Arrival con Sicario,
il precedente film di Villeneuve, condivide un impianto strutturale comune, con
una figura femminile scaraventata in un universo maschile in circostanze
eccezionali dopo un episodio drammatico ed emotivamente sconvolgente. Della
protagonista lo spettatore assume il punto di vista, più oggettivato in Sicario e più interiorizzato nel nuovo opus, con una natura circostante che si
fa romanticamente riflesso di inquietudini o sensazioni e una regia aderente al
fulcro narrativo con movimenti di macchina ricorrenti (la panoramica
orizzontale su sfondi aridi in Sicario,
verticale dall’alto al basso e con un leggero carrello in avanti dall’interno
all’esterno in Arrival) e uno stile
di ripresa adeguato al racconto. Se Sicario
si sporgeva in direzione della dinamica del thriller, Arrival si sposta verso sguardi emotivi, ricordi e sensazioni con
una voce off di supporto che, volutamente, sembrano rimandare agli stilemi
recenti del cinema di ricerca passionale e contemplativo di Terrence Malick,
comprendendone anche le divagazioni escatologiche.
Film
di sottrazione e senza abuso di trucchi, Arrival
mette in scena incontri ravvicinati del terzo tipo ponendo al suo centro la
comunicazione, il linguaggio come arma e strumento, ed è fondato su un voluto
malinteso semantico in cui l’introduzione si fa conclusione e il tempo del
racconto diventa malleabile nella sua convenzionalità, con procedimenti non
dissimili da quelli messi in serial
da Lost. L’adesione al punto di vista
della protagonista, solitaria professoressa di linguistica comparata incaricata
di decifrare le forme di comunicazione di alieni atterrati in 12 diverse (e
forse apostoliche) navi sulla Terra, è tale da permettere una confusione
completa delle inquadrature con i suoi pensieri e da lasciare aleggiare un
dubbio sulla natura stessa della percezione suggerita, sulla sua qualità di
costrutto astratto o di deviazione dalla oggettività.
Ma
è il senso stesso del film questa ricerca di una definizione e descrizione del
mondo attraverso il linguaggio, e di come questo ne determini la percezione e
la comprensione, la sua interpretazione definitiva che non è mai del tutto
collettiva bensì sempre personale. Il film si crea attorno ad un malinteso
cronologico e sintattico che diventa il nucleo del suo racconto, che ricrea il processo affabulatorio della traduzione di un
testo in immagini e di figurazioni in scritti comprensibili, e, in senso lato,
la transustanziazione del pensiero in parole coerenti. Perché l’apparizione
degli extraterrestri, inaspettati e imperscrutabili come modeste divinità, sono
il preludio ad un’epifania conoscitiva, di una rivelazione della parola che,
biblicamente, crea letteralmente l’universo e lo relativizza nominandolo.
In
una caverna artificiale, figure seminascoste si agitano in una nebbia che tinge
di biancastra foschia una larga vetrata divisoria dalle proporzioni di uno
schermo cinematografico. Dalle due parti del divisorio trasparente, due razze
tra loro alienate dalle differenze linguistiche cercano una progressiva intesa
sulle relative intenzioni, tentano di comunicare guardandosi a vicenda per
raccontare se stesse. Nel recupero del mito platonico e della dialettica
fantascientifica di un eventuale ultimatum alla Terra, il film guarda gli
astanti osservarsi e infine parlare mentre l’approdo finale si cortocircuita
con l’abbrivio del racconto, in un moto circolare che rimanda alla stessa forma
della comunicazione scritta degli alieni.
Tutto
torna e ritorna, nella storia personale dei personaggi e nell’impianto
narrativo, con una coerenza limpida quanto diafana, ammantata dall’evanescenza
di brume che offuscano la completezza dello sguardo ma amplificano la visione e
scavando nel melodramma dei sentimenti alla ricerca di una completezza amorosa
inarrivabile. Tempo e spazio si annullano in ricorsi, storici e narrativi, e se
la memoria ripesca le assonanze con Interstellar,
la solitudine umana del film di Nolan si traduce in quello di Villeneuve in un
tentativo di ponte linguistico tra specie lontane, e, pur introducendo un
analogo, straziante dilemma genitoriale, nello stile lo studio del perfetto
assioma logico del britannico lascia al canadese l’agio dell’indeterminatezza e
della poesia: pur rifacendosi entrambi all’esempio kubrickiano dell’odissea
spaziale e al suo rigore registico, il primo ne sposa la freddezza espositiva
mentre il secondo predilige il calore della sua incerta e, pertanto,
ineffabile, conclusione.