione male augurante dell’inquadratura finale), assieme
a smembramenti di comparse varie. Le tracce del Park originario sono
dimenticate, nascoste dalla vegetazione, i sauri ora sono contingentati in
attrazioni addomesticate dalla tecnologia, l’ingenuità dell’azzardo tecnologico
di Hammond della clonazione diventa puro disincanto affaristico, con animali
intesi come pubblicità per il parco e auspicate ricadute per un utilizzo
militare di belve ammaestrate. Ma come in ogni sequel modernizzato, anche qui i
dinosauri vengono moltiplicati e aggiornati, con la creazione di un feroce e
intelligente ibrido potenziato. Il plot non si cambia, dato che prevedeva
soltanto l’intrusione del caos in un ordine apparente: tutto il resto accade
come previsto, secondo la legge di Murphy del cinema catastrofico.
Cambia lo stile, poiché la
sensibilità di Spielberg per la potenzialità emotiva delle immagini, la sua
poetica dello stupore al servizio dell’horror e la capacità di adeguare la
narrazione al personaggio non sono replicabili. Trevorrow compensa con la
sceneggiatura la totale assenza di stile e un’efficacia perfettamente “seriale”
(regia funzionale e senza scatti d’autore, non però la piattezza dei
lungometraggi per la televisione). Calata in un’ironia che permea di un
costante gioco di rimandi l’intera vicenda, la regia di Trevorrow (come il suo sceneggiatore,
ha lavorato al satirico Saturday Night Live)
miscela citazioni evidenti e battute visive, omaggi velati (il sauro marino che
si mangia un enorme squalo; l’attacco dei rettili volanti come a Bodega Bay) e
recuperi dinamici e non si prende mai sul serio. L’elemento orrorifico viene così
tranquillizzato dall’umorismo e anche lo squartamento a puntate della zelante e
inetta assistente della protagonista viene trattato come uno spettacolo
circense di clown crudeli.
Il film, in fondo, è una voluta
pagliacciata, con Chris Pratt che ha appena smesso lo spolverino da guardiano
della galassia per un più agile gilet e sembra sempre fuori posto. La Howard attraversa il film
in tacchi a spillo e vestita di crema, sebbene debba abdicare per forza di cose
ad una mania di controllo degna di Verdone. Il film si diverte a seminare
rimandi rimandando l’azione e preoccupandosene poco quando la deve affrontare. Segue
personaggi che, a dispetto della inefficace stereoscopia, vengono tratteggiati
in modo bidimensionale, con una leggerezza che sembra farsi vanto dell’assenza
dell’ingombro della profondità, col sorriso a mezza bocca di chi sussurra il
proprio scetticismo.
Piacevole per il filologo
agguerrito e poco impegnativo per il neofita carburato a pop-corn, indifferente
o irritante per il cinefilo un po’ esigente, Jurassiìc World è una clonazione potenziata di un testo precedente,
un pretesto al gioco che si dimentica di essere anche un film e scorda che la
regia è sempre scelta di punto di vista, non l’indistinta sommatoria di tutti gli
spunti di visione possibile.