Le
sabbie del pianeta Okku sono abitate da razze disparate che, disperate, si
aggirano tra i rottami di battaglie combattute e scorie imperiali cercando di
sopravvivere vendendo e comprando rottami. Così come l’immaginario collettivo
mondiale è abitato da ricordi decaduti delle vecchie pellicole tra cui si
agitano nuovi personaggi alla ricerca di una inedita attenzione partendo dai
medesimi frammenti del passato.
Abrams
fa necessariamente e volontariamente i conti con la saga spaziale inaugurata da
Lucas nel 1977 e di cui è sempre stato un fedele adepto trasportando spettatori
e protagonisti in un universo di riferimento immediatamente riconoscibile,
profondendosi in continui omaggi e rimandi e costruendo, al contempo, le
fondamenta per il rilancio contemporaneo di quell’odissea spaziale. Il Capitolo VII è, naturalmente, un sequel fedele della trilogia originale
che si apre, dopo uno iato di sei lustri, sulle conseguenze di quegli eventi (anche
i capitoli della saga galattica asimoviana, puramente letteraria, sono
distanziati da decenni, se non secoli); al contempo, Il risveglio della Forza è
anche un parziale reboot dell’intera
space opera, con l’introduzione di una nuova leva generazionale di protagonisti
e nel recupero dell’ambientazione e dei temi per uno sviluppo del tutto analogo.
E la volontà di fedeltà assoluta al canone lucasiano porta il film ad essere
anche un remake mascherato del
capitolo iniziale, di cui recupera atmosfere e personaggi, situazioni quanto intere
scene, temi come struttura.
Dopo
il racconto dell’ellisse durata 30 anni, che scorre negli iconici caratteri
grafici inclinati sullo sfondo delle stelle, la macchina da presa compie la
tipica panoramica verso il basso e lascia passare minacciose astronavi
imperiali, sullo sfondo di un pianeta sabbioso come Tatooine, su cui l’azione
subito si sposta. Ancora una volta un giovane (una ragazza, in questo caso, che
si allinea alle numerose eroine forti di Abrams) si trova fortunosamente al
centro di una trama che coinvolge la resistenza e l’impero, un droide con un misterioso
e importante messaggio da consegnare, le opposte fazioni della Forza (la Luce e
l’Ombra), un pianeta artificiale trasformato in arma apocalittica, scene in bar
affollate di strani alieni, riunioni tattiche degli oscuri imperialisti e
quelle confusamente genuine della resistenza repubblicana, inseguimenti a bordo
del Millennium Falcon, robot in funzione di alleggerimento comico, santoni Jedi
e agnizioni familiari con sacrifici drammatici e, per la nuova eroina, un
destino già scritto benché ancora da scoprire.
Tutto
è nuovo ma riconoscibile (sino alle fumettistiche transizioni tra sequenze),
costruito sul retaggio di un passato diventato mitico, con gli eroi dei primi
film assurti ad icone mitologiche di cui le giovani generazioni, in sala e
nella galassia, hanno sentito solo parlare; la stessa costruzione del film prende
le mosse dall’assenza di Luke Skywalker e da una prolungata scomparsa che sta
per terminare con la ricerca del pianeta del suo volontario esilio. Il film
gioca consapevolmente nel rimando e nel riflesso tra spettatori e personaggi,
nel riconoscimento implicito dei meno giovani e nel coltivare lo stupore dei
neofiti per i quali quei luoghi e quelle storie sono un universo fantastico
forse mai direttamente conosciuto.
Nell’eclissi
dell’eroe canonico, altre figure si fanno avanti, tra cui la giovane Rey
inconsapevolmente potente nella Forza e in perenne e faticosa attesa di una
famiglia che non conosce, mentre nell’interregno narrativo la Repubblica ha
sconfitto un Impero che, riarmandosi e riorganizzandosi, sogna di tornare al
potere. L’esercito dei cloni non esiste più e le truppe biancovestite degli
Assalitori sono - modernamente - costituite da bambini rubati alle famiglie ed
educati alla guerra, come uno dei nuovi protagonisti, Finn, ribelle senza vera
identità e senza causa se non il rifiuto morale della violenza cieca. Gli echi
del nazismo, già presenti in Lucas, si fanno più evidenti anche nell’introduzione
di tonalità cromatiche rosse e nella definizione di uno spietato Primo Ordine
che somiglia molto alle SS, con tanto di invasato gerarca che inneggia ad un
futuro di conquista universale davanti a stormtrupper ordinati su sfondo alpino.
