Non pago
di singole distruzioni limitate a metropoli o a noti siti, Bay, memore delle
passate glorie catastrofiche, opta, nell’ultimo Transformers, per ben più massicce devastazioni e si omaggia con un
planetoide in rotta di collisione verso la Terra. Cybertron, la patria dei
robottoni, è, infatti, diretto verso il suo pianeta rivale, a loro noto come
Unicron, guidato da Quintessa, una pseudo-divinità argentea che si
auto-definisce Creatore di tutti i meccanoide, alla ricerca delle passate
glorie e della ricostruzione del territorio natio risucchiando energia
all’altro corpo celeste.
La
scala degli esseri metallici essendo fuori misura per gli umani, questi, come
sempre, risultano semplici figuranti delle sequenze di battaglia, che qui si
alternano a lunghe digressioni dialogate che vorrebbero ridare una minima
priorità ai figuranti in carne ed ossa con una trama che ammicca a Dan Brown
con cavalieri, Artù e compagni d’arme, tavole rotonde e scienza travisata da
magia, spade nella roccia e ancestrali retaggi. Se misteri ed eredità sono sepolti
nei geni degli ultimi discendenti del leggendario sovrano inglese e di Merlino,
si scopre anche che i robot sono una razza antica e legata alla Terra da
imperscrutabili legami che il film, nella minaccia di un ulteriore sequel, non svela completamente ma ampiamente
promette. Nella sequenza dei titoli di coda una donna velata e macchina celata solca
le dune del deserto come Madonna in Frozen,
annunciando sventure.
Il
film, incapace di tessere una trama degna di interesse, si muove sul solo piano
figurativo annettendo influenze varie e confuse per tentare di arricchire il magro
ma indigesto piatto, saccheggia Star Wars
sia nella forma di droni e di automi che nell’introduzione di un’eroina
accessoria che riflette, in miniatura, Rey, la nuova protagonista introdotta
dal Capitolo VII, con tanto di
robottino comico annesso (ed echi immeritati di Wall-E), a cui si aggiunge Cogman, la parodia maggiorata di C3PO,
robot servile e esageratamente atteggiato, con inedite tendenze sociopatiche perché
dotato di armi, agilità e disparate abilità che ne fanno un domestico di varia
utilità e che, nella scena migliore del film, sottolinea con esagerati effetti
musicali le improbabili ricostruzioni pseudo-storiche che dovrebbero dare
densità narrativa alla storia. Da Star
Trek sembra provenire la medusa elettro-metallica di Quintessa che molto
somiglia alla regina Borg di Primo
Contatto, sebbene la specie multirazziale meccanizzata parassita
dell’epopea cine-televisiva di Roddenberry (soprattutto con “7 di 9” di Voyager) sia notevolmente più
interessante dei mega-droidi americani. Si passa poi per la saga di Alien, con la nave spaziale sommersa che
ricorda il pianeta del film capostipite, mentre la tomba sorvegliata da anziani
esseri richiama Prometeus. Se le
devastazioni in atto citano spudoratamente Armageddon,
l’aspetto post-apocalittico delle città sembra occhieggiare a The Walking Dead e i pezzi di Cybertron,
sfilacciati ad arare la Terra (dopo il passaggio sulla Luna), somigliano a
sdruciti tripodi rovesciati della Guerra
dei Mondi, senza
dimenticare sanguinari campi di battaglia medievali sorvolati da draghi
incendiari come nel Trono di spade.
Nel pot pourri di riferimenti, comunque
confusi, gli umani tentano di costruire un racconto e il regista di far finta
di interessarsene mentre guarda solo alla luce tagliata delle riprese, ai
colori saturi di scene sovradimensionate, condite di esplosioni e della
consueta devastazione generalizzata (con trucchi peraltro non sempre riusciti),
riprendendo sempre dal basso con inquadrature ravvicinate e dalle lunghe
focali. Nulla, infatti, cambia nello stile del regista, sempre riconoscibile e
incorreggibile, con rapidi salti di montaggio che rendono rarefatte tutte le
scene, parcellizzate in infiniti punti di vista sì da perdere qualsiasi
impatto: l’azione è solo reazione ad esplosioni e fughe, con corpi volteggianti
o scivolanti su superfici enormi, sullo sfondo di luminose deflagrazioni.
Reduce imperterrito degli Anni 80, Bay continua a costruire levigate superfici
prive di senso ma dense di segni, come un Tony Scott senza autoironia critica
ed enfasi autodistruttiva, o un Ridley Scott disinteressato al racconto e ai
personaggi, macinando immagini come un caterpillar alimentato a razzo per puro
gusto distruttivo, simile ad un bambino cattivo che gioca con i pupazzetti di
metallo per il solo gusto di romperli e farseli ricomprare.
In
quest’astrattezza meramente pittorica tutto comunque procede per tipizzazione,
non solo tra i droidoni senzienti, riconoscibili per armatura e atteggiamenti,
ma anche per i protagonisti in miniatura, col vecchio saggio e nobile, un
Anthony Hopkins sulla via della senilità che annega nel compiaciuto overacting da Lord inglese un po’ folle,
Marc Whalberg, che si ritira nella pura fisicità inespressiva da maschio quasi
alfa imbranato con l’altro sesso ma a tendenza eroica e sporco di grasso e
sangue, e la donna di contorno, sempre con quel fisico da pin-up definito una volta per tutte da Megan Fox e qui replicato in
variante intellettualoide, mentre il resto del cast fa semplice figurazione.
Nel vano tentativo di umanizzare i personaggi, agli attori viene elargita
un’ironia variamente scurrile tanto che su tutto aleggia un greve umorismo,
ammiccante e con svariati doppi sensi vagamente fallocratici, che stona con il
pubblico deputato alla fruizione del filmetto: se è sintomo di ricerca di un
target più ampio, esso amplia soltanto l’imbarazzo della generale stoltezza.
Ovviamente ci sono i militari, sempre in divisa, e nuove forze di repressione
robotica, con membri abbastanza retrivi e ottusi, spesso in reciproca tensione
con i soldati regolari.
Tentando
di ricongiungere i due filoni dei primi capitoli, giovanilistico e familistico
della trilogia con Labeouf, e il dittico più cupo, adulto e apocalittico con
Whalberg mischiando il cast di guarnizione (Turturro e Duhamel), Bay riesce in
un film di impareggiabile assurdità in cui regna assoluta la noia, mai
edulcorata dalla curiosità di sapere davvero dove tutto vada ancora a parare. Inoltre,
nella ricerca di una moderna ucronia di un mondo vagamente realistico, il
regista, ritardato dalla post-produzione, sbaglia i tempi della cronaca e
lascia Castro in vita e al governo di Cuba e Cameron (o il suo clone), senza
gli effetti deleteri della Brexit, ancora Primo Ministro a Londra, rovinando
l’ambizione di qualsiasi distopia. Non c’è straniamento possibile, nessuna
possibilità di lettura dissacrante o travisabile, alcun salvagente ironico - se
non involontario - per lo spettatore, vittima di uno strazio che dura pure 150
minuti di pura cacofonia audio-visiva.