Non ha bisogno di altri capitoli la trilogia delle origini dei mutanti Marvel, con un film per ogni decennio, dagli Anni 60 agli 80. Se la serie era partita con brio, sul solco di un ironico Bond d’annata nella prima pellicola, la consegna a Singer del franchise ha regalato un incupimento dei toni e una superfetazione di effetti e di impianto generale.
Dopo
il viaggio nel paradosso temporale del capitolo precedente, in cui vecchi e
nuovi mutanti si trovavano riuniti in una perfetta riappropriazione della saga
da parte del regista originale, Apocalypse
rappresenta un salto verso una nuova narrazione con un meta-mutante mitico
capace di assorbire i poteri di altri corpi prendendone letteralmente possesso.
Purtroppo ogni implicazione religiosa o filosofica si stempera nella sua
esposizione verbale, presto sbrigata in fase introduttiva, dopo un prologo al
tempo degli Egizi ed una trasmutazione attuata con liquidi dorati e luce
solare, giacigli in pietra mobili ed effetti tonitruanti. Il risultato rende
Apocalisse e i suoi quattro cavalieri più alieni che mutanti, in una copia
sbiadita ma sovraccarica di Stargate
di Roland Emmerich.
Con
un protagonista che non si disfa mai delle pesanti suppellettili, Apocalisse è
ritratto come un mutante camp, sorta di Priscilla senza deserto né ironia o
paillettes, tanto che la super-nemesi di turno sembra un reclutatore in giro
per locali alla ricerca della quaterna perfetta di accoliti da plasmare, fa le
veci di regista e di costumista modellando per ognuno un abito consono all’occasione,
con tanto di trucco sul viso e accessori ad
hoc per uno spettacolo di effetti speciali con cui rileggere e trasformare
il mondo. I mutanti sono sempre stati diversi per definizione nei film di
Singer (anche per la sola scelta di McKellen per Magneto) e la sottotrama della
discriminazione gay si affianca alla segregazione razziale con diretto
riferimento al genocidio nazista. Qui, sebbene il rapporto con il genocidio
degli ebrei permanga, la chiave di lettura queer
sembra diventare inconsapevole e rasenta il ridicolo col meta-mutante
ossessionato dal look e dalla metamorfosi
di tutto a sua immagine.
Inoltre
continua da parte del regista l’acquisizione della piena proprietà della saga
inserendo personaggi e citazioni anche dal primo film, apocrifo, assieme a
riferimenti alla prima trilogia adulta, riannodando in questo capitolo
conclusivo le fila e le trame di tutti gli altri. Purtroppo tutto è già stato
detto meglio. La perenne amicizia contrastata tra Xavier e Magneto ricalca le
medesime dinamiche di sempre (Magneto cattivo ma non troppo, Xavier illuso e
ottimista), con una sezione preliminare dedicata al signore dei metalli pacificato
e in incognito in Polonia (in una fonderia, ovviamente), finché la famiglia non
gli viene sterminata e lui reagisce di conseguenza. Dopodiché Magneto, passato
al lato oscuro, rimane un pupazzetto privo di consistenza, una action figure del suo personaggio che
manipola i metalli dell’intero pianeta con distruzione a profusione, fino
all’inevitabile (temporanea) redenzione.
Recuperando
l’agente della Cia McTaggert, si scoprono ellissi operate sulla trama (una
lunga parentesi romantica con Xavier) che il secondo film aveva evitato; il
ritorno di Havoc, fratello di Scott Summers (Ciclope) introduce il nuovo eroe: ma
entrambi i personaggi sembrano solo funzionali a queste finalità, avendo poi
poco sviluppo ulteriore. Sebbene la scelta del cast, tra nuovi volti e il
consueto saccheggio del Trono di Spade
(Sansa Stark dopo Tyron Lannister), sia abbastanza riuscita, le dinamiche dei
personaggi noti non avanza dallo stallo della loro stessa definizione: Bestia
educato quanto animalesco in versione blu, Raven eroina inconsapevole, Xavier
zelante utopista, Magneto rancoroso ma incerto criminale. Più spazio viene
lasciato alle new entry, il tedesco
che si definisce solo con un nome inglese (Nightcrawler), teleporta
dall’aspetto di pseudo-demone, Ciclope incapace di gestire le proprie capacità
oculari, Jean Grey fenice a sua insaputa (con poteri la cui entità viene
definita esuberante senza spiegazione). Molto meno si sa dei cattivi Angelo, in
versione metallica di Arcangelo, e Psylocke, con Olivia Dunn costretta quasi
per contrappasso a passare all’eloquio accelerato di The Newsroom ad una quasi totale afasia, forse perché costretta in
un abitino sado-maso dalle imbarazzanti mutandone a fantozziana vita alta;
Ororo, infine, rimane abbastanza fedele ai canoni della definizione classica,
grazie anche al riscatto finale, con lo spostamento delle sue origini
dall’Africa continentale all’Egitto. Si staglia la figura di Quickilver, qui noto
solo come Peter Maximoff e figlio di Magneto (subito sacrificato nel MCU che ha
mantenuto solo la sorella Wanda), ironico corridore che rallenta il tempo e
gioca con la propria velocità in una sequenza visibilmente divertita che
diventa una parentesi leggera in un film che non riesce ad esserlo mai.
Non
manca la presenza di Wolverine (sempre uguale perché statico nel tempo), interprete
di un cameo nel primo film, protagonista del secondo e a cui nel terzo è
dedicata una lunga scena preliminare alla sua saga personale (nell’Arma X già
affrontata anche in Deadpool
quest’anno), che diventa ormai una sigla per ricorrente per un film di mutanti,
nonché personale feticcio di Singer.
Gli
Anni Ottanta, con Reagan e la minaccia atomica, sono solo uno sfondo di
permanenti iperossigenate e poster cinematografici, come già il decennio
precedente nel penultimo film, mentre l’estetica generale del film è una
versione retrograda del primo X-Men
(2000), potenziata però con effetti speciali ingombranti e una trama risicata,
movimenti di macchina virtuali quanto inutili e una recitazione non ben
articolata. Sotto il trucco di Apocalisse c’è un attore capace come Oscar
Isaac, di cui però nessuno può accorgersi, mentre Fassbender e Lawrence
rimangano fissi in un’unica espressione, contrariata e imbronciata.
Inoltre
la trama si esaurisce nel solito confronto del gruppo dei mutanti, compattato
dall’emergenza, e i cattivi, con il meta-mutante infine sconfitto da un colpo
di Fenice e ridotto alla sua debole essenza umana, fino all’implosione. In
fondo Singer diventa l’immagine di Apocalisse, regista esteta che riunisce un
cast per uno scopo esagerato ma viene annientato dalla stessa megalomania del
progetto che, strato dopo strato, rivela la pochezza della sua sostanza e la
cui ironia è soltanto tremendamente involontaria.