Wolverine,
nell’efficace incarnazione di Hugh Jackman, è stato sempre il simbolo dei
mutanti cinematografici, presente in ogni loro incarnazione su pellicola sin
dal 2000. E, pertanto, l’ultimo capitolo con il supereroe protagonista assume
il senso, letterale e metaforico, di una conclusione definitiva. Perché il
secondo film diretto da Mangold sull’eroe artigliato contraddice il titolo del
precedente (Wolverine – L’immortale)
dando sepoltura al personaggio e terminandone la lunga vita, anche filmica, portando
così, parallelamente, anche alla fine anche la saga dei mutanti Marvel, sia
nella versione adulta che in quella giovanile, e lasciare spazio (almeno Deadpool escluso) ad una derivazione
televisiva, già felicemente inaugurata con Legion.
È un
universo apocalittico quello descritto da Logan,
in cui i possessori del gene X sono stati decimati non dalla follia di una
strega mutante bensì dagli eccessi mentali dello stesso loro protettore, il
Professor X, che ha distrutto suo malgrado e inconsapevolmente la scuola di
Westchester, e dal mero calcolo di scienziati militari che somministrano alla
popolazione agenti modificati per non permettere ulteriori modifiche naturali
del genoma mentre, parallelamente, sviluppano mutanti ad hoc per puri scopi utilitaristici e bellici.
Così
Wolverine si ritrova a combattere contro le sue stesse origini, con un’Arma X evoluta
(con tanto del figlio dello scienziato originario al comando) che sforna cloni
mutanti sui codici genetici dei personaggi noti, mentre il suo mito si sviluppa
in forma di fumetto, confondendo realtà (fittizia) e finzione. Non solo Logan è
costretto ad affrontare il trauma della ripetizione della propria genesi a e guardarsi
evolvere in una replica infantile, figlia putativa e biologica, ma si ritrova anche
a combattere se stesso giovane, clonato adulto e programmato par fare ciò che
fa meglio: uccidere. Ritrovando gli elementi dell’origine del personaggio,
Mangold accompagna Logan al passaggio del testimone verso dei nuovi mutanti
giovani (sembra in cantiere un film a loro dedicato), in fuga, come sempre,
dalla società e da appaltatori militari, e cancella tutte le linee precedenti senza
dover ricorrere ad una realtà alternativa derivante da un salto nel tempo (come
in Giorni di un futuro passato).
Privato
degli compagni (ma con nuovi inconsapevoli mutanti manufatti), indebolito da un
avvelenamento da metallo che ne mina la salute (e inibisce il fattore
rigenerante che lo renderebbe virtualmente immortale), James Howlett si avvia
alla morte mentre attorno a lui tutto si sfalda. È crollato Charles Xavier, ormai
senile e incapace di controllore i suoi poteri mentali; è decimato l’universo
mutante, che non offre più amici o sodali né eroi; è decaduta la fama dei supereroi
stessi, ridotti a mero racconto fantastico; sono quasi terminati i pericoli
universali e le nemesi hanno ormai solo interessi economici e sadici, non sono
un vero pericolo per un’umanità sostanzialmente indifferente. Logan non ha più
senso, il suo percorso, letterale, cinematografico e metaforico, si è esaurito
e il relativo ritorno alle radici e l’incontro con le varie versioni di se rappresenta
il prologo del trapasso in un capitolo che, ormai, non termina con alcuna
anticipazione dopo i titoli di coda, lasciando il personaggio al suo meritato
riposo, raggiunto in fine con onore per difendere, ancora una volta, i suoi
simili o gli estranei, come ogni eroe della frontiera. Perché, anche
graficamente, Mangold opta per un forte realismo, con una violenza evidente e
senza derive estetizzanti o futuribili, lasciando brancolare i suoi attori in
contesti perlopiù naturali e dal vago sentore western, con l’evocazione, forse,
di veri confini tra paesi crudelmente sempre meno permeabili.
Logan è tutto nei suoi molteplici
antefatti, solo raccontati, nel passato che grava come una colpa sul
personaggio e sulla pellicola, nella memoria cinematografica degli eventi
trascorsi. È un film “malato”, sia nel senso che Truffaut dava al termine (film
imperfetto) che nel significato di deriva fisica dell’eroe, la cui maggiore
debolezza è nell’evidenza del commiato, quasi subito annunciato,
nell’aspirazione di James a cercare e sognare un congedo, anche a corso di
autoinfliggerlo. E la sceneggiatura riesce a far uccidere due volte un Wolverine
da se stesso, dal suo clone assetato di sangue e dalla figlia, aspirante ad una
labile ed improbabile normalità, la quale è sempre stata negata al character titolare.
Da qui
proviene anche l’andamento ciclico della narrazione, che riparte dalle origini
per riproporne una variante terminale, e il pessimismo fisiologico di Logan,
uomo a lungo senza ricordi ma i cui trascorsi vengono a opprimerlo come un
incubo incrollabile. È difatti un film con un protagonista senza futuro,
bloccato in uno sterile presente dalla costante sofferenza, fisica e
psicologica, mai arginata dall’eroismo dimostrato e rafforzata dal senso di
colpa di un’interminabile serie di errori e di lutti. Mangold gli rimane vicino
e addosso, assumendone il punto di vista quasi senza divagazioni esplicative,
tanto da soffocare ogni sviluppo o approfondimento ulteriore del contesto. Per
questo Logan avanza senza evolvere,
senza sorprendere perché ogni snodo conferma il precedente e guida verso il
finale dichiarato, benché non anticipato, un po’ come il suo protagonista,
killer sin dall’infanzia, addestrato e potenziato per uccidere con sempre
migliore efficacia. Vecchio e stanco, Wolverine si trascina suo malgrado come
gli ultimi film dei mutanti avevano già fatto - a parte qualche guizzo d’azione
ne L’immortale o certa follia grafica
nei capitoli di Singer. Il film non è solo un episodio autoconclusivo delle
avventure del “ghiottone” ma il capolinea dell’intera saga mutante che trovava
in Wolverine il suo elemento aggregante di evidenza e riconoscibilità. Tutto
deve essere rifondato per ripartire o finire, per rinnovarsi o morire. Così,
riallacciandosi alle origini, Wolverine si adegua ad un desiderio di riposo che
la sua natura, di eroe svogliato e di mutante rigenerante, gli avevano sinora
negato, lasciando un’eredità, genetica (X-23) e virtuale (il mito), che forse
vivrà con altri volti e modi, diversamente e altrove.