Ha oramai una spiccata struttura
serializzata la produzione cinematografica Marvel, non solo nel senso di una
consecuzione consapevole di film che condividono il medesimo ambito di
riferimento, ma nel strutturare un moderno universo espanso che si sviluppa di
film in film e da una piattaforma all’altra: cinema, televisione, fumetti,
internet) secondo un piano ponderato, ordito attentamente per rimanere coerente
e spettacolare. E soprattutto, dalla moderna serialità i film dei Marvel
Studios tratteggiano con attendibilità psicologica i singoli personaggi sino a
renderli realistici.
Dalla serialità proviene anche
una regia attenta ma non eccessivamente personale, funzionale alla narrazione e
alla spettacolarizzazione degli eventi, che sa gestire con attenzione scene
movimentate e dialoghi in controcampo, unificando i film senza perdere una
minima ma costante ironia di fondo e una fedeltà all’essenza dei personaggi dei
fumetti, colorati nei costumi e acrobatici nei combattimenti. I fratelli Russo
usano quasi costantemente una macchina a mano, con un movimento quasi
impercettibile nei momenti di stasi e uno stile alla Greengrass per le scene
d’azione, agile ed efficace per il raccordo delle inquadrature e creare
tensione visiva, ma che rende difficile la percezione della stereospopia per
velocità di montaggio e eccesso di tremolio.
Rispetto al precedente capitolo
legato al Capitano, Civil War soffre
di una visione eccessivamente allargata ad un team-up spezzato e schierato su fronti opposti, con tanti
personaggi da gestire e alcuni buchi narrativi da riempire; il problema,
semmai, è nell’antagonista, Zemo (non più barone, però), non all’altezza dei
suoi avversari, così enormemente bigger
than life. Perché il film ripercorre le tappe di una megalomane vendetta
non dissimile da quella inscenata in Spectre,
con l’universo bondiano similmente sottoposto ad una vivificante serialità
consapevole, ma con un cattivo relativo, Blofeld, soggiogato dalla sua stessa
sete di rivalsa personale e talmente umano da diventare poco antagonistico.
Secondo la logica dei
raggruppamenti supereroistici, data per scontata una incontrovertibile lealtà
di fondo, lo sviluppo diventa un susseguirsi di scazzottate più o meno violente
e di fazioni dalla composizione elastica con innumerevoli e repentini cambi di
campo. Al di là dello schema narrativo, coerente sebbene a tratti forzato, che
vede combattersi il senso di rivalsa con quello di giustizia nelle loro
rispettive sfumature e interpretazioni, il film (il primo della Terza Fase del
MCU) si propone come spartiacque rispetto alla produzione precedente, con il
passaggio in secondo piano di Capitan America e di Iron Man, che non hanno più
alcun film personale in programma, per lasciar spazio alle nuove reclute, qui
presentate con dovizia di dettagli e ad un consesso di supereroi sempre più
largo.
In questo senso è un film
crepuscolare che, sebbene evocando solo a grandi linee l’omonimo albo Marvel
che terminava addirittura con la traumatica morte di Cap, assume comunque su di
sé il senso del trapasso di un eroe, la cui candida onestà mal si addice a
tempi e modi moderni (anche cinematografici), che vede perdere ogni residuo
legame col passato, lo Shield, l’agente Carter, il Soldato d’inverno, gli
Avengers stessi, messi in dubbio dagli accordi sovranazionali e dall’ipotesi di
una registrazione obbligatoria e di una irreggimentazione.
Ma il tempo è sempre stato il
punto debole di Capitan America da quando se ne è trovato straniato
risvegliandosi in un mondo diverso dopo decenni di ibernazione involontaria,
personaggio perennemente ligio al dovere e afflitto da una malinconia sempre
crescente che diventa palese e dolente nella scelta della ribellione per motivi
di etica e di affetto, per una volta egoistici. E anche quando scambia un bacio
con la nuova agente Carter non può che commentare che, ancora, ha scelto i tempi
sbagliati.
E col tempo combatte pure il suo
avversario Tony Stark, bloccato da un complesso di colpa e di inferiorità nei
confronti del padre, perduto da decenni (assieme alla madre), esacerbato dal
venir meno degli affetti presenti che lo portano a leggere ogni reazione
avversa come un tradimento. E la sua volontà di anticipare il futuro con la
tecnologia e l’intelletto lo portano, ironicamente, a ritrovarsi prigioniero
della stessa rappresentazione grafica dei propri rimorsi e del passato in cui
hanno avuto origine. Sono due piccati egotismi che si scontrano, candido l’uno
e arrogante l’altro, ma ugualmente fieri e inflessibili, incarnati da Captain
America e Iron Man e che alimentano la trama della Guerra Civile dei supereroi.
La pletora di persone
superdotate, variamente alleate ai due capisquadra, trova una eco nella serie
tv Marvel’s Agents of Shield nel cui
episodio successivo all’uscita americana del film, commentando gli eventi del
film, la fuga di Cap e gli accordi di Sokovia, si constata il proliferare di
esseri sovrumani e di eventi virtualmente apocalittici che la loro sola
presenza e potenza comporta. La tematica delle tragiche conseguenze delle gesta
superoiche sui semplici umani è anche al centro del recente film si Snyder con
Batman e Superman che, però, scegliendo l’enfasi e la retorica, fa brillare Civil War per chiarezza e linearità, per
una piacevolezza di visione e intelligenza di costruzione che l’omologo DC non
sfiora mai.
Tra le nuove leve c’è ovviamente
Spiderman, reintrodotto azzerando i film precedenti ma senza passare per
l’ennesimo reboot completo con la
presentazione di Peter Parker a sei mesi dalla scoperta dei propri poteri.
Giovanissimo e chiacchierone, eccitato dall’azione e desideroso di rendersi
utile, il nuovo Spiderman risulta graficamente più canonico e colorato, e il
suo interprete decisamente in parte, anche anagraficamente, in attesa di un
film dedicato tra un anno (anche se rimane misterioso come Stark si sia accorto
di lui e sia risalito alla sua identità segreta). E poi la Pantera Nera che,
persa ogni evocazione ribellistica del nome evidente nei lontani Anni 60, si
però adegua perfettamente al prototipo fumettistico e aspetta in Wakanda il
proprio film.
Ma all’interno delle promesse
future è il passato che si conclude in questa guerra civile, il passaggio di
testimone di una generazione di supereroi ad un’altra all’interno di un
panorama cine-fumettistico in continua espansione in cui però, forse, non troverà
lo stesso posto chi già è noto e rimarrà un po’ appartato per lasciar spazio a
chi deve ancora arrivare.