Ci
sono molti ponti inquadrati fin dall’inizio nel nuovo film di Spielberg, dal
ponte di Brooklyn per finire a quello citato nel titolo, in un’opera che,
infine, si adopera a parlare di comunicazione, di impalcature di parole. Inizia
però nel più assoluto mutismo Il ponte
delle spie, con rumori ambientali ed un classicismo voluto con cui il
regista descrive la modesta quotidianità di una spia, per passare al suo
inseguimento e alla cattura. E rimane poi quasi sempre taciturno il personaggio
di Abel, spettatore passivo di un mondo di cui è solo un piccolo ingranaggio e
che osserva tutto senza partecipazione perché tanto agitarsi non cambierebbe
niente, limitandosi a volte a ritrarlo nei propri dipinti.
Al
contrario, l’avvocato Donovan fa della parola la sua arma di offesa e difesa, e
della legge lo scudo della propria etica americana, fatta di onestà di principi
e di franchezza dialettica, messa però alla prova di una inedita realtà di
inganni e di sotterfugi, di giochi di potere e di prestigio in una guerra che è
fredda solo tra le nazioni, mentre rimane diversa sul terreno fisico di scontro
tra quelle distanti e opposte fazioni. Chiamato a difendere d’ufficio pro-bono
una spia sovietica, Tom Hanks si applica al meglio delle proprie capacità per
un ruolo ingrato e ritenuto di facciata, ma che la sua deontologia gli impone
di svolgere nel rispetto delle leggi e delle persone.
Coinvolto
successivamente, suo malgrado, in uno scambio incrociato di prigionieri
(ridefiniti tutti “spie” a vario titolo), l’avvocato si avventura in territori
ostili, nel gelo di un inverno berlinese all’ombra di un muro in costruzione
che spacca l’Europa e il mondo in blocchi contrapposti, e si trova costretto a
immaginare ipotetici contatti per far parlare i nemici. Ed è ancora la parola
ad assumere senso e importanza nella definizione del valore dei prigionieri,
nella valutazione dell’opportunità di uno scambio in base al potenziale di
tradimento dell’individuo, al fatto che alcune parole siano state o meno
pronunciate col nemico, se i segreti siano stati comunicati perché paura o
dolore imposti sono stati adeguati ad estorcere una confessione. Le vite dei
prigionieri sono solo pedine su una scacchiera infinitamente larga, le arguzie
argomentative diventano sfide fatali, mentre i pericoli acquistano spessore e
forza nella continua ridefinizione delle regole del gioco. Se la metropolitana
sopraelevata di Berlino supera il Muro dando l’illusione di una libertà di
movimento, a terra i tentativi di fuga vengono spenti con filo spinato e
pallottole, le persone diventano solo macchie scure nella neve.
Spielberg
racconta l’inimmaginabile avventura di un uomo normale in una situazione
eccezionale, egregiamente incarnato da Hanks, che si trova a sfoderare capacità
inedite per riuscire a svolgere il proprio dovere, con onore e quasi senza
gloria. E ancora una volta Spielberg racconta un’ossessione che si fa
narrazione, come quasi sempre nei suoi film, nell’anelito di una giustizia che
vorrebbe definire un’America fatta di più chiaroscuri di quanto la vulgata
vorrebbe, passando dal classicismo iniziale al courtroom drama, da sequenze d’azione perfette con gli amati aerei,
inseguimenti urbani con la macchina in spalla a ricostruzioni inquietanti di
una Berlino gelata e torbida, o di un’America grondante buia pioggia, in
continue metafore meteorologiche che si aprono solo al sole finale, che il
protagonista, per stanchezza, non apprezza nemmeno.
Con
la consueta destrezza nel dirigere anche il più piccolo ruolo, con uno stuolo
di pregevoli caratteristi televisivi (molti da The Wire) e col perfetto Abel di Mark Rylance, Spielberg descrive
più mondi e un’epoca, con salti legati da parallelismi di montaggio, crea connessioni
e senso in una narrazione che presto si dirama per abbracciare, oltre alla spia
sovietica, i due prigionieri americani, catturati da russi e dai tedeschi
dell’Est. Questo allargamento della prospettiva lascia però lo spettatore con
l’amarezza di non vedere approfondite quelle storie o gli altri comprimari (lo
studio legale, la famiglia, l’università all’Est), che prendono vita troppo
fuggevolmente e che meritavano maggiore spazio che solo la serialità poteva
apportare. Ma è all’epica della quotidianità che rivolge lo sguardo il regista,
cercando, anche sintatticamente, dei ponti di comunicazione, creando un film
che raccolga e metta a confronto diverse visioni in conflitto, confluite però
in un’unica narrazione, nella sintesi che gli è consueta tra puro spettacolo e
partecipazione emotiva, in un cinema umano intimo e maiuscolo, classico e
consapevolmente moderno. Ma senza il divertito e sarcastico (seppur elegante)
cinismo che caratterizza il cinema dei fratelli Coen, qui sceneggiatori.