Non
suscita alcun sorriso nè emozione il reboot dei Fantastici Quattro di Josh Trank,
tentativo di rifacimento serioso dei primi adattamenti di due lustri fa di Tim
Story. Puro intrattenimento, il dittico rimaneva fedele ai comics mutuando un tono ironico e scanzonato, un’impaginazione pop
che sembrava non prendersi sul serio, fino a perdere il film per strada.
All’opposto, il lavoro di Trank, pur nei rimaneggiamenti apocrifi per la
massiccia ingerenza della produzione, si vuole una rilettura moderna e sofferta
dei 4 eroi. Ne abbassa l’età per permettere il rispecchiamento ad un pubblico
adolescente prendendo in prestito temi da teen-drama,
con il nerd sofferente per
l’incomprensione (dei docenti, non però per bullismo dei coetanei), a cui
aggiunge il topos del garage
trasformato in luogo di sperimentazione di intuizioni del futuro, aggiorna
l’idea portante di famiglia allargata con l’inserimento di una Susan (di
origini europee) adottata da un professore Storm di colore, mentre l’esuberanza
ribelle di Johnny diventa focosa passione per la meccanica e la velocità.
Il
film diluisce i prodromi dei personaggi per l’intera durata del racconto e si
esaurisce con la loro sola presentazione e sull’origine, rivisitata e dilatata,
dei loro rispettivi poteri: pur rimanendo legati ai 4 elementi (terra, aria,
fuoco, acqua), le trasformazioni molecolari dei protagonisti derivano da uno
sfasamento dimensionale e non da un’ormai antiquata esposizione ai raggi
cosmici. E per tutta la durata del film si assiste alla costruzione della
macchina per il teletrasporto (come se in un film su Spider-man assistessimo
quasi solo alla nascita e crescita del ragno modificato), introducendo Grimm
come improbabile corollario muscoloso al nerd
visionario e, come Susan, vittima collaterale dell’incidente mutageno a cui
partecipa senza cognizione di causa.
Ovviamente,
come nel primo film, il nemico di turno è il Dottor Destino, la versione
modificata di Viktor Von Doom, genio dall’egotismo ipertrofico con ambizioni
divine e la tentazione di fare a pezzi la Terra, nonché vagamente geloso (sia
sentimentalmente che intellettualmente) di Reed. Ma anche abbatterlo sarà
questione di minuti, bastando la collaborazione tra i 4 eroi, mentre il film
non dimostra originalità nemmeno nella scelta della nemesi.
Ed è
proprio nei rimandi ad altro che la pellicola pecca, richiamando elementi
confusamente assemblati: il grigiore diffuso di Superman (versione Snyder), il tormento interiore di Batman (versione Nolan) che rasenta la
follia autodistruttiva, l’ambizione superomistica (assimilabile a Loki, il
fratello di Thor), l’ammiccamento ai moderni eroi (il nerd, il garage di Jobs),
la volontà di controllo dell’esercito (cfr. Generale Ross in Hulk) e lo sfruttamento di umani
potenziati per finalità belliche (il progetto Arma-X), la scuola per
super-dotati (come quella di Xavier degli X-Men),
il disagio per il mostruoso interiore che si fa esteriore (la Cosa come Hulk) e
la fuga dalla società occidentale per l’anonimato nel terzo mondo (Reed come
l’Hulk di Leterrier). A questa miscellanea di elementi fumettistici, si
associano le trasformazioni cronenberghiane, richiamate dalla Mosca nell’invenzione del teletrasporto
e da Scanners per la telepatia
omicida di Doom; ma la chiave Cronenberg è solo un accenno, benché il tema
delle trasformazioni fisiche e della deformità o della bellezza residua dell’anomalia
sia evidente, e latente solo in sceneggiatura e regia.
La
Marvel, tra ironia e ammiccamenti, riesce a raggiungere una tridimensionalità
dei personaggi, vivi al di là della credibilità delle rispettive o comuni avventure,
a costruire tasselli di un moderno mondo narrativo interdisciplinare perfettamente
funzionante e avvincente, a gestire un ecosistema di riferimento complesso e
articolato. Questo film, prodotto dalla Fox (che ha i diritti anche dei
mutanti), procede invece senza mai interessare, senza accendere l’attenzione dello
spettatore e si evidenzia soprattutto per l’imperdonabile sciatteria dei
trucchi digitali che fanno quasi risaltare la qualità del precedente mediocre
dittico di Story. Le prossime avventure dei neonati 4 Fantastici sono destinate
ad essere megalomani per la natura stessa del super-gruppo, dedito alla ricerca
scientifica più avanzata e all’esplorazione di mondi sconosciuti (nel motto
della serie primigenia di Star Trek si
delinea perfettamente il terreno di sviluppo originale dei personaggi) e a
contrastare minacce globali (sulla falsariga degli Avengers), ma l’aspettativa non evoca altra sensazione che la
certezza della noia.