In assenza di Darth Vader, morto redento nel Ritorno dello Jedi, si presenta l’emulo Kylo Ren, similmente nero e
mascherato per omaggiare il suo mito. Ma anche il recupero grafico
dell’antagonista per eccellenza trova una sua giustificazione nella parentela dell’aspirante
Vader e nella sua formazione da cavaliere Jedi, facendone un personaggio ancor
più malevolo.
Per
i nostalgici quasi tutto i cast originale è stato recuperato, Han Solo è
rimasto l’ironico scavezzacollo che si aggira per la galassia come nel Far West
assieme al fido e peloso Wookie, la Principessa Leia Organa si è trasformata in
Generale della Repubblica ed è assistita anche dai droidi classici, cui si
affianca il nuovo BB8 dalle fattezze rotonde, la vocina da Bad Robot e la
tenerezza di Wall-E. Anche una scena di morte e di rivelazione, fulcro emotivo
del film, si svolge di fronte ad un baratro che rimanda direttamente al
celeberrimo finale dell’Impero contrattacca, a ruoli invertiti, e
prelude ad ulteriori, future e clamorose uscite di scena che permetteranno alle
nuove leve di diventare i nuovi e definitivi eroi.
Come
sempre, Star Wars è una saga
familiare e se alcuni legami sono subito evidenti e denunciati come tali per
l’impatto emotivo che comportano nel loro sviluppo, altri rimangono ancora
incerti e sospesi da un finale che rimanda ai futuri capitoli già in procinto
di arrivare e per i quali Abrams ha gettato le basi (e la produzione). Ma è una
sensazione di filiazione diretta dalla trilogia degli Anni Ottanta che pervade
tutto il film, pur con il ritmo visivo e la qualità tecnologica di Star Trek, vero terreno d’allenamento
per il regista prima dell’approdo alla saga spaziale preferita. Stona forse il
misterioso Leader Supremo, dalle proporzioni e dalla postura riprese dal
monumento a Lincoln di Washington, un Gollum gigante (interpretato da Serkis, tramite
la consueta animazione del viso) con ambizioni da imperatore, diretti legami
con la Forza e parentele tuttora da scoprire.
La
modernità di Abrams sta nell’aver rifatto Guerre
Stellari dandogli un proseguimento, con la maggiore consapevolezza
drammaturgica e narrativa dello showrunner
per la complessiva visione d’insieme di questo e dei prossimi capitoli. Abrams dosa
con sapienza tutti gli ingredienti e li rimaneggia senza tradirne il senso complessivo
né l’universo di riferimento, in un costante omaggio che, forse, raffrena l’inventiva
stilistica personale e restituisce alla regia la diligente qualità hawksiana di
fluidificare il racconto nella massima trasparenza. Ma il regista riesce anche a
rivolgere un’attenzione continua agli attori e ai personaggi tanto che, nel
dettaglio delle singole scene, spicca una direzione della recitazione che
permette di sviluppare intere sequenze con primi piani. Accentuando l’aspetto
ironico di alcuni personaggi (Finn, Solo) e situazioni (i palesi calchi dai
film precursori), Abrams prepara sapientemente il terreno per le svolte più commoventi,
costruendo blocchi melodrammatici in costante progressione drammaturgica perché
destinati a successive conseguenze. Inoltre la stereoscopia, evidente nelle scene
d’azione, viene sfruttata anche in interni per accentuare la portata
psicologica di alcune inquadrature (la mappa stellare incompleta, ad esempio). E,
come suo consueto, Abrams non rinuncia a siglare il film se non con zampate
autoriali almeno con espliciti riferimenti alla propria produzione, cooptando
l’amico d’infanzia Greg Grunberg (suo dichiarato portafortuna) in un ruolo
marginale, introdotto in una scena in cui, con flagrante rapidità, si fanno
diretti riferimenti a Lost e ad Alias tramite non solo l’amico ma anche
Ken Leung (Lost, Person of Interest), un persistente esagono che rievoca la Dharma
Initiative e la citazione di una sezione 47 (mentre, nascosti nel cast, ci sono
Michael Giacchino e Simon Pegg, tra gli altri). Ormai anche Guerre Stellari, il cui imprinting ha segnato la carriera di
Abrams, diventa parte del suo universo creativo e produttivo personale (dopo Mission: Impossible e Star Trek),
in un’appropriazione totale e non indebita